Disclaimer: questo articolo fa parte della rubrica Bad Girls
Satanik, la “Rossa del Diavolo”
Dopo due donne in carne e ossa che hanno lasciato il loro segno nella Storia a suon di duelli, amanti e cadaveri (Julie d’Aubigny e la zarina Elisabetta Petrovna), ho deciso di passare a una Bad Girl appartenente al mondo dell’immaginario. In particolare, quello fumettistico. Niente Catwoman, niente Poison Ivy o Harley Quinn, però. Si parte con un peso massimo delle Bad Girls dei fumetti, di quelle che ti stendono senza guantoni. Perché la Bad Girl di cui stiamo per parlare non è una villain, ossia l’antagonista occasionale o ricorrente di un eroe protagonista; è lei a essere la protagonista di una intera serie di fumetti.
Parliamo di Satanik, “la Rossa del Diavolo”, una delle Bad Girl più pure, libere e scomode che il fumetto popolare abbia mai prodotto. E no, non stiamo parlando di fumetti americani, di manga giapponesi o di raffinatezze francesi per i palati snob di quattro lettori in croce.
Stiamo parlando del filone del fumetto noir italiano, quel fenomeno dirompente, scandaloso e sorprendentemente di successo che letteralmente esplose a metà degli anni Sessanta.
Un genere che ebbe il suo momento di gloria, non a caso, proprio in corrispondenza del boom economico, della spensieratezza solare immortalata dai grandi film in bianco e nero dei primi anni 60, in un’Italia che oscillava ancora tra le miserie fotografate dal neorealismo e la spensieratezza della “dolce vita”, ma che si sentiva ancora prigioniera di moralismi borghesi e di costrizioni bigotte plurisecolari: il noir, con la sua promessa di trasgressione, sembrava fatto apposta per intercettare e sublimare, almeno nell’immaginario, i sogni più inconfessabili e trasgressivi degli italiani.
Il lettore per la prima volta veniva immerso in un mondo narrativo in cui era chiamato a tifare per protagonisti che nella migliore delle ipotesi erano “a moralità grigia”, ma molto più spesso nera (non in senso politico), ma siccome anche il mondo che li circondava era popolato da ricchi odiosi e stupidi, da differenze di classe fotografate in modo così crudo da renderle detestabili, da ipocrisie borghesi e da istituzioni e forze di polizia corrotte, il lettore si sentiva meno in colpa, anzi provava un piacere perverso (e un po’ liberatorio, visto il perbenismo ipocrita dell’epoca) nel trovarsi dalla parte “sbagliata”.

La collocazione di Satanik nel filone del fumetto noir
Prima di tutto una doverosa premessa, a beneficio di chi non ha mai letto un numero di Satanik: a dispetto della dicitura “fumetto per adulti“, Satanik non è MAI stato un fumetto erotico, e men che meno un fumetto appartenente alla categoria del porno (anche perchè all’epoca praticamente non esistevano).
A definirlo “pornografico” furono i parlamentari DC e i bigotti che negli anni si accanirono contro il fumetto. E, fatto forse meno noto, le sorelle Giussani (autrici di Diabolik), in una delle loro uscite più sfortunate, velenose e scomposte a proposito degli altri fumetti che popolavano il panorama del Noir ed erano venuti a contendere loro il titolo di “Regine del Noir”.
Era un fumetto dalle forti atmosfere sensuali? Sì, senza il minimo dubbio. Inquadrature sexy? Assolutamente sì. Protagonista altamente sessualizzata? Sì, cavolo, era quello che la rendeva maledettamente irresistibile, per l’uso disinibito e deliberato che faceva della propria bellezza.
Ma su 231 numeri di Satanik non ne esiste uno solo in cui sia mostrato del nudo esplicito.
Molto gioco di silhouette e ombre, molto gioco del “vedo / non vedo” gestito strategicamente con le pose o con oggetti di scena collocati a nascondere parzialmente ciò che un fumetto erotico avrebbe mostrato senza filtri, e soprattutto molta suggestione indiretta, attraverso outfit che coprono ma che proprio per questo spingono il lettore a immaginare, in modo ancora più vivido, sensoriale e provocante, quello che in teoria nascondono.
Se volessimo per un istante vestire i panni del ricercatore di neuroscienze e dare una patina di seriosità a un discorso così triviale, potremmo dire che il disegnatore, Magnus, gioca abilmente con un principio che la narrativa aveva già intuito da tempo: spesso l’allusione intriga e stuzzica più dell’aperta esibizione, sfruttando quei magnifici cortocircuiti mentali per cui il nostro cervello adora svelare ciò che è nascosto.
Fine parentesi neuroscientifica seriosa sulla sensualità provocante del vedo/non vedo in Satanik.
Niente di diverso, in realtà, da quello che facevano già gli outfit di carrettate di eroine dei fumetti d’oltreoceano, salvo per un aspetto: Satanik faceva un uso intenzionale e deliberato della propria bellezza e del proprio corpo, in un modo sfacciatamente consapevole che manca del tutto alle eroine stelle & strisce.
Se proprio vogliamo, potremmo dire che Satanik fu la regina indiscussa del noir più sexy visto in Italia (e qui spero che i fan di Eva Kant mi perdoneranno).
Paradossalmente, se mai, un fumetto dirompente e scandaloso come Satanik, che tutto fu tranne che fumetto erotico, agì involontariamente da apripista (e da parafulmine) per il filone del fumetto erotico vero e proprio, che sfruttando la scia di Satanik trovò un suo spazio per emergere gradualmente e consolidarsi, mentre la maggior parte delle ire, delle denunce e delle invettive censorie si scatenavano proprio contro Satanik.
Sulla sua scia arrivarono i primi esempi di fumetto erotico, con protagoniste ugualmente ambigue, spregiudicate, avventurose e disinibite, ma pienamente esposte nella nudità e con storie via via sempre più accessorie e funzionali alla componente grafica erotica.
Tanto per citarne alcuni, che in quegli anni varcarono il confine passando dal noir/avventuroso all’erotico pur mantenendo un almeno minimale impianto di trama: la spadaccina senza veli Isabella (263 numeri, dal 1966 al 1976), la vampira Jacula (327 numeri, dal 1969 al 1982), la seduttrice e avvelenatrice Lucrezia (140 numeri, dal 1969 al 1974) fantasiosamente ispirata a Lucrezia Borgia, o la corsara Jolanda de Almaviva (69 numeri, dal 1970 al 1974) disegnata nientedimeno che da un ancora giovanissimo ma già promettente Milo Manara.
Un altro malinteso: Satanik, vuoi per il nome di battaglia che lei stessa si sceglie, vuoi per l’espediente narrativo che giustifica la sua trasformazione, vuoi per quel lungo periodo in cui la “Rossa del Diavolo” da regina del crimine fu trasformata in una Buffy Ammazzavampiri ante litteram, Satanik è spesso definito come “fumetto horror”. Si tratta però di una classificazione tremendamente riduttiva. Non era (solo) un fumetto horror/soprannaturale.
Non lo era in origine e non lo fu nemmeno nel periodo di maggiore vicinanza al genere, quando editore e autori cercarono di metterla al riparo dalle persecuzioni della censura, dandole una verniciata da dark heroine che salva il mondo dai mostri cattivi.
È sicuramente un fumetto che ha avuto ampie sovrapposizioni col genere horror, che ha avuto spesso copertine artistiche che sembravano puntare esplicitamente all’horror, che ha giocato molto sulle atmosfere da gotico urbano, e che ha sfruttato ampiamente tutto il carrozzone immaginario legato ai rituali di magia nera, all’evocazione di demoni e alla presenza di creature mostruose, ma considerarlo solo horror sarebbe riduttivo. Più o meno come sostenere che Diabolik è un fumetto automobilistico perchè ci sono tanti inseguimenti in auto.
Scusate la premessa forse pedante, ma parliamo pur sempre di un fumetto di circa sessant’anni fa, che le violente critiche bigotte dell’epoca dipinsero addirittura come “pornografico”, quando non lo era affatto, e pressoché sconosciuto al di fuori dei fan che ebbero la fortuna di leggerlo allora, o che – come nel mio caso – lo scoprirono da ristampe successive, tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 (o più recentemente ancora, in una ristampa selettiva e incompleta pubblicata da Mondadori e apparsa nelle edicole intorno al 2015, o nella selezione parziale ristampata a colori tra il 2022-2023 e curata da RCS).
Satanik, nonostante una forte componente di erotismo e di horror, è pienamente e inequivocabilmente collocata nel filone del fumetto noir italiano. Punto. Meglio sgomberare da subito il terreno da equivoci di questo tipo.
Capostipite indiscusso del genere noir, fu Diabolik, creato nel 1962 dalle sorelle Giussani, che crearono il loro anti-eroe mascherato ispirandosi a personaggi come Fantomas e Arsenio Lupin.
E sulla scia del successo di Diabolik, la Editoriale Corno incaricò gli stessi autori di Alan Ford, Max Bunker (Luciano Secchi) e Magnus (Roberto Raviola) di sfornare un prodotto fumettistico che potesse inserirsi nello stesso filone.
Bunker e Magnus, con la formidabile creatività che gli era propria, non si accontentarono di un solo prodotto, ma ne partorirono addirittura due, entrambi molto più radicali del capostipite Diabolik: all’inizio del 1964 lanciarono Kriminal (che arrivò a toccare le 300.000 copie al mese), e nel dicembre dello stesso anno raddoppiarono la posta in gioco, lanciando Satanik, che raggiunse picchi di 200.000 copie mensili, nonostante la dicitura “fumetto per adulti”.
Certamente non lo stesso bacino di pubblico di Topolino o di Tex Willer, ma comunque numeri di tutto rispetto, per quello che si credeva ancora fosse un pubblico di nicchia.
Negli anni immediatamente seguenti nascerà un’intera ondata di emulazioni e variazioni sul tema: Zakimort, Sadik, Gesebel, La Jena, Belzeba e altri titoli (alcuni che alla componente noir/avventurosa affiancavano una componente esplicitamente erotica, come Jolanda de Almaviva, Isabella, Lucrezia e Jacula), tutti titoli che facevano venire le palpitazioni ai benpensanti, la fibrillazione ai parlamentari della DC e, diciamolo pure, tutt’altro genere di reazioni fisiologiche ai lettori.
In seguito arrivarono persino le parodie comiche, come lo spassosissimo Cattivik (la “K” in qualche modo c’entrava sempre, era diventata quasi una firma di appartenenza al genere noir) firmato da un geniale Bonvi, lo stesso autore delle strisce comiche delle Sturmtruppen e di Nick Carter.
A Satanik nel 1968 dedicarono persino un film con Magda Konopka e per la regia di Piero Vivarelli, anche se il risultato fu piuttosto deludente e – come accade spesso con le opere derivate – molto lontano dall’originale. Detto tra noi: se avessero dato la parte di Satanik a Edwige Fenech e l’ispettore Trent ad Alvaro Vitali, il film non avrebbe né guadagnato né perso nulla in termini di “qualità” della pellicola, ma probabilmente avrebbe almeno lasciato emozioni e ricordi molto più… duraturi.

L’unicità di Satanik
Persino in quel bordello di calzamaglie nere, scheletri gialli e donne fatali che fu il fumetto noir italiano, Satanik spiccava come una macchia di rossetto sul colletto di un prete. Fu chiarissimo fin dal primo numero che non era semplicemente “la versione femminile di Kriminal” e men che meno una copia conforme, ma al femminile, di Diabolik. Era qualcosa di molto più pericoloso e disturbante.
Satanik arriva sul mercato in modo dirompente, lasciando stordito un pubblico che forse non era preparato a vedersela piombare seduta sulle ginocchia dalle pagine di un fumetto (o forse sì, e mancava solo l’occasione giusta).
Satanik aveva sovvertito tutti gli schemi: Non era la compagna sexy del ladro geniale (come Eva Kant o Fujiko Mine). Non era una ladra gentildonna con un codice d’onore (come Catwoman). E non era nemmeno la giustiziera mascherata, spietata ma che puniva solo i “criminali veri” (come Zakimort).
Satanik, a differenza di altri personaggi del noir, non era una protagonista “a moralità ambigua”, era una criminale pura, e di conseguenza senza appigli che potessero giustificarla: sexy da far male, spregiudicata, seduttiva, letale senza rimorsi, sadica e completamente priva di qualunque giustificazione morale accettabile per l’epoca.
Manipolava, seduceva, uccideva, tradiva e rubava perché poteva, ma soprattutto perché le piaceva. Perché il mondo le doveva tutto e lei era ben contenta di allungare la mano, e prenderselo.
Una Fujiko Mine in anticipo di qualche anno, ma senza quella patina da canaglia simpatica, dieci volte più spietata, e con una vena di cattiveria, nichilismo e sadismo che manca completamente alla sua lontana cugina giapponese.
Ma quello che era più dirompente: Satanik non era la Dark Lady o la Femme Fatale che appariva in veste di villain, di antagonista oscura, di spalla transitoria o di ostacolo estemporaneo che serve solo per tentare, contrastare e inguaiare per qualche tempo l’eroe o l’antieroe protagonista della storia.
Di quel tipo di cliché di Femme Fatale accessoria, il mondo dell’immaginario era già pieno fin dai tempi del genere hard-boiled. No.
Satanik era l’eroina (per modo di dire) protagonista, non una villain in contrapposizione al personaggio “eroico” con cui il lettore era chiamato a identificarsi e tifare, e nemmeno la spalla occasionale (di nuovo la mente corre a Fujiko Mine), elemento di contorno intrigante ma da tenere ben lontana dai riflettori principali per non distrarre l’attenzione dalle avventure del vero protagonista.
Con Satanik, il lettore era chiamato a identificarsi proprio con lei, e a diventare suo complice.
E qui arriviamo al bello e al brutto della carriera editoriale di Satanik: era predestinata a far schiumare di rabbia mezza Italia, specie quella che sedeva in Parlamento, o che pontificava dalle cattedre universitarie e dalle colonne dei grandi quotidiani nazionali e delle riviste culturali.
Le avvisaglie c’erano già state, fin dall’anno precedente. Già dalle prime uscite di Diabolik le sorelle Giussani erano finite sotto attacco, apertamente accusate di “traviare i giovani”.
Ma con Satanik la situazione fu persino peggiore: pedagogisti, sociologi, psicologi e politici si lanciarono in una vera e propria crociata persecutoria: denunce, sequestri, interrogazioni parlamentari, editoriali al vetriolo firmati da importanti giornalisti e opinionisti dell’epoca.
Nel caso di Diabolik le contestazioni erano limitate allo scandalo di parteggiare per un ladro criminale; nel caso di Satanik a questo si sommò il maggior grado di violenza rappresentata, i temi scabrosi, la violenta satira sociale anti-borghese (in quegli anni considerata sovversiva) e l’uso spregiudicato della sessualità e della bellezza femminile come strumento di manipolazione e predazione.
Tra le pochissime voci fuori dal gregge belante di censori scandalizzati, vale la pena di ricordare quella dello scrittore Dino Buzzati, che riconobbe la potenza dirompente di questi fumetti nel trascinare il lettore a evadere dalle ipocrisie borghesi e dai “romanzi lenti dove non succede mai niente”. Ma Buzzati fu una goccia nel mare di indignazione scandalizzata che il fumetto scatenò. Tra i nomi famosi che si scagliarono con maggior forza contro il fumetto Noir, ricordiamo lo scrittore Gianni Rodari e il presentatore televisivo Enzo Tortora.
Satanik in particolare, e il fumetto noir in generale, subirono un fenomeno di persecuzione culturale non molto diverso, nelle forme isteriche, da quello che colpì a fine anni 80 gli appassionati di gioco di ruolo, additati come satanisti, degenerati e potenziali sociopatici, pericolosi per sé stessi e per gli altri.
Solo che, in questo caso il fenomeno persecutorio fu molto più generalizzato e non si limitò alle invettive scandalizzate di qualche (dotto) ignorante: le Istituzioni e gli strumenti repressivi dello Stato si mossero davvero, e la magistratura arrivò a ipotizzare l’accusa di “istigazione alla violenza sociale”.
Editoriale Corno, e gli autori Max Bunker e Magnus finirono costantemente sotto assedio legale per tutto il decennio (1964-1974) in cui Marny Bannister, alias Satanik, deliziò i suoi affezionati lettori. Un assedio che, purtroppo, lasciò segni profondi anche sull’evoluzione del personaggio, come vedremo in seguito.

La nascita di una cattiva ragazza: Marny Bannister
Per capire Satanik, bisogna partire da Marny Bannister. Perché Satanik non nasce cattiva: nasce brutta.
A venticinque anni Marny è una brillante biologa, una mente scientifica fuori dal comune. Peccato che il suo volto sia deturpato da un angioma, una voglia vascolare che le devasta metà della faccia; per di più è gravata da un corpo piegato e deforme. Non è malata, non è contagiosa, non è stupida, anzi è un genio della biochimica. È semplicemente inaccettabile e imbarazzante per chi la circonda.
E chi la circonda, soprattutto in famiglia, è una galleria di orrori piccolo-borghesi che farebbe impallidire persino i personaggi di Uno nessuno e centomila.
- Il padre: un uomo squallido, convinto che Marny non possa assolutamente essere figlia sua. Quasi caricaturale nella sua bruttezza (esteriore e interiore): sovrappeso, sporco, alcolizzato, rancoroso; la disprezza apertamente, la umilia, le rinfaccia la presunta nascita illegittima, e glielo fa pesare ogni giorno. Per lui i brillanti risultati scientifici della figlia non hanno alcun valore, per lui conta solo la vergogna sociale rappresentata dal suo aspetto.
- La madre: una vigliacca che non alza mai la voce, non difende mai la figlia, si limita a compatirla con sospiri e sguardi dimessi, e tacitamente accetta tutto ciò che il marito fa per umiliare Marny ogni giorno. L’epitome del patriarcato tossico, che prima ancora che su uomini violenti e oppressivi, si regge sulla complicità silenziosa di donne che si incarcerano da sole, schiave della loro dipendenza da un maschio senza il quale non riescono a sentirsi donne realizzate.
- Le due sorelle: due belle ragazze molto “normali”, vanitose, crudelmente supponenti e velenose nei confronti di Marny; non perdono occasione per umiliarla, per ricordarle che loro sono le “vere” figlie, le “vere” donne di casa, mentre lei è solo un brutto scherzo di natura. Anche loro sono un concentrato di perbenismo della società borghese “desiderabile”: un buon lavoro, una vita sociale rispettabile, ben vestite, e con matrimoni prestigiosi all’orizzonte: una, Lydia, è la fidanzata dell’ispettore Trent (elemento importante per dopo). L’altra, Dolly, è semplicemente una stronza superficiale e meschina.
Sul lavoro, Marny è rispettata per il suo genio, ma compatita come “ah, quella poveretta” oppure guardata con malcelato disprezzo persino dai colleghi che ne riconoscono le capacità. Nessuno la invita alle feste, non la invitano nemmeno a prendere il caffè nelle pause di lavoro, nessuno la guarda come si guarda una donna. È un cervello di prim’ordine rinchiuso in un corpo sbagliato. Ci sarebbe il preside di facoltà, l’unico che sembra trattarla con umanità, ma anche nel suo caso il giudizio che traspira è sempre il “poveretta” di compatimento.
Insomma: Marny Bannister è la quintessenza della vittima sacrificale, un caso da manuale di costruzione dell’empatia del lettore attraverso la sofferenza ingiusta della protagonista. Il lettore soffre con lei, e si infuria assieme a lei, non tanto perchè si sente brutta, ma per il modo disumano in cui viene trattata, persino dai familiari che dovrebbero volerle bene e formare almeno un piccolo scudo di affetto contro la cattiveria del mondo esterno.
E qui sta la prima scelta azzeccata di Max Bunker e Magnus: gli autori non vanno per il sottile, imboccano la via più diretta per prendere all’amo il lettore, trascinarlo e renderlo da subito un alleato di Marny.
Non costruiscono una psicologia complessa, non infilano a forza nella storia flashback traumatici o monologhi strappalacrime. Mettono Marny in mezzo a un mondo di antagonisti quotidiani così viscidi, odiosi, meschini e ingiusti, che il lettore non può fare a meno di stare dalla sua parte, mordersi le unghie per l’impazienza, e desiderare visceralmente il momento in cui Marny riuscirà a vendicarsi.
È un trucco narrativo vecchio come il mondo, ma qui è eseguito con una maestria quasi sadica. Bunker e Magnus vogliono che il lettore desideri la vendetta, la punizione di quei personaggi così meschini, vogliono che il lettore senta la vendetta come giusta, necessaria e catartica.
E infatti accade: il lettore si sente già intimamente complice di Marny, prima ancora che si trasformi in Satanik.
Quando la vendetta finalmente arriva, è un capolavoro di cattiveria narrativa, e il lettore a quel punto è già al 100% dalla parte di Marny, e la maggior parte dei lettori continuerà a restare al suo fianco anche dopo, quando non ci sarà più la scusa della “vendetta comprensibile” a giustificare le azioni di Satanik (e questa è una di quelle cose che la censura proprio non perdonerà mai agli autori, all’editore e al personaggio).
La scoperta del siero e l’avvento di Satanik
Marny è ossessionata dall’idea di trovare una soluzione al suo problema, e nel corso delle sue ricerche si imbatte nei resoconti delle ricerche del dottor Masopust, uno scienziato emarginato dalla comunità scientifica (mezzo scienziato, mezzo ciarlatano, mezzo stregone), e incuriosita dai suoi studi mette a punto un siero rivoluzionario. Una pozione che riscrive il DNA, corregge la deformità, trasforma il corpo.
Precisiamo: qui siamo teoricamente nel regno della fanta-scienza più ingenua e spudorata (molto anni 60 e tendente all’assurdo di quella che in futuro sarà chiamata bizzarro-fiction o weird), ma anche sullo stesso filone che si muove sul confine tra scienza e stregoneria già esplorato da Mary Shelley in Frankenstein. Non della pura stregoneria o della magia horror da fumetto.
Gli effetti del siero sono talmente fuori scala e incredibili che viene quasi naturale considerarlo più una pozione da stregoneria avanzata, che un’invenzione scientifica. E questo è certamente uno dei motivi che spiegano perché tanti continuino a considerare Satanik un fumetto horror/soprannaturale. Sensazione poi rafforzata dal fatto che effettivamente già al quarto numero Satanik inizia a cercare soluzioni “magiche” (si procura un manuale di magia nera) per incrementare l’efficacia del siero e non essere costretta ad assumerlo di continuo. Soluzioni sulle quali, però, continuerà a indagare con gli strumenti della scienza e della chimica.
Una notte, per disperazione, Marny fugge di casa dopo l’ennesima umiliazione subita e non sapendo dove altro andare, si rifugia nei laboratori dell’università. Marny decide che non ne può più di quella vita terribile e decide di giocarsi il tutto per tutto: completare la formula del siero ideato sulla base delle ricerche di Masopust e sperimentarlo su sè stessa, pur sapendo che potrebbe causare la sua morte.
Marny completa e beve il siero. Il dolore è atroce, ma soprattutto gli effetti sono terribili: Marny diventa ancora più mostruosa. Sconvolta dal dolore e dal terrore, Marny sviene… ma quando si risveglia e si guarda allo specchio, Marny è sparita, e al suo posto c’è Satanik.
Alta, statuaria, di una bellezza quasi innaturale. Capelli rossi fiammeggianti, occhi verde smeraldo capaci di stregare o annientare con un solo sguardo, un corpo che sembra scolpito per far tremare ginocchia, scrupoli di coscienza e matrimoni.
È bellissima. E, come il mondo scoprirà presto, è anche spietata. Il primo a scoprirlo è un guardiano notturno, e lo scopre nel modo peggiore. Sarà la prima vittima di Satanik, che lo uccide per impedire che possa rivelare l’accaduto.
Bunker e Magnus qui giocano su un’ambiguità sottile: non riveleranno mai se il siero abbia creato il mostro o se abbia semplicemente liberato quello che già viveva nascosto dentro Marny, nutrito da anni di umiliazioni subite e rabbia repressa. In Satanik si fondono, in un cocktail esplosivo, Dr. Jekyll e Mr. Hyde e Lady Macbeth. La trasformazione non è solo fisica, è anche morale e caratteriale, ma la paternità della trasformazione caratteriale resta ignota.
La metamorfosi non è definitiva: Marny avrà sempre bisogno di rinnovare l’assunzione del siero, per mantenere la forma di Satanik (più avanti nella serie, il siero sarà sostituito dall’uso di uno specchietto dotato dello stesso potere di trasformazione), e intimamente sarà sempre tragicamente consapevole della natura transitoria e incerta della sua trasformazione.
Di nuovo emerge un parallelo col dottor Jekyll e mister Hyde, salvo che nel caso di Satanik a prevalere è Hyde: anche in questo caso Satanik sovverte le regole del filone narrativo della “doppia identità”: negli schemi narrativi basati sul doppio oscuro, in genere il doppio oscuro è la forma transitoria e indesiderata che si intromette a sconvolgere la vita della personalità normale; in Satanik invece è l’opposto, Satanik non è il lato oscuro che emerge indesiderato per mettere nei guai la buona Marny: è il lato oscuro che diventa la forma primaria, scelta deliberatamente, e il siero è il modo in cui Satanik tiene alla larga il ritorno indesiderato della vecchia Marny.
Satanik non vuole tornare a essere Marny, anche se a volte la sua vecchia e vera identità, le torna utile come “travestimento”, il che dice tutto quello che c’è da dire sull’inversione di paradigma narrativo. La vecchia identità diventa maschera, la nuova versione artificiale (e malvagia) diventa l’identità che Satanik sceglie come la versione di sé che vuole imporre al mondo.
E attenzione, perchè qui c’è qualcosa di molto sottile ma sostanziale da afferrare: Satanik non è la fiaba della brutta anatroccola che diventa uno splendido cigno, l’ennesima ripetizione del messaggio tossico che la bellezza è la via all’accettazione in società e quindi all’autorealizzazione, e al rispetto altrui, come una Barbie qualsiasi.
E soprattutto non c’è alcuna redenzione grazie alla bellezza: la bellezza non le serve per essere finalmente accettata dalla società, fare pace con un mondo che finalmente la accetta e avere l’occasione di dimostrare quello che vale. La bellezza per lei diventa un’arma, essere bella le serve per prendersi la rivincita e per poter essere ancora più efficacemente cattiva, per vendicarsi seducendo uomini che prima l’avrebbero schifata, solo per distruggerli un attimo dopo, con un sadismo che diventa estetico e la sua più caratteristica firma personale.
Il tema della bellezza acquisita come arma si lega a doppio filo con l’altro aspetto a cui Satanik non vuole proprio rinunciare, ossia la sua forza: Satanik non è più debole.
Satanik non vuole tornare brutta, curva, derisa, ma soprattutto non vuole tornare a essere debole: vuole restare bella e forte, perchè per regolare i suoi conti in sospeso col Mondo, essere forte le serve tanto quanto l’essere bella.
Non è mai detto esplicitamente, ma sembra abbastanza chiaro che pur senza ottenere poteri da supereroina, la protagonista in forma di Satanik acquisisce non solo un aspetto fisico mozzafiato, ma anche una forza fisica e agilità fuori dal comune (ma sempre nei limiti di un essere umano).
Resta il fatto che la prima cosa che fa Satanik non è cercare giustizia, e nemmeno cercare l’affetto e l’approvazione dei familiari che un tempo l’avevano disprezzata per il suo aspetto. È prendersi la sua vendetta. Fredda, chirurgica, goduta fino in fondo. Sistema uno dopo l’altro: le sorelle che l’avevano umiliata per anni, il padre che l’aveva disprezzata, e tutti coloro che l’avevano disprezzata e trattata come una creatura inferiore.
E qui arriva uno dei colpi di scena più deliziosamente cattivi scritti da Bunker: si scopre che Marny era l’unica vera figlia del padre. Le due sorelle belle erano il frutto di un tradimento della madre.
Il padre di Marny, scoprendo di essere stato un cornuto per tutta la vita coniugale e che le due figlie di cui era tanto orgoglioso in realtà sono il prodotto dei testicoli di qualcun altro, si suicida proprio nel momento in cui la sua unica e vera figlia sta già pianificando la sua nuova vita. Pura e perfida poesia noir.
E quando parlo di pianificazione, intendo alla lettera. Il cadavere di suo padre è ancora caldo, quando Satanik sta già irretendo la prima delle sue vittime, che verrà prima sedotto e poi morirà convenientemente, subito dopo averle lasciato in testamento tutte le sue ricchezze.
Poi arriva a sedurre il fidanzato di Dolly, una delle sue due odiose sorelle. A Satanik di quell’uomo in realtà non importa nulla, è la sorella quella che Satanik vuole davvero umiliare, “rubandole” il fidanzato davanti agli occhi: se lo porta a letto (o meglio in un prato) davanti alla sorella, che fugge in preda all’umiliazione (e al terrore: ha riconosciuto la voce di Marny). Finito di “consumare”, Satanik rivela all’uomo di essere nient’altri che Marny, la sorella brutta su cui anche lui aveva sempre scherzato in modo velenoso e meschino. L’uomo resta sconvolto dalla rivelazione e per impedire che possa rovinarle il seguito delle vendette che pianifica, Marny/Satanik uccide anche lui, pugnalandolo a morte.
La vendetta familiare si conclude dove le umiliazioni di Marny si erano sempre consumate, tra le mura domestiche: Satanik si presenta a casa nella sua nuova forma e rivela l’accaduto, sconvolgendo le due sorelle e la madre rimasta vedova. E si vendica anche dell’altra sorella, Lydia, lasciandola sfigurata e vittima di un volto sfregiato e rovinato quanto lo era stato quello di Marny prima della trasformazione.
Sul posto giunge l’ispettore Trent, che sta già indagando sulle stranezze che circondano Marny (e sull’omicidio del guardiano notturno dell’Università) e ha iniziato a fare qualche connessione tra la “rossa misteriosa” e la brutta ricercatrice che ha appena ereditato una incredibile fortuna finanziaria.
Sul più bello il siero tradisce Satanik, facendola tornare per alcuni istanti mostruosamente terrificante nella sua bruttezza. Nella colluttazione che ne segue, scoppia accidentalmente un incendio, nel quale restano uccise la sorella Dolly e la madre. Satanik si salva per un pelo dall’incendio (ma il lettore lo scoprirà solo al numero 2) riuscendo ad assumere una seconda dose di siero, ed evitando di restare sepolta nel crollo della casa incendiata.
Anche Lydia e trent sopravviveranno, almeno per qualche tempo. E Trent in seguito diventerà il principale antagonista di Satanik, perlomeno in tutta la prima fase delle sue avventure, motivato sia da ragioni puramente professionali – fermare e arrestare una psicopatica sanguinaria – sia più personali, ossia vendicarsi della pazza che ha prima sfregiato e poi ucciso la fidanzata.
Questa prima vendetta è catartica, liberatoria. Il lettore l’ha desiderata, l’ha attesa, e ora se la gode. Perché Marny era stata trattata ingiustamente, e i suoi aguzzini meritavano tutto quello che hanno avuto.
Qualcuno però inizia già a sentire un vago disagio: «Non sarà un po’ troppo? Non avrà esagerato? E poi… era davvero necessario uccidere quel custode? E arrivare a sfregiare sua sorella? E il primo ricco grassone che Satanik seduce, facendosi intestare la sua eredità prima di ucciderlo? Quello come lo giustifichi, eh?»
Qualche lettore inizia già a pensare che Marny/Satanik abbia già varcato un po’ troppe linee rosse, per quanto comprensibile fosse la sua voglia di vendetta.
Qualcun altro, invece, inizia già a sentire che i pantaloni sono diventati improvvisamente… un po’ troppo stretti.
La polarizzazione dei lettori, la prima grande scrematura tra chi amerà Satanik alla follia e chi la detesterà in modo altrettanto viscerale, è già in corso, anche se ci vorranno due o tre numeri per completarla davvero.

La scommessa folle di Bunker e Magnus: togliere al lettore la stampella dell’empatia
Qui c’è la mossa geniale e rischiosissima di Bunker e Magnus. Dopo aver ottenuto la sua vendetta, la stragrande maggioranza dei personaggi avrebbe avuto una crisi di coscienza. Avrebbe mostrato rimorsi, tormento interiore, o almeno un tentativo o un desiderio di redenzione.
Probabilmente si sarebbe trasformata in un’antieroina tormentata, pronta a combattere il male “dalla parte giusta”, magari diventando qualcosa di simile a Zakimort: una vendicatrice mascherata, con metodi spietati e criminali, ma con un codice morale comprensibile e accettabile in nome di un “bene superiore”.
Satanik no. Satanik rifiuta la redenzione. Non si pente. Non piange davanti allo specchio chiedendosi se sia diventata un mostro. Non cerca giustificazioni né compensazioni. Non si mette al servizio di alcun “bene superiore” e non si ferma a quella prima vendetta. La vendetta iniziale per lei non è stata una liberazione che ha pareggiato i conti: è stata solo l’antipasto.
Manipolare e sedurre le piace. Rubare le piace. Uccidere le piace. E soprattutto le piace il potere assoluto di prendere tutto ciò che vuole, quando vuole, senza chiedere permesso a nessuno.
E meglio ancora se dopo aver manipolato, sedotto e fatto sesso, può uccidere e svanire nel nulla, con la borsa piena di gioielli, banconote e titoli azionari; lasciando quel povero coglione di Trent a chiedersi come abbia fatto la Rossa diabolica a fargliela sotto il naso anche questa volta.
Il suo è un piacere estetico e quasi artistico. Non è solo rabbia vendicativa residua: c’è una forma di godimento raffinato, quasi estetizzante, nel modo in cui umilia le sue vittime (soprattutto uomini pomposi e arroganti, e donne belle e stupide). È cattiveria con stile. Quella è la sua vera droga (e quella dei lettori che restano stregati da lei non meno delle sue vittime).
Satanik va avanti perché quella nuova vita le calza addosso come un guanto o come la sua catsuit rossa. Perché finalmente è libera da ogni catena — morale, sociale, emotiva. Il potere, il sesso, il denaro, il brivido di lasciare i suoi amanti (o le sue vittime) con un coltello nella schiena e la borsa più leggera: tutto questo non è un mezzo, è un fine. E le piace da morire.
Satanik avrà spesso incubi e allucinazioni ricorrenti, e in fondo sarà sempre perseguitata dalla consapevolezza tragica di quanto sia precaria e temporanea la sua trasformazione e dalla necessità di ricorrere sempre al siero per mantenere la sua nuova formà: in quelle occasioni a volte Satanik riflette su quanto le stanno costando, la sua bellezza e il suo potere, ma non vedremo mai rielaborazioni coscienti del trauma, segni di vero rimorso, o chiare spiegazioni che ci dicano se quegli incubi sono solo un effetto collaterale del siero, o un debolissimo tentativo della sua umanità residua di ribellarsi a ciò che Satanik è diventata. Quel che è certo è che nessuno di quegli incubi e allucinazioni innesca in lei rimorsi o ripensamenti, e se lo fa, lei di sicuro li schiaccia sotto il tacco fuori scena, come insetti fastidiosi.
Quegli incubi e allucinazioni sono il suo legame simbolico con Lady Macbeth, l’equivalente delle macchie di sangue sulle mani che lady Macbeth non riesce più a lavare via e la fanno impazzire. Ma nel caso di Satanik, quelle macchie non sembrano tormentarla più di tanto: se non può lavarle e farle sparire, le copre coi guanti e non ci pensa più.
E però, arrivati a questo punto, non c’è costruzione dell’empatia che possa più salvare o giustificare Satanik. Già al secondo, massimo al terzo numero, Satanik si è già bruciata tutto il credito di empatia costruito grazie alle sofferenze e ingiustizie che aveva subito fino a quel momento.
Se anche il lettore era stato con lei fino alla vendetta (chi esultando, chi un po’ turbato ma comunque comprensivo verso le sue motivazioni) ora la stampella dell’empatia costruita con la sofferenza ingiusta, non c’è più.
Ci pensa Satanik stessa a togliere di mezzo la stampella, togliendola al lettore con un calcio e facendola volare via, lasciando il lettore traballante davanti a una scelta: cadere a terra e lasciare la partita, ora che la stampella dell’empatia giustificata dalla sofferenza non c’è più?
Oppure guardarsi dentro, ammettere che questa Satanik è proprio quella che lo affascina in modo così irresistibile, e quindi appoggiarsi a lei e seguirla nella spirale di violenza, potere e piacere in cui Satanik sta per trascinarlo?
L’azzardo narrativo di Bunker e Magnus, qui, ha dello straordinario, perchè è una di quelle scelte che possono alienare definitivamente i lettori e causare il completo fallimento di un progetto editoriale: rinunciano a giustificare le azioni e la personalità di Satanik davanti al lettore (per almeno una trentina di numeri, poi vedremo che il discorso cambierà gradualmente, e che anche loro inizieranno a cercare dei modi per renderla più “accettabile”).

Eroina oscura senza (quasi) super-poteri
Punto al quale ho già accennato e che a mio parere costituisce uno degli aspetti più affascinanti e riusciti nella costruzione di un personaggio che, altrimenti, avrebbe potuto risultare troppo “overpower”: Satanik è un’eroina (quasi) senza super-poteri da eroina.
Ottiene una forza e agilità fuori dal comune, ma sempre nei limiti di una donna ben allenata, senza farne una She Hulk più sexy, e nemmeno una Black Widow capace di stendere a calci una quarantina di soldati armati fino ai denti senza nemmeno rovinarsi la messa in piega.
Satanik impara a combattere con armi fisiche (pugnali, coltelli da lancio, armi da fuoco) e col suo stesso corpo (arti marziali), ma resta sempre vulnerabile alla forza fisica altrui. Quando resta ferita, le ferite non spariscono convenientemente due pagine dopo e molto raramente fa ricorso al deus ex machina del siero portentoso per ripristinare la sua salute, come se fosse una pozione di D&D per recuperare i punti ferita.
Non è chiaro come acquisisca le sue capacità di combattimento: verosimilmente il suo addestramento avviene negli spazi narrativi “fuori scena”, tra un numero e l’altro. Nei primi numeri Satanik dedica i suoi sforzi alla creazione di una sua base di potere: acquisisce ricchezze, titoli azionari, proprietà immobiliari; allestisce laboratori per continuare le sue ricerche sul siero e potenziarlo. E, verosimilmente, si addestra (o viene addestrata).
Diventa micidiale nell’uso di tipiche armi da black ops e da “eliminazione silenziosa”, come pugnali, coltelli da lancio, cavi da strangolamento. Impara a usare (bene) le armi da fuoco. E lentamente, sempre più spesso, la vediamo capace di combattere a corpo libero. In questo, Satanik è molto più parente di Fujiko Mine e di Catwoman che di Supergirl e di una intera schiera di supereroine e villain dei fumetti dotate di poteri sovrumani.
E quello che ho apprezzato di più è che pur avendo una plot armor spessa come un muro in cemento armato (bisogna farla sopravvivere per 231 numeri) Satanik non è nè invincibile nè invulnerabile, anzi spesso viene messa in scacco non solo da avversari molto più forti di lei (rari), ma anche da avversari che sono semplicemente comuni esseri umani ma che sono riusciti a sfruttare le condizioni del momento contro di lei.
Le sue vere e principali armi sono la seduzione, la manipolazione, la pazienza nell’indagare e scoprire i punti deboli dei suoi avversari e la spietatezza nel colpirli usando proprio quei punti deboli per metterli in ginocchio. E quando combatte, è un’avversaria temibile, micidiale e imprevedibile, ma non invincibile né invulnerabile.
L’unico reale “superpotere” che Satanik acquisisce (verosimilmente da un antico testo di Magia Nera che si procura in uno dei primi numeri) è il potere di ipnotizzare con lo sguardo e indurre potenti suggestioni mentali, allucinazioni e incubi nelle sue vittime. Ma va riconosciuto che è un potere al quale non ricorre spesso: nelle mani sbagliate sarebbe potuto diventare un comodo deus ex machina per tirarla fuori da ogni problema e spianarle la strada a una facile vittoria nella maggior parte delle situazioni critiche. Invece Max Bunker (e anche gli altri sceneggiatori intervenuti occasionalmente) tengono sempre questo espediente limitato nelle circostanze di utilizzo, e spesso sembrano persino dimenticarsi che Satanik, volendo, quel potere ce l’ha e potrebbe usarlo.
E questa è personalmente una cosa di cui sono grato agli autori. Farle usare poteri troppo overpower avrebbe sminuito il personaggio. Satanik invece è affascinante anche e proprio grazie al fatto che la maggior parte dei suoi successi sono imputabili interamente a lei e alle sue capacità più puramente umane: manipolazione, seduzione, capacità di sfruttare i punti deboli altrui e, quando serve, combattimento fisico viscerale e spietato, senza deus ex machina che intervengono a risolverle i problemi evocando questo o quel superpotere.
Un’antieroina che si salva sempre dai guai ipnotizzando le sue vittime e convincendole a suicidarsi o ad andare in cerca di farfalle, sarebbe stata mortalmente noiosa.
Satanik invece ha un approccio al “problem solving” molto più fisico e probabilmente questa è una delle cose che i lettori apprezzano di più: un pugnale scagliato nella gola è molto più sexy (e personale) di un raggio della morte che fa sparire il nemico dissolvendolo in cenere.
Non a caso, quando nei numeri avanzati Satanik inizia a fare ricorso un po’ troppo spesso al famigerato specchietto laser che le permette di vaporizzare i nemici, il personaggio inizia a perdere qualcosa. La vittoria di Satanik inizia a diventare qualcosa di più scontato e prevedibile, un po’ come il classico “colpo finale” della super-arma del robottone gigante di turno nei cartoni animati anni 70, che puntualmente arriva alla fine di ogni puntata. Lo spettatore (e il lettore di Satanik, quando comincia a ricorrere troppo spesso allo specchietto laser per togliersi dai guai) ha imparato ad aspettarselo, e questo in qualche modo abbassa tremendamente il pathos. Oltre a rendere molto più “fantasy” il livello di violenza del fumetto, una riduzione di volume che era ovviamente funzionale al tentativo di salvare Satanik dalle ire della censura.

La reazione dei lettori: la polarizzazione
Quelli che erano rimasti con lei solo per la vendetta iniziale – quelli che speravano in una redenzione, in un “ora che sono bella e ho fatto giustizia dei torti subiti, sarò accettata e tornerò a essere una brava ragazza” o che al massimo si aspettavano l’avvento di una giustiziera dai metodi discutibili ma col cuore dalla parte giusta – scappano. Si spaventano, si disgustano, abbandonano il fumetto. Perché Satanik non è più una vittima che reagisce a una vita di soprusi e che si vendica per i mostruosi torti subiti. È diventata una predatrice consapevole e compiaciuta di essere una predatrice, una dark lady che uccide senza rimorsi, che gode del suo sadismo e della sua libertà sessuale senza chiedere il permesso a nessuno.
E nella testa di alcuni lettori, questo, beh, scusate ma è un po’ troppo. Una vera eroina non si comporta così… No, no, no.
Quelli che restano, invece – i lettori che ameranno e seguiranno le avventure di Satanik per dieci anni – sono arruolati al 100% e pienamente al fianco della “Rossa del Diavolo” (e, per parafrasare “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, con un enorme coniglio in tasca… o solo molto contenti di vedere Satanik in azione).
Non è banale erotizzazione della violenza e della sopraffazione, è una complicità intellettuale, trasgressiva, viscerale. Il piacere proibito di parteggiare per una donna che non chiede scusa e non cerca giustificazioni per il proprio piacere. Che non è vittima, non è angelo del focolare, non è nemmeno una giustiziera romantica. È una donna che usa il sesso come arma e come svago, che uccide con la stessa disinvoltura con cui si mette il rossetto, e che sorride mentre infila nella borsa i gioielli appartenuti al cadavere ancora caldo che ha appena lasciato sul letto.
Satanik diventa in quegli anni il sogno proibito, la paladina oscura di chiunque abbia desiderato mandare a quel paese l’ipocrisia perbenista dell’Italia degli anni Sessanta, e fa da catalizzatore perfetto per tutti i desideri inconfessabili nascosti sotto la patina della Dolce Vita e dell’Italia casa & chiesa. E questo è esattamente ciò su cui Bunker e Magnus si sono giocati la loro folle scommessa.
Non era una scommessa dall’esito scontato, per quanto il boom del noir iniziato con Diabolik e Kriminal promettesse bene. Esiste sicuramente un universo parallelo nel quale l’operazione è fallita disastrosamente, la maggior parte dei lettori ha detto «No, questo è troppo. Basta, non lo compro più.» E dopo altri tre o quattro numeri con vendite tentennanti o in perdita, il progetto editoriale viene chiuso nel dimenticatoio.
Poteva succedere, anzi era maledettamente probabile che accadesse, visto come funziona di solito l’empatia tra lettore e personaggio protagonista di una storia, e che il prodotto venisse rigettato perchè eccessivo, anche per un pubblico che iniziava ad apprezzare personaggi ambigui e a moralità “grigia”.
E invece la cosa assolutamente sorprendente è che, almeno per un po’, quella scommessa l’hanno vinta. Satanik diventa un fenomeno che nei momenti di picco supera le duecentomila copie mensili. Anche se è una di quelle tipiche vittorie che ti spingono a chiederti esattamente cosa hai vinto, e cosa hai scoperto del tuo pubblico (dei suoi gusti, dei suoi desideri più oscuri, e delle sue fantasie più segrete), e la risposta potrebbe anche lasciarti vagamente a disagio, come dopo aver scoperchiato una cripta che forse sarebbe stato meglio lasciare ben chiusa.

Il successo che porta alla sconfitta
Forse è un po’ una frase ad effetto, ma ritengo sia assolutamente verificabile che proprio nel successo inatteso di quella scommessa, sono racchiuse anche le chiavi per capire sia i guai (giudiziari, di censura, di condanna ed esposizione alla pubblica gogna) che il fumetto, gli autori e l’editore si attirarono, sia lo strano arco evolutivo che condizionerà Satanik come personaggio.
Qui entrarono in gioco due fattori fondamentali, ed entrambi innescati dal successo, ossia dalla consapevolezza che “è andata bene, e ora i lettori ne vogliono ancora di più”.
Primo rischio (interno): il pattern ripetitivo.
Satanik ha collezionato, dalla prima uscita nel 1964, all’ultima del 1974, duecentotrentuno numeri, ristampe incluse. Ma anche togliendo le ristampe, parliamo di qualcosa come oltre 200 numeri originali. È un arco di tempo e un numero di storie da sceneggiare e disegnare estremamente lungo, che copre dieci anni di uscite in edicola a scadenze bisettimanali.
Difficile pensare che si potessero riempire 231 numeri ripetendo sempre lo stesso pattern delle prime avventure, ossia: seduco → uccido → faccio fesso Trent → scappo col malloppo.
Alla lunga la ripetizione stufa, e finisce per stufare anche chi ha sviluppato un attaccamento morboso (se non un vero e proprio fetish) per quel pattern. È un po’ come quei giochi di ruolo basati sullo schema EUMATE: Entra Uccidi Mostro Arraffa Tesoro Esci. Dopo un po’ ti stufi di ripetere sempre la stessa quest all’infinito.
Max Bunker e Magnus capirono subito che per tenere vivo l’interesse per un personaggio come Satanik avrebbero dovuto iniziare molto presto a variare sul tema, e che non si sarebbero potuti sedere sugli allori, o chiudere Satanik in una ripetizione pigra sempre dello stesso pattern narrativo.
Il secondo rischio (esterno): la caccia alle streghe.
È una cosa che forse oggi fatichiamo a comprendere, soprattutto fatichiamo a comprenderne le implicazioni e conseguenze materiali, e quanto potessero essere pesanti per editore e autori. Non si trattava di “cancel culture”, o di qualche shitstorm sui social network dei giorni nostri, che diventa virale e boicotta un prodotto che non è piaciuto a questa o quella subcultura della rete, magari ridicolmente piccola ma molto rumorosa (e quindi capace di condizionare le scelte di editori troppo pavidi).
È una cosa che significava sequestri giudiziari, comparizioni in tribunale, interrogazioni parlamentari, multe, e potenzialmente anche condanne penali. Significava trovarsi la Polizia del Buoncostume che piomba in tipografia, chiude dentro a degli scatoloni tutti i numeri appena stampati e pronti per l’invio alle edicole, e se li porta via.
È un rischio legale ed economico estremamente concreto ed esistenziale, per un editore di fumetti, soprattutto per un editore “piccolo” come l’Editoriale Corno (“piccolo” per modo di dire: EC è stata una casa editrice gloriosa e che ha pubblicato titoli molto più famosi e mainstream), che non aveva le risorse e le protezioni bancarie e politiche di certi grandi gruppi editoriali (di cui non faremo il nome), che continuano ancora oggi a essere tenuti artificialmente in vita perchè politicamente utili, nonostante situazioni debitorie modello crack Parmalat.
Un “piccolo” editore, semplicemente, rischia di chiudere i battenti. E in quell’Italia, con quel clima di aperta e feroce ostilità da parte della politica e dell’establishment culturale, nessuno avrebbe mosso nemmeno un dito per un classico “salvataggio all’italiana” a spese dello Stato. Di sicuro non per salvare una casa editrice che aveva osato disegnare, e far amare al pubblico, personaggi come Satanik, Kriminal o Gesebel.
La pressione di questi due elementi spinse nel tempo Max Bunker e Magnus ad “aggiustare il tiro” e variare sul tema. Una cosa che di per sé, se fosse intervenuto solo il problema numero uno (pattern narrativi ripetuti troppo spesso), sarebbe stata non solo comprensibile, ma anzi necessaria e ottima in chiave di diversificazione narrativa e produzione di storie più interessanti.
Invece ciò che è accaduto, lungo l’intero arco di vita editoriale del fumetto, è qualcos’altro: una graduale riscrittura e castrazione del personaggio, per renderlo più innocuo, più accettabile, più digeribile ai bigotti che accusavano autori e casa editrice di corrompere la morale dei giovani.
E così quella che avrebbe potuto essere una evoluzione naturale e necessaria, si è trasformata in un annacquamento costante, fino ad arrivare a un completo tradimento del personaggio e della sua natura, nel punto più basso toccato dalla sua involuzione per renderla digeribile ai bigotti.
Tentativo che è servito a qualcosa, almeno? Ovviamente no. I moralisti non sono mai contenti, e continuarono a odiarla lo stesso e a desiderare di vederla bruciata in rogo, anche dopo che fu ammorbidita e annacquata. Perché di solito i fanatici bigotti non sono davvero interessati a trattare per arrivare a un “compromesso accettabile” e soprattutto non vogliono affatto la redenzione di chi “ha sbagliato”: vogliono vederti bruciare sul rogo, punto.

Cinque sfumature di Satanik
Ho cercato di delineare le fasi evolutive (o, piuttosto, involutive) del personaggio di Satanik e delle sue storie. Sia chiaro, non si tratta di fasi nettamente distinte o separate l’una dall’altra, con un numero di inizio e uno di fine fase. È stata una trasformazione graduale, con sovrapposizioni, accelerazioni, rallentamenti, dietro-front e riprese. Ma le “cinque sfumature di Satanik” sono abbastanza chiaramente identificabili.
Sfumatura 1: La Criminale Pura
Questa è la Satanik ancestrale. Quella più radicale e più vera nella sua natura di criminale senza giustificazioni né compromessi. Quella che molti lettori (me compreso) hanno amato di più per la sua potenza dirompente, come novità senza mediazioni e come perfetta incarnazione del noir, ma – questo va riconosciuto – anche la più problematica, dal punto di vista narrativo, da sostenere sul lungo periodo.
È una criminale sadica, sensuale e completamente amorale. Seduce, manipola, truffa, umilia e ammazza senza il minimo senso di colpa.
La catsuit rossa con scollatura assassina, con la fascia di tessuto dorato che le mette in risalto la vita da vespa e la silhouette mozzafiato, mantello nero e guanti neri lunghi fino al gomito, e tacco a spillo, è iconica: da un lato fa il verso ai costumi delle supereroine americane, dall’altro sembra fatta apposta per far venire un infarto ai monsignori e ai deputati democristiani.
La catsuit rossa in realtà sparisce in fretta: troppo vistosa, troppo irrealistica e troppo in stile costume da DC comics, per una criminale che in teoria vuole muoversi nell’ombra e passare inosservata, finché per la vittima non è troppo tardi. In questo, Magnus e Bunker dimostrano molto più realismo e consapevolezza dei limiti della “sospensione dell’incredulità”, rispetto a tanti loro colleghi americani. Quell’outfit iconico tornerà ogni tanto, per un po’ di sano fanservice ricorrente, ma per lo più Satanik passerà a outfit più funzionali che vistosi e scenografici. Inclusa una catsuit nera che continua a far sognare tutto quello che dovrebbe nascondere.
Abbastanza presto in questa fase, Satanik cerca soluzioni alla precarietà della sua trasformazione: va a caccia di manuali di magia nera, allestisce laboratori per i suoi esperimenti di biochimica fantasy-horror per ottenere una versione potenziata e più duratura del siero, e lungo la strada si imbatte in testi antichi che le permettono di acquisire effettivamente un “potere da supereroina”: la capacità di ipnotizzare e indurre suggestioni mentali potentissime. Non è un potere che userà spesso, ma ce l’ha.
In questa fase Satanik non ha bisogno di giustificazioni: uccide perché può, perché le piace, perché il potere le dà un piacere quasi sessuale. In un famoso episodio rischia una condanna alla sedia elettrica, e non si fa il minimo problema a trarre in inganno la giuria con una sosia che le somiglia abbastanza, e a mandare al patibolo una innocente (non proprio innocente, in realtà, ma rispetto a Satanik anche una criminale comune sembra Madre Teresa).
E se va di fretta, Satanik uccide senza rimorsi e senza perdere tempo con stordimenti e KO “per non colpire degli innocenti”: nella sua testa, nessuno è innocente. O comunque non gliene importa. Satanik in questa fase segue semplicemente la via più breve tra A e B, e chiunque si trovi sulla sua strada è un ostacolo da rimuovere senza rimorsi. Sei un ostacolo per me? Ti rimuovo: con un pugnale, un proiettile, un veleno, un collo spezzato con un calcio, o una presa di strangolamento.
In un mondo pre rivoluzione digitale che non ha computer, fax, archivi digitalizzati e sorveglianza elettronica, Satanik si muove come una predatrice micidiale, sfruttando le debolezze del sistema quasi senza lasciare tracce: mette le mani su eredità milionarie, acquisisce proprietà di locali notturni in sud america, immobili e titoli azionari, getta le basi del suo potere sul mondo, irridendo i tentativi delle autorità legali di sbarrarle la strada o anche solo di identificarla (eccezione: Trent che conosce il suo segreto, e le dà la caccia, mosso dalla sua ossessione per lei).
In questa fase per lei il sesso è solo due cose, perlopiù connesse: strumento di piacere personale, e arma di manipolazione delle sue vittime. Non c’è alcuna connessione emotiva coi suoi compagni di letto. L’unica eccezione è Alex Bey, un uomo che resta giovane grazie ai poteri di un dipinto (echi da “Il ritratto di Dorian Gray”) in cui Satanik riconosce quasi un suo “gemello nel male”, un predatore che è alla sua altezza e che è in grado di stare al passo con lei: di lui, lei si innamora davvero – a modo suo: possessivo e predatorio – ma quando la competizione fra i due predatori li mette in rotta di collisione inconciliabile, Satanik uccide anche lui senza pensarci due volte.
Trent è il suo grande e più acerrimo antagonista (anche perché lei gli ha prima sfregiato e poi ammazzato la fidanzata, una delle sorelle) e come antagonista è anche lui un personaggio senza compromessi. L’idea di qualunque patto o compromesso con Satanik è totalmente fuori dai suoi orizzonti mentali: se potesse, Trent invece di arrestarla la ucciderebbe volentieri con le sue mani, possibilmente in modo lento e doloroso.
E per Satanik è lo stesso: cerca di stare sempre un passo avanti e alla larga da Trent, ma quando proprio i loro cammini si incrociano, se solo vede l’occasione di ucciderlo, non ci pensa due volte e ci prova, a farlo fuori.
Non è una competizione ritualizzata come quella che contrappone Lupin e Zenigata. Il loro antagonismo è velenoso, sanguinoso, senza quartiere: nessun fair play tra rivali, nessun riconoscimento reciproco, solo scambi di colpi sotto la cintura appena possibile. E al sesto numero Satanik lo mette effettivamente fuori gioco, prima intrappolandolo in una rete crudele di inganni e incubi, poi uccidendolo. In realtà Trent non è morto (o verrà convenientemente resuscitato) e più tardi riprenderà a darle del filo da torcere.
Questa è a mio parere la fase più feroce, libera e onesta del personaggio. Pura dark lady senza redenzione e senza bisogno di giustificarla davanti al lettore.
Sfumatura 2: La Regina del Crimine (con le prime limature)
Qui forse gli autori iniziano a sentire il fiato sul collo. Il pattern “seduco-ammazzo-arraffo-sparisco” rischiava di diventare ripetitivo, ma soprattutto le prime denunce iniziavano ad arrivare. Iniziano i primi sequestri, le parcelle degli avvocati, il pubblico linciaggio morale sui giornali e dai banchi parlamentari.
Allora gli autori cominciano gradualmente a fare una cosa che avrebbe potuto essere interessante, se non indispensabile, ossia introducono antagonisti che mediamente sono più schifosi di lei (per farla sembrare più accettabile per contrasto) e le danno un compagno ricorrente, Max Lincoln, un trafficante di gioielli: affascinante, spiritoso, ambiguo e “grigio” quanto basta, che un po’ la detesta, un po’ la subisce, un po’ non riesce proprio a stare senza di lei. E che diventa il suo compagno/complice/scopamico ricorrente. Una relazione tossica e surreale fatta di sesso, tradimenti, botte (nel senso che lei mena lui), e riappacificazioni temporanee, complicità a volte forzata a volte consensuale, e sempre con un sottofondo di humor nero molto gradevole e divertente. E la cui funzione è inequivocabilmente quella di dare a Satanik un volto più umano e tridimensionale, meno da nichilista assoluta.
L’importanza di Max Lincoln è spesso sottovalutata: Max fa in realtà un lavoro splendido nel dare al lettore un appiglio ancora più forte per restare legato a Satanik, perchè in un certo senso rompe la “quarta parete”, diventandouna specie di proiezione/incarnazione del lettore, che vede sé stesso riflesso nelle pagine del fumetto: sta al fianco della Rossa, un po’ la subisce e un po’ ne è terrorizzato, ma ne resta complice fino in fondo e soprattutto ne è così affascinato e arrapato che non riesce proprio a fare a meno di lei. E il tocco di humour nero che condisce sempre la loro relazione rende il tutto ancora più intrigante e convincente.
Questa fase è ancora molto interessante. Satanik resta indiscutibilmente lei, resta cattiva, spietata e sensuale, anche se comincia già a perdere qualche spigolo più affilato. Non è più una predatrice assoluta e in un certo senso diventa persino più “vera”: ora ha un “uomo nella sua vita”, anche se umoristico e disfunzionale. La violenza scende di livello, pur senza snaturarsi del tutto: meno uccisioni gratuite se Satanik non ha un motivo specifico per uccidere, più KO a suon di arti marziali; e quando deve uccidere, comunque Satanik continua a uccidere senza pensarci due volte e a godere del potere che esercita.
L’aspetto più evidente della sua trasformazione però è che cambiano i suoi “bersagli”. Nella prima fase Bunker e magnus non si preoccupavano più di tanto di rendere odiose le vittime prescelte da Satanik, si limitavano a renderle meschine e caricaturali quanto bastava per renderle i bersagli ideali di Satanik: l’importante era che fossero ricchi, arroganti e stupidi, l’incarnazione perfetta del borghese arricchito e arrogante che Satanik adora umiliare prima di distruggerlo.
Satanik invece ora comincia a prendere di mira (quasi) solo bersagli che sono delle vere e proprie carogne: narcotrafficanti, mafiosi, gang violente, neonazisti, politici corrotti e meschini che affamano il loro popolo, trafficanti di schiavi, mariti violenti e oppressivi.
Della serie: guardami, lettore (e guardami, deputato democristiano): mi disegnano ancora cattiva, ma vedi? Mi sto impegnando per fare pulizia e rendere il mondo un posto migliore, facendo fuori delle merde umane. Certo, continuo a divertirmi un mondo e a essere una sadica elegante e compiaciuta, ma in fondo non sono proprio così cattiva, c’è chi è molto peggio di me. E sono quelli, che io uccido.
Questa prima evoluzione non sarebbe stata un dramma, dava comunque varietà alle trame e in un certo senso rendeva Satanik “più vera” e meno incarnazione astratta (ma supersexy) di un archetipo di Dark Lady “cattiva perchè sì“.
Sarebbe bastato davvero poco per far uscire di nuovo, ogni tanto tra un numero più “safe” e l’altro, la vera Satanik. Tanto per non dimenticarsela. E questa seconda versione leggermente normalizzata avrebbe comunque costruito una cornice narrativa molto interessante in cui muoversi.
Il problema è che invece, sul lungo periodo, è stato solo l’inizio di una serie graduale di compromessi per annacquarla e renderla accettabile: problematico, perchè quando inizi a negoziare con certe schiere di bigotti, non sarà mai abbastanza per loro.
La cartina di tornasole? Trent: in un certo senso è lui, prima ancora che Satanik, a essere la vittima peggiore di questa prima fase di normalizzazione. Da antagonista implacabile, che la odia e la strangolerebbe volentieri col filo spinato o coi cavi dell’alta tensione, diventa un antagonista più “normalizzato” e occasionalmente si trova addirittura alleato forzoso di Satanik.
Non vengono levigati solo gli spigoli di Satanik. Finisce sotto la naftalina normalizzatrice anche il conflitto col suo antagonista principale, un conflitto gradualmente smussato e privato degli spigoli più bui e taglienti, e riportato nell’alveo del guardie & ladri, del più neutro e rassicurante “poliziotto contro criminale”, ma senza tutto il carico pregresso di veleni, rancore irriducibile, e ossessione scabrosa.
Un conflitto velenoso, doloroso, al vetriolo, viene ridotto un poco alla volta a gioco di ruolo delle parti e distillato di tutta la componente emotiva più disturbante, velenosa e viscerale. Diventa Zenigata contro Lupin, quasi comico nella sua ritualità innocua.
Sfumatura 3: La fase horror, Buffy in bianco e nero
Qui la discesa si fa ripida e l’involuzione di Satanik verso il modello “relatable bitch” subisce una improvvisa accelerazione, ed entriamo proprio in quella fase che nella memoria di qualcuno ha consacrato Satanik come “fumetto horror”. A onor del vero il tema horror non arriva di colpo, già nei primi cinque numeri c’è qualche accenno (Satanik mette le mani su un antico testo di magia nera e acquista poteri ipnotici) e col tempo il filone horror prende il sopravvento. Il filone “criminale” non viene mai del tutto abbandonato, ma passa in secondo piano, e in certi numeri viene proprio dimenticato e quello che era solo un tema secondario e marginale, gradualmente diventa centrale nelle avventure di Satanik.
I nemici umani più cattivi di lei non bastano ancora a giustificarla agli occhi della morale perbenista, della brava mamma preoccupata che il figlioletto diventi cieco a furia di leggere le avventure scandalose di quella dissoluta svergognata di Satanik, e agli occhi dello zelante deputato democristiano.
Quindi gli autori iniziano a darle mostri a palate, come antagonisti: sette sataniche, stregoni, zombie, licantropi, mutanti e soprattutto il Barone Wurdalak, signore dei vampiri ricorrente e nuovo antagonista principale.
Lei stessa da esperimento scientifico sfuggito al controllo diventa – quasi all’improvviso, senza una spiegazione plausibile – una sorta di figura mistica, esperta di stregonerie, controstregonerie e caccia alle creature dell’Oscurità, un’antenata in bianco e nero di Buffy Ammazzavampiri o una Martin Mystere con le tette.
Che più o meno è come iniziare a leggere un romanzo di fantascienza militare, e poi trovarti improvvisamente a leggere le avventure del mago di secondo livello che casta l’incantesimo di charme contro un goblin, perchè improvvisamente il succo della storia è diventato abbattere l’Oscuro Signore, e impedire che gli orchi conquistino il mondo e si mangino tutti i nostri bambini… e tu proprio non riesci a ricordarti, esattamente, a che pagina la storia ha cambiato completamente registro e genere narrativo.
Per carità noir, crime e horror sono generi contigui e parzialmente sovrapponibili. Ma in molti la “virata” netta in senso horror e “eroina che combatte i mostri” inizia a essere percepita come un allontanamento eccessivo dalle premesse (e promesse) iniziali del fumetto.
E qui c’è qualcosa di molto sottile, e subdolo perché mai dichiarato esplicitamente, che cambia radicalmente la percezione del personaggio: Satanik passa dall’essere una minaccia per la società, a scudo che protegge la società dai mostri. Non è un cambio dichiarato esplicitamente, forse – anzi sicuramente – non è nelle intenzioni di Satanik, ma è ciò che fattualmente accade. E proprio perché non accade in modo dichiarato, all’inizio quasi non viene nemmeno percepito. Ma il sottotesto della trasformazione radicale di Satanik in qualcos’altro, per chi vuole leggerlo, é già lì davanti agli occhi.
Perlomeno viene preservata la spietatezza cinica di Satanik, questa non viene mai meno. Non ci viene mai sbattuto sotto il naso che Satanik sia diventata improvvisamente “buona” e in lotta contro l’Oscurità per ragioni etiche (il che spiega probabilmente perchè le persecuzioni del fumetto proseguirono imperterrite).
Però, la direzione sembra quella, e ci sono anche tanti (troppi) indizi del tentativo di usare questo “dirottamento di genere verso l’horror” per renderla più accettabile. Indizi che il problema di fondo e la soluzione scelta sia «ok, ci odiate perché è una criminale sadica? Allora facciamole ammazzare mostri, così magari la smettete di romperci i coglioni». Che sa un po’ di resa a un nemico col quale, almeno, per un po’ si era cercato sì di negoziare, ma mantenendo ben saldo il punto.
E ancora una volta, la cartina tornasole del cambiamento in corso è di nuovo il suo vecchio antagonista, Trent.
Trent smette definitivamente di essere l’antagonista irriducibile e un pericolo per Satanik, perchè ormai c’è il cattivissimo vampiro Wurdalak che mette d’accordo tutti. E anzi, sempre più spesso Satanik e Trent saranno costretti a collaborare in nome di un “bene superiore” o della lotta a un “nemico peggiore”.
Un po’ come in quei film di fantascienza in cui gli alieni sono una minaccia talmente orribile e mostruosa che persino un criminale di guerra nazista, un serial killer e uno sfruttatore di schiavi bambini, al confronto, possono essere redenti e diventare patrioti dell’Umanità da salvare: perchè di fronte a nemici così mostruosi, chi si metterebbe mai a fare lo schizzinoso su qualche piccolo crimine del passato?
Per Trent la fidanzata sfregiata e poi uccisa diventa acqua passata, come se non fosse mai successo. È più importante far contento il deputato democristiano, ed evitarsi un’altra interrogazione parlamentare o un altro sequestro giudiziario, che restare fedeli ai personaggi e alla loro storia.
L’unico punto apprezzabile è che ci viene almeno risparmiato lo scivolone nella dinamica “enemies to lovers” da romanzetto dark romance young-adult, e della forza dell’amore che redime tutti. Nel clima di oggi forse Max Bunker e Magnus ci sarebbero cascati (o li avrebbero costretti a cascarci, per evitare le shitstorm di qualche booktoker).
E così Satanik da regina del crimine diventa sempre più spesso una cacciatrice di mostri e creature soprannaturali. Da criminale sadica e nichilista si trasforma in una specie di paladina dark, che salva il mondo dai mostri, anche se per farlo non rinuncia mai ai suoi metodi.
La violenza stessa diventa meno viscerale e più “fantasy”: addio strangolamenti, addio fucili infilati in bocca prima di tirare il grilletto, addio raffica di mitra sparata a bruciapelo nell’addome, addio calci che spezzano il collo, addio pugnale piantato nella schiena o nello stomaco. Addio, o quasi, perchè entra in scena lo specchietto laser per vaporizzare magicamente i nemici.
Anche qui il cambiamento non è completo nè improvviso, ma l’effetto principale è che il livello di violenza del fumetto scende di un ordine di grandezza: lo specchietto laser spara un lampo di luce e… Puff. Il mostro (a volte anche nemici umani) si dissolve in cenere. Molto più pulito, indolore e a prova di famiglie. E poi, tanto, sono solo mostri, comparse inutili e anonime come gli Stormtrooper imperiali di Star Wars o gli zombie di Resident Evil. Quando proprio va male male, Satanik è costretta ad ammazzare qualche vampiro con l’immancabile paletto di frassino.
In questa fase Satanik è ancora Satanik, ma si sente che hanno già cominciato a limarle unghie e denti: perde gran parte della sua unicità, per trasformarsi definitivamente in qualcos’altro, più innocuo e in linea con la tradizione borghese della supereroina che salva il mondo dai mostri cattivi… però continua a muoversi in una zona grigia (molto più nera che grigia), e mantiene ancora la sua natura di criminale senza (troppi) scrupoli.
Fase 4: Il tradimento definitivo (Satanik agente governativa)
In questa fase si raschia davvero il fondo del barile. Verso la fine la arruolano forzatamente come agente governativa americana, per farle fare i lavori sporchi. Ma, beninteso, non le assegnano mai i veri lavori sporchi che fanno veramente i servizi segreti americani in quegli anni di guerra fredda (tipo reclutare e addestrare assassini e criminali insegnando loro come torturare, fare terrorismo e condurre la “guerra sporca” ai danni di popolazioni e governi ritenuti ostili al governo stelle & strisce): le fanno solo dare la caccia a narcotrafficanti e altra gentaglia che, a eliminarla, tira un sospiro di sollievo pure il deputato democristiano che brucerebbe volentieri Satanik sul rogo.
Da fuorilegge libera e pericolosa, Satanik diventa una Nikita di seconda mano, ma senza il fascino tragico di Nikita. Nikita è una che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, viene scambiata per una assassina, e la addestrano a diventare davvero un’assassina per conto dello stato (o meglio dell’ordine mondiale occidentale).
Satanik no, fa l’esatto opposto: semplicemente diventa una cattiva messa al guinzaglio dello Stato e viene arruolata a forza nello schieramento dei “buoni”, ma senza una vera e propria costrizione giustificabile: Satanik non ha un solo motivo che la obblighi a restare, potrebbe sottrarsi in qualunque momento a quest’obbligo di servire il governo, e tornare alla vita che preferisce. Ma non lo fa, perchè la decisione non è veramente sua, è di chi la disegna e sta solo cercando di renderla più accettabile per proteggerla dalle ire dello zelante deputato democristiano.
Persino il povero Trent viene definitivamente neutralizzato (non può più nemmeno provare ad arrestarla senza fare la figura del cretino patentato, del pasticcione che si mette nei guai perchè finisce a giocare a un tavolo troppo grande per lui).
E per rendere il tutto più digeribile, e aggiungere un tocco di comicità da sitcom, ci infilano pure dentro qualche crossover leggero, chiamando come comparse alcuni personaggi comici presi in prestito da Alan Ford, forse nella speranza di rubare un po’ di quel pubblico, più leggero e settato su atmosfere più “solari” e più sfacciatamente comiche.
Questa fase rappresenta a mio parere il tradimento definitivo e più doloroso del personaggio, e di quello che rappresentava: hanno preso una pantera, letale e ribelle, e l’hanno trasformata in una dipendente statale, una burocrate che fa lavori sporchi-ma-non-troppo per il governo. Ossia l’hanno messa al guinzaglio proprio dell’ordine sociale di cui lei era, e avrebbe dovuto restare, una antitesi inconciliabile.
E poi l’hanno circondata di comparse comiche prese in prestito da un altro fumetto, e messo le risate pre-registrate di sottofondo, forse per rendere meno imbarazzante il silenzio attonito dei lettori storici.
Tristissimo, e le note umoristiche portate dai personaggi di Alan Ford non bastano ad addolcire la pillola, per chi amava “quella Satanik là”. Cosa resta della Satanik delle origini? Che si tiene qualche gioiello, dopo aver diligentemente neutralizzato il bersaglio indicato dal governo?
Patetico, che una donna che incarnava la ribellione assoluta, l’antagonismo totale (personale, strumentale e nichilista, non ideologico) dell’ordine borghese, finisca a timbrare il cartellino per lo Zio Sam, il tutto solo per arruffianarsi i parlamentari democristiani troppo zelanti.
È come se avessero preso il sogno proibito di una generazione e gli avessero messo una cravatta, il collare da chierichetto e un badge da dipendente pubblico che deve timbrare il cartellino a fine orario di lavoro.
Si tratta della resa definitiva, a mutande calate e con la bandiera bianca sventolata, davanti al deputato democristiano.
Fase 5: Il tentativo (tardivo) di dietro front e di tornare alle origini
Verso la fine della serie, probabilmente consci del fatto che, nel tentativo di mettere Satanik al riparo dalle critiche e attacchi dei bigotti, avevano massacrato il loro stesso personaggio, Bunker, Magnus e gli sceneggiatori successivi provarono a fare marcia indietro.
Forse si iniziava a sentire anche un po’ di stanchezza: le uscite in edicola erano sempre più spesso ristampe dei vecchi numeri, le nuove storie originali erano poche. E come avrebbe potuto essere diverso? Sei un artista e se la tua arte la pieghi costantemente alle pretese di qualcuno che te la snatura, e finisci a disegnare e scrivere di un personaggio che non senti più tuo, le idee brillanti smettono di arrivare, il piacere di dare vita alle storie crolla a picco, e prima o poi sei tu stesso a desiderare di sparare il colpo di grazia alla tua stessa creatura, perchè non la riconosci più e vuoi vederla smettere di soffrire inutilmente.
Satanik in quest’ultima fase viene riportata (almeno in parte) sul lato oscuro del crimine. Ritorna la freddezza calcolatrice, la capacità di uccidere senza pensarci due volte (anche se, di nuovo, il livello di violenza è molto più sfumato e mantenuto in una cornice accettabile, più arti marziali che pallottole e pugnali), e torna saltuariamente persino l’iconico costume rosso originale, quello con la scollatura assassina che aveva fatto infuriare mezza Italia dieci anni prima; ma visto che ormai siamo negli anni 70, invece della scarpa décolleté con tacco a spillo, arrivano gli stivaloni alti a mezza coscia e gli occhiali da sole scuri, che citando Battiato fanno tanto “carisma e sintomatico mistero“, e torna anche a fare il verso esplicito alle eroine d’oltreoceano.
È un tentativo sincero e quasi disperato, di salvare il salvabile. Le mettono accanto anche Kriss Hunter, un complice ben più tosto, sfaccettato e spigoloso del vecchio Max Lincoln, che fa il suo lavoro per ridare credibilità e gravitas a un personaggio annacquato e contaminato dalla comicità alla Alan Ford: con Kriss c’è chimica, sesso, complicità criminale.
E c’è anche un coraggio notevole, nell’aver scelto un personaggio di colore come compagno di Satanik, in quegli anni, e averne fatto una relazione molto più matura e più seria, più vera di quella un po’ surreale che Satanik aveva con Max Lincoln. Un coraggio culturale, in quel contesto storico, che fa impallidire l’inclusivismo da algoritmo a costo zero di certe regie contemporanee.
Però si sente nell’aria che ormai qualcosa si è “rotto”, sia nella capacità degli autori di produrre storie all’altezza del personaggio, sia nel rapporto coi lettori; rotto se non definitivamente spezzato, dopo dieci anni di compromessi al ribasso (e con un’Italia che in quei dieci anni era pure cambiata profondamente e forse aveva anche perso quel fascino del proibito che il noir prometteva).
La goccia che (forse) fece traboccare il vaso: il Walzer dei disegnatori
Ai problemi legati allo snaturamento del personaggio si aggiunge un problema di natura grafica e di tecnica dei disegni. Credo che ad aver contribuito alla disaffezione dal fumetto di una parte dei lettori storici, sia stato anche un certo “walzer dei disegnatori” che iniziò a verificarsi da un certo punto della serie in poi.
Dopo il numero 140 iniziano ad apparire sporadicamente (ma via via sempre più spesso) numeri che sono evidentemente disegnati da una mano diversa da quella di Magnus.
Pochi, all’inizio, ma dopo il numero 160 la cosa diventa estremamente frequente, arrivando a periodi in cui tre, quattro, sei numeri di fila sono disegnati da una mano che non è quella di Magnus, che aveva fatto innamorare i lettori di Satanik non solo per i contenuti ma anche per le forme.
Chiariamo subito un punto: non è solo questione di bravura o di stile: il problema fu che il walzer dei disegnatori si è tradotto in un tradimento dell’identità grafica di Satanik, che era parte integrante del personaggio tanto quanto la sua cattiveria e sensualità caratteriale.
E se in un fumetto – che è e resta un’arte visiva – oltre a tradire il personaggio sul piano narrativo, demolisci anche la sua identità grafica, hai perso tutto.
Magnus stesso non ha avuto uno stile uniforme. Nei primi numeri si vede che sta ancora prendendo confidenza con il soggetto. All’inizio Satanik è già riconoscibile, ma i tratti sono ancora “immaturi”, non perchè brutti o imprecisi (anzi si vede già benissimo il talento unico di Magnus), ma perchè si vede quanto i suoi tratti cambiano ed evolvono, in un arco di tempo relativamente breve, per avvicinarsi alla “Satanik standard” che è rimasta più impressa nella memoria dei lettori: tratti decisi, occhi grandi e intensi con lunghe ciglia, sopracciglia eleganti ma ben marcate, naso dritto, bocca generosa e sensuale; e uno sguardo ed espressioni che avevano un non-so-che di caratteristico e di solo suo, e che rivelavano tantissimo della natura del personaggio e sembravano promettere “piacere proibito, guai & morte” nello stesso tempo; un design facciale inequivocabilmente femminile, nel quale non c’è un singolo elemento che spicchi per tecnica raffinata (lo “stile Alan Ford” si respira anche in Satanik ovviamente), ma nel quale prevale comunque un generale equilibrio estetico elegante, che rende iconica la “faccia di Satanik” (ne ho inserito un esempio proprio a fine articolo).
Nei numeri a serie inoltrata, in cui il pennino passa di mano a qualcun altro, quello a cui si assiste è una generale brutalizzazione dei disegni sotto tutti i punti di vista.
Brutalizzazione nell’uso del contrasto, che diventa ancora più violento e aggressivo che nel Magnus maturo; brutalizzazione delle scene, che perdono dettagli e diventano spesso sfondi anonimi intercambiabili. Tratti facciali e corpi che in generale si brutalizzano come se fossero disegnati da qualcuno che non ha mai aperto un manuale di anatomia per disegnatori (oppure da qualcuno che ha deciso di ignorare gli standard più comuni e riconoscibili di bellezza femminile in un fumetto).
Ed è qui che probabilmente il lettore affezionato si stranisce (o molto più probabilmente si incazza come una bestia), dopo 150 numeri in cui si è abituato a una Satanik dura ma elegante, sensuale e inequivocabilmente femminile… e quello che gli viene messo sotto il naso, quando apre il fumetto, è una scaricatrice di porto col mascellone, una bocca enorme ma molto lontana dall’essere sensuale, zigomi e mascelle troppo marcati, occhi totalmente diversi, che per espressione comunicano più “pesce bollito” che “posso sedurti o ucciderti (o entrambe le cose) con la stessa facilità”.
I nuovi disegni insistono in modo imbarazzante su un mento massiccio e un profilo facciale mascolino e brutale, e talvolta si ha persino la netta impressione di disegni venuti male e grezzi non per imperizia del disegnatore, ma per semplice fretta e pressapochismo.
Lo “stile Alan Ford” può non piacere a qualcuno, qualcuno lo può considerare più adatto a fumetti comici che a un noir, ma di sicuro non ha mai impedito a Magnus di disegnare splendidamente il corpo femminile. In particolare quello di Satanik (o della sua “cugina spaziale” Gesebel).
Quando il pennino passa di mano, si passa a una struttura corporea da scaricatrice di porto e a posture da primate che non ha ancora deciso se vuole fare il salto evolutivo, e imparare finalmente a camminare in posizione eretta, o restare un quadrumane ancora per un po’. Alcuni dei disegnatori che si alternano (altra pessima scelta) fanno meglio di altri, ma nessuno è all’altezza di Magnus. In generale quello che succede è che è come passare dall’eleganza della scultura di Paolina Bonaparte del Canova, a una scultura in cemento armato del brutalismo sovietico di metà secolo scorso.
Magnus, che nel frattempo lavorava anche ad altri progetti, non abbandona mai del tutto Satanik, ma i suoi contributi personali si diradano sempre di più nel tempo e l’ultima cinquantina di numeri è un continuo walzer di mani e stili che si alternano nel seppellire l’identità grafica di Satanik sotto badilate di bruttezza.
Nell’ambito dei fumetti è una cosa comunissima che in un lungo arco di tempo e di pubblicazioni, un personaggio cambi parzialmente stile e tratti nel modo in cui viene disegnato. Basti vedere, per esempio, quante versioni ha avuto Catwoman. Io posso anche dire che “la mia Catwoman preferita è quella disegnata da Jim Balent”, ma se nel suo nucleo il personaggio resta sé stesso senza essere stravolto, i lettori per quanto affezionati a uno stile di disegno, accettano il cambiamento e continuano a seguire le avventure della loro ladra preferita.
Qui, invece, tradimento narrativo del personaggio e tradimento grafico, si sono sommati con un effetto prevedibilmente letale sull’affezione dei lettori e probabilmente il “walzer dei disegnatori” è stato solo il colpo di (dis)grazia finale che ha fatto fallire definitivamente il tardivo sforzo di risollevarne le sorti.
Non si è trattato solo di “disegnata bene o disegnata male” ma di un tradimento grafico parallelo a quello narrativo: Satanik disegnata col suo mix iconico di femminilità elegante, sensuale e aggressiva, era una identità riconoscibile e unica, parte del personaggio non meno del carattere, non solo “un modo di disegnarla”. Lo stile di disegno avrebbe anche potuto cambiare, ma la perdita totale di quest’identità grafica, in un fumetto, non è stata meno grave della sua perdita di identità narrativa.
Troppo poco, troppo tardi. E l’Italia nel frattempo era molto cambiata
Era comunque troppo tardi, ormai. Ovviamente la manovra di salvataggio tardivo non funzionò, il pubblico si era ormai diviso e stancato. Molti dei lettori storici avevano già abbandonato durante la fase agente governativa, delusi dal continuo stravolgimento del personaggio. E probabilmente il “walzer dei disegnatori” non fece che acuire il distacco.
E quanto alla possibilità di attirare nuovo pubblico, anche lì fu un disastro: i nuovi lettori, cresciuti con fumetti più leggeri o più esplicitamente erotici, non avevano la stessa fascinazione per quella dark lady degli anni ’60. Troppo ambigua e disturbante, e troppo moralmente problematica per essere davvero “per tutti”; e al tempo stesso troppo poco esplicitamente erotica, per riuscire ad arrapare chi cercava il nudo sbattuto in faccia o “storie” puramente erotiche: chi voleva erotismo di un certo tipo si buttava direttamente sull’erotico o sui fumetti porno, magari “migrando” verso serie di noir-erotico parallelo, come ad esempio Jolanda de Almaviva, Isabella , Lucrezia e Jacula (anche loro guarda caso avventuriere spregiudicate, a cui paradossalmente proprio Satanik aveva fatto da apripista pur non essendo un fumetto erotico) e qualche anno più tardi sui manga ecchi e hentai che iniziavano ad apparire dal Giappone.
Satanik, pur provocante e sensuale in modo disturbante com’era, non è mai stata un fumetto erotico e non poteva in alcun modo soddisfare quel tipo di domanda.
E invece chi voleva eroine più tradizionali, aveva decine di alternative a disposizione sul mercato, soprattutto quello d’oltremare che ne sfornava di nuove ogni anno, spaziando dall’eroina classica a quella “a moralità grigia” ma cento volte più accettabile di Satanik (e con alle spalle tutta la potenza commerciale dei fumetti d’oltreoceano).
Tutta la catena di annacquamenti, normalizzazioni e sterilizzazioni subite, non bastava a rendere Satanik una concorrente credibile per eroine che nascevano già per essere eroine più “pulite”, senza doverle richiudere a forza di martellate dentro una gabbia moralmente rispettabile.
In un certo senso Satanik finisce in un limbo ormai spopolato dal suo pubblico originario, una sorta di no man’s land commerciale depressa e disabitata come una zona smilitarizzata: forse se fosse riuscita a tenersi almeno il suo pubblico, avrebbe potuto sopravvivere e trovare il modo di adattarsi, ma i ripetuti tradimenti (narrativi e grafici) del personaggio resero impossibile anche questo tipo di sopravvivenza basato sul mantenersi almeno la propria nicchia di lettori affezionati.
Ma quello che era cambiato era anche e soprattutto il clima generale. Il noir era stato figlio delle fantasie segrete e inconfessabili degli anni spensierati del boom economico. Quel tempo era passato da un pezzo e la spensieratezza aveva lasciato spazio a disillusione, paura, incertezza. Un clima completamente diverso.
Forse c’entravano anche il disgusto e la paura collettiva innescati dal terrorismo; forse di sangue e violenza se ne vedevano già a sufficienza ogni giorno, senza bisogno di doverseli immaginare in un fumetto.
La violenza trasgressiva del noir aveva smesso di essere sexy e liberatoria, per chi era stato immerso nel clima spensierato ma un po’ bigotto dei primi anni 60, e ora attraversava anni molto più cupi: di noir, in quegli anni, se ne vedeva già più che abbastanza, semplicemente guardando fuori dalla finestra o trovandoselo sbattuto in prima pagina ogni mattina.
Il filone stesso del fumetto nero, ormai, stava morendo, abbondantemente superato dalla realtà (e in modi molto più dolorosi e tutt’altro che sexy o trasgressivi). Di quell’intero filone, l’unico che sopravvisse fu il capostipite ancestrale, Diabolik. Più stilizzato, più “mainstream borghese”, meno radicalmente disturbante e – se paragonato a quanto fu scandalosamente disturbante Satanik – infinitamente meno “sovversivo” e più facile da riciclare e da rinnovare senza tradire davvero i propri lettori e il personaggio.
Satanik e il femminismo: emancipazione senza bollino di qualità etico
Qui facciamo una digressione quasi obbligata, perché ha a che fare con l’eredità lasciata da Satanik.
Satanik fu un fumetto femminista?
No, decisamente no. Satanik urla emancipazione e agency femminile da ogni pagina, ma non urla femminismo, soprattutto non il femminismo contemporaneo. Satanik e il femminismo sembrano correre su due binari paralleli, lanciati contro lo stesso bersaglio, ma su linee che non si incroceranno mai.
Oggi è di moda rileggere ogni personaggio femminile forte del passato come “proto-femminista”, che si tratti di personaggi storici o di personaggi appartenenti alla dimensione dell’immaginario.
Satanik è la dimostrazione vivente di quanto questo esercizio possa essere ridicolo e fuori luogo, anche se applicato solo a un personaggio dei fumetti.
Max Bunker e Magnus non stavano facendo militanza. Non stavano costruendo un modello positivo di emancipazione. Satanik non è stata pensata per fornire un “modello di donna emancipata” spendibile in un dibattito femminista. Proiettare su di lei le aspettative del femminismo attuale – sorellanza, rappresentazione positiva, agency eticamente orientata – la tradirebbe e farebbe persino più danni della censura democristiana dell’epoca.
Satanik non è femminismo, ma condivide col femminismo la sua radice di emancipazione e libertà al femminile. In un certo senso è l’incarnazione estrema, spuria e inquietante di un desiderio di autonomia, emancipazione, libertà e potere femminile, che stava emergendo proprio in quegli anni.
La sua emancipazione però non è liberatoria nel senso collettivo, né tantomeno “etica”. È predatoria, carnivora, cannibalesca. Non chiede il permesso. Non cerca approvazione. Non si giustifica, nemmeno con le altre donne. Prende ciò che vuole — sesso, soldi, vendetta, potere — e se ne frega altamente del giudizio altrui, maschile o femminile che sia.
Ed è proprio qui che, dopo aver fatto schiumare di rabbia bigotti e fan del patriarcato negli anni sessanta e settanta, riesce a diventare inaccettabile e scomoda anche per il femminismo contemporaneo.
Satanik oggi da un lato si attirerebbe le accuse di internalised misogyny, body-shaming e abilismo (per la luce negativa e di rifiuto sotto cui viene messa la povera e brutta Marny Bannister originaria) e “oggettificazione del corpo femminile” e totale assenza di “agency eticamente orientata” della Satanik post-pozione.
Dall’altro con la sua estetizzazione della violenza e l’assoluta assenza di orizzonti morali dell’agire di Satanik susciterebbe le ire di chi propugna un femminismo civico e militante, basato su sorellanza e proposizione di valori positivi e “politicamente corretti”.
Vediamo in dettaglio i motivi principali:
La sua sessualità: in Satanik, con tutto che non è mai stato un fumetto erotico, è iper-esplicita e lei se ne compiace senza il minimo senso di colpa o “sguardo critico”, al punto da suscitare il (fondato) sospetto che tanta sessualizzazione consapevole sia più il frutto di una proiezione di desideri maschili, che di una volontà di emancipazione femminile.
Satanik usa il proprio corpo e la propria bellezza per prendersi il piacere che desidera, ma anche per manipolare e distruggere, senza retorica di empowerment consapevole. La sua è pura predazione sessuale. E questo metterebbe a disagio sia il femminismo sessuopositivo (troppa violenza, troppo uso manipolatorio del sesso), sia quello più pudico e moralista (troppo esibizionismo, troppa sudditanza al male gaze).
La violenza: per lei non è solo uno strumento, è anche fonte di gratificazione e piacere. Il femminismo mainstream oggi tende a rigettare la violenza anche come strumento, salvo in caso di legittima difesa, figurarsi accettarla come forma di piacere. Satanik in questo è oltre qualunque confine accettabile: uccide per piacere, non per necessità. Non solo: lo fa con sadismo, con estetica, con godimento. Questo la rende inassimilabile a qualsiasi narrazione edificante, e la espone ulteriormente al sospetto di rappresentare una proiezione di fantasie maschili sulle “donne forti”, piuttosto che esprimere soltanto agency aggressiva al femminile.
Assenza di solidarietà femminile e orizzonti politici: Satanik non dimostra alcuna solidarietà di genere: uccide anche donne senza rimorsi, non cerca alleate, non costruisce né cerca sorellanza. L’emancipazione per lei è una presa di potere personale e individuale, non lotta collettiva. È la rivincita della singola donna eccezionale, non la liberazione delle sorelle. E oltretutto non ha un progetto politico, non lotta per i diritti civili delle donne, non ha un “messaggio” edificante da comunicare, e non aspira a diventare leader inclusiva e modello da seguire per le generazioni di donne a venire.
La sua ribellione contro l’ordine sociale borghese e patriarcale (che c’è eccome: è violenta e radicale) coincide in gran parte col bersaglio delle lotte femministe e per l’emancipazione, ma è una ribellione nichilista e individualista, non rivoluzionaria in senso progressista, ed è del tutto priva di orizzonti politici e di guardrail etici.
Per certi femminismi che vogliono narrazioni edificanti e militanza consapevole, questi tratti di Satanik rappresenterebbero un problema enorme (tralasciando che difficilmente oggi sanno anche soltanto chi o cosa sia stato il fumertto di Satanik, per fortuna).
Satanik semplicemente non è una compagna di strada frequentabile, per il femminismo in generale e quello contemporaneo in particolare. È al massimo una scomoda alleata contro un nemico comune, ma solo a patto di guardarla da lontano (possibilmente da una distanza di sicurezza), e senza chiederle di firmare un programma o un manifesto politico-culturale.
L’emancipazione incarnata da Satanik è la dimostrazione che agency al femminile, libertà ed emancipazione non rendono necessariamente migliori o eticamente superiori.
Esattamente il tipo di emancipazione che gran parte del femminismo attuale fa fatica a digerire, e anche per buoni motivi, a essere onesti: forse anche perché ne ha viste le derive più brutte e più imitative del modello maschile, concretizzate nel carrierismo aggressivo e sfrenato di fine anni 80 e primi anni 90, quello che ha prodotto intere schiere di alpha-women individualmente emancipate, ma pienamente integrate nel sistema e funzionali al sistema, e che sembravano voler scimmiottare il peggio delle strutture di potere e dei rituali di potere forgiati da secoli di patriarcato, anzichè costruire delle alternative al femminile.
Eppure, sarebbe altrettanto miope negare che Satanik sia stata figlia del suo tempo, di un tempo in cui l’emancipazione femminile cominciava a farsi largo, tra contraddizioni, resistenze e ipocrisie. Boom economico, pillola anticoncezionale, divorzio alle porte (arriverà nel 1970), lavoro femminile in aumento, prime voci del secondo femminismo. La donna non è più solo l’angelo del focolare. Ma l’emancipazione reale era ancora timida, contraddittoria, spesso ipocrita: le donne potevano lavorare ma restavano mogli; potevano studiare ma non sedurre impunemente; potevano chiedere il divorzio ma venivano additate come poco di buono.
Satanik non avrebbe potuto essere Satanik senza quel clima e quel desiderio di emancipazione, condiviso col femminismo; è esattamente figlia di quel bisogno diffuso di ribellione ed emancipazione, anche se porta all’estremo una fantasia di liberazione aggressiva che molti sognavano solo sottovoce: prendere tutto, senza chiedere permesso, senza giustificazioni morali. Non è un modello, è un sogno proibito. E proprio perché è proibito, è potentissimo.
E anche se molti uomini hanno sicuramente proiettato su di lei i loro sogni proibiti, anche molte donne dell’epoca potevano riconoscersi, non nelle sue azioni (ovviamente), ma nel suo desiderio di non dover più chiedere scusa per esistere, di non dover più chiedere il permesso per avere aspirazioni proprie.
E proprio per questo fu attaccata pesantemente da censori e bigotti: non solo per il sesso e la violenza, ma per la minaccia radicale che rappresentava: l’idea che una donna potesse fare a meno di qualunque giustificazione morale, qualunque appello alla bontà, qualunque “causa” più grande di sé.
Forse il vero valore di Satanik non sta nell’essere un modello, ma nel mostrare una donna che infrange tutte le regole, incluse quelle che il femminismo stesso a volte impone: essere “dalla parte giusta”, essere “solidale”, essere “politicamente consapevole”.
Satanik è libera in modo scomodo, osceno: libera di essere cattiva, violenta, egoista, sessualmente carnivora anziché platonicamente vegana.
Questa libertà è problematica non solo per i fan di una visione conservatrice e oppressiva dell’acengy femminile, ma anche per chiunque voglia imbrigliare la figura femminile in una narrazione edificante, che dipinge emancipazione e libertà come valori che bastano a sé stessi. Satanik punta l’indice e il mirino sul tassello mancante all’appello: la responsabilità come scelta.
Forse è proprio questo il suo messaggio (involontario, ma non per questo meno vero): l’emancipazione non rende automaticamente migliori (lezione, di nuovo, appresa amaramente a cavallo degli anni 80 e 90). Una donna può scegliere di essere un mostro, senza che questo tradisca alcuna “causa”.
Prima dell’emancipazione non aveva nemmeno quella scelta, e l’emancipazione rende almeno possibile la scelta: ma l’emancipazione in sè non ha segno né colore, e nemmeno porta con sé superiorità etica implicita.
È una verità scomoda, con cui si fa ancora un po’ fatica a fare i conti, nel timore di sminuire implicitamente l’importanza dell’emancipazione.
Ma proprio per questo persino un personaggio immaginario come Satanik lascia un’indicazione di riflessione preziosa, in un’epoca in cui si pretende che ogni figura femminile emancipata e potente del passato venga riletta (o convenientemente riscritta) in modo da essere presentata come esemplare, pulita, politicamente corretta e antesignana del femminismo (a volte, anche a rischio di rendersi ridicoli producendo veri e propri falsi storici).
Satanik non è una sorella maggiore da mettere sui manifesti. Non si può affiggere il suo poster accanto a quello di Rosa Luxemburg o di Simone de Beauvoir. È piuttosto l’ammonimento vivente che l’emancipazione femminile, portata alle sue estreme conseguenze senza responsabilità e filtri morali, può produrre creature bellissime ma anche terrificanti. In un’epoca di controllo morale (o moralismo, come un secolo fa?) sempre più pervasivo, una figura come Satanik – che non chiede il permesso a nessuno, nemmeno alle sue potenziali alleate – è più rivoluzionaria e radicale (e minacciosa) di tante eroine ben educate e politicamente corrette.
Satanik oggi non sarebbe mai ammessa a una convention femminista. Però sarebbe affascinante vederla: mentre le partecipanti discutono di linguaggio inclusivo e contrasto allo slut-shaming, lei sarebbe già uscita dalla porta sul retro, con la sua catsuit rossa con scollatura assassina, la borsa piena di gioielli, un cadavere alle spalle, e quel sorrisetto tagliente che dice: «La vostra lotta è giusta, ma la mia è molto più divertente. E se qualche bigotto si azzarda a fare slut-shaming per il mio outfit, non ho bisogno di aspettare voi: ci penso io da sola a ficcargli un pugnale in gola.»

Conclusioni
Nel 1974, al numero 231, la serie chiude i battenti. Non con un trionfo, ma con un finale malinconico e a suo modo struggente, con la morte di Kriss Hunter in mezzo al mare, e Satanik ferita e in acqua con lui negli ultimi momenti.
Non la vediamo davvero morire, forse a qualcuno resta la speranza che possa essersi salvata, ma…ci viene trasmessa in modo inequivocabile la sua stanchezza e la consapevolezza che è lei per prima a non aver più voglia di lottare per restare a galla e sopravvivere. Che non ha più la forza di ricominciare.
Una chiusura più malinconica e più esplicita sul suo smarrimento, non poteva esserci.
La pantera era stata tenuta troppo a lungo al guinzaglio, prima di zombie e vampiri, poi del governo e di quell’ordine sociale borghese di cui lei era l’antitesi: quando hanno provato a riaprire lo sportello della gabbia, lei non aveva più la stessa fame e gli stessi artigli affilati di una volta.
Alla fine, Satanik resta un caso emblematico di grande occasione perduta. Sì, Max Bunker e Magnus ci hanno regalato 231 numeri (ristampe comprese, quando le buone idee hanno cominciato a scarseggiare). Ma forse sarebbe stato meglio avere solo 90 o 100 numeri feroci, densi e fedeli all’essenza originale — una stronza sadica, sensuale e irredenta fino al midollo — magari salvando pure il meglio della fase “regina del crimine smussata“, e delle avventure “horror” — che 231 numeri in cui il personaggio è stato continuamente rivoltato, addomesticato, anestetizzato e infine messo al guinzaglio di tutto ciò di cui Satanik rappresentava l’antitesi.
Lo stesso destino, purtroppo, toccò a un’altra creatura di Max Bunker e Magnus: Gesebel, la corsara spaziale dominatrice assoluta di un pianeta di donne guerriere. Tra parentesi, tolto il taglio di capelli diverso, Gesebel poteva benissimo essere la gemella spaziale o una reincarnazione futuristica di Satanik.
Nel suo caso però la spirale involutiva fu più rapida. Anche lei partì fortissima, con una fortissima carica ironica e dissacrante nei confronti della politica e delle ipocrisie borghesi… e anche lei ovviamente fu annacquata e dirottata, dopo soli 6 numeri, fino a diventare una grottesca parodia della science fiction più trash, quella che cercava di imitare Barbarella ma falliva clamorosamente mettendo sullo schermo la signora Cesira di Carnuggiate Garolfo in bikini, con una sceneggiatura scritta dai fratelli Vanzina, ed effetti speciali disegnati col pennarello sui fotogrammi della pellicola. Qualche numero fu comunque divertente da leggere, ma ovviamente era del dutto privato della carica di feroce satira anti-borghese delle prime uscite.
Gli stessi Magnus e Bunker smisero presto di scriverla e disegnarla personalmente, e affidarono il seguito ad altri disegnatori e sceneggiatori, un copione già visto nella fase finale di Satanik, e che ovviamente produsse gli stessi identici effetti: disaffezione e rapido fallimento della linea editoriale.
Ma questa è un’altra storia, che magari racconterò in un prossimo articolo proprio su Gesebel.
Chiudendo su Satanik, rimane l’amarezza di una Bad Girl straordinaria “tradita” dai suoi stessi creatori ma soprattutto tradita dall’Italia ipocrita di quel periodo.
Mentre il Paese sprofondava nel fango e nel sangue vero — tentativi di golpe un giorno sì e l’altro pure, stragi, la mafia che stava diventando una multinazionale, la P2 che si infiltrava in tutte le stanze dei bottoni dello Stato e dell’editoria, e servizi segreti deviati che teorizzavano e applicavano la strategia della tensione — una parte non trascurabile della classe politica e intellettuale non trovava niente di meglio da fare che perseguitare un personaggio dei fumetti.
E c’erano deputati e senatori disposti a inoltrare interrogazioni parlamentari e a scatenare una caccia alle streghe contro una donna disegnata in bianco e nero, che prima seduceva e poi ammazzava ricchi grassoni altrettanto disegnati.
Era più facile e meno pericoloso prendersela con lei, un personaggio di carta, che con i veri poteri oscuri che stavano facendo (e avrebbero continuato a fare per molti anni) danni enormi al Paese.
Beninteso, questo non toglie che Max Bunker, Magnus e l’Editore hanno dovuto tenere duro e lottare con le unghie e con i denti per regalarci quei 231 numeri di Satanik, in quel clima e in quell’Italia.
Però, cari Bunker e Magnus – e qui permettetemi di parlare da appassionato del personaggio e di azzerare quella distanza ed equilibrio che ho cercato di mantenere fin qui – cercate di capire anche l’incazzatura atroce di noi lettori affezionati alla prima Satanik, e il nostro sogno bagnato di guardarla mentre vi strangola lentamente (assieme a quei parlamentari democristiani) con una manica della sua catsuit rossa, e con un sorrisetto sadico e malizioso appena dischiuso sui denti.
Eppure, nonostante tutto, la Satanik dei primi numeri (e in parte anche quella del secondo periodo di smussamento graduale e di slittamento più accentuato nel genere horror) rimane una delle creazioni femminili più potenti, libere e disturbanti del fumetto italiano.
Una donna che non ha mai chiesto il permesso per essere cattiva. Una che ha capito prima di molte altre che, a volte, la vendetta più dolce non è farsi giustizia… ma prendersi tutto, con un sorrisetto malizioso e sprezzante, e un dito sul grilletto.
Per questo lei resta una delle mie Bad Girl preferite, se non la preferita in assoluto.

Per approfondire
- Editoriale Corno: (1960-1984), fondata da Andrea Corno e Luciano Secchi (Max Bunker)
- Max Bunker: sito di Luciano Secchi, in arte Max Bunker, sceneggiatore e autore dei testi di Satanik
- Magnus: Roberto Raviola, il disegnatore originale di Satanik (e autore della Satanik più vera)
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