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Samuel Potente

La ricetta ideale per l’estinzione di massa: un cervello che funziona come nel paleolitico, istituzioni medievali e tecnologie futuristiche

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Elisabetta Petrovna di Russia: una zarina in pantaloni e stivali

Nel caos dinastico che seguì la morte di Pietro il Grande, inaugurando la definizione del trono di Russia come "occupativo" anziché elettivo o ereditario, Elisabetta Petrovna riuscì a prendere il potere e tenerlo per vent'anni. Bella, cinica, brutale e poco istruita, ma incredibilmente capace e determinata. Ricordata quasi più come una bizzarria della storia russa per i famigerati Balli Metamorfosi, in cui obbligava gli uomini a vestirsi da donne e viceversa, in realtà consolidò la Russia come potenza europea emergente e aprì la strada del potere a Caterina la Grande.
Samuel 23/05/2026
Elisabetta Petrovna

Disclaimer: questo articolo è parte della collezione Bad Girls


  1. Chi era Elisabetta Petrovna, zarina di tutte le Russie
  2. Il caos della successione alla morte di Pietro il Grande
  3. Dai dispetti di Anna al colpo di stato
    1. Dispetti, esili e un amante spedito in Siberia
    2. Il colpo di stato: tutto in una notte di dicembre
    3. La promessa di clemenza che Elisabetta mantenne (quasi…)
  4. Guerra e Pace sotto Elisabetta Petrovna
    1. Amanti come strumenti di potere
    2. I Balli Metamorfosi: capricci bizzarri o manipolazione dei simboli del potere?
    3. Luci e ombre: la gestione del mosaico di etnie e religioni dell'Impero
    4. Il problema dell'erede: un disastro tedesco di nome Pietro
    5. Arriva Sofietta: la giovane tedesca più scaltra del marito
    6. La Russia come nuova potenza europea: la Guerra dei Sette Anni
  5. L’eredità che preparò il terreno alla zarina filosofa
  6. Conclusione

Chi era Elisabetta Petrovna, zarina di tutte le Russie

Oggi parliamo di Elisabetta Petrovna (Elizaveta Petrovna, Елизавета Петровна in russo, 1709-1762), una zarina che raramente compare negli sceneggiati televisivi, e se lo fa, appare come comparsa, messa lì solo per introdurre e spianare il terreno a una figura storicamente ancora più ingombrante e affascinante. Ma senza Elisabetta probabilmente non ci sarebbe stata neanche quell’altra grande zarina, quella con l’erre moscia e con fama di zarina filosofa, assolutista illuminata, nonché grande comunicatrice e press agent di sé stessa: Caterina II, detta “la Grande”, con cui la storiografia e l’immaginario collettivo sono stati infinitamente più generosi. Ma prima di lei ci fu Elisabetta Petrovna, figlia prediletta di Pietro il Grande, e bad girl ante litteram.

Per capire chi fosse, dobbiamo fare un passo indietro e guardare a cos’era la Russia di inizio Settecento, dopo la brutale occidentalizzazione e modernizzazione forzata del Paese, imposta dallo zar Pietro il Grande a colpi di frusta, oppressione e torture. Un posto magnifico e tremendo, dove l’assolutismo non era un’idea astratta, ma una questione di sopravvivenza quotidiana.
E dove il trono, come dicevano già a quei tempi con un umorismo nero dal gusto contemporaneo, non era né ereditario né elettivo: era occupativo. Ossia, il trono di Russia era di chiunque fosse stato abbastanza abile e determinato da allungare la mano e prenderselo.


Il caos della successione alla morte di Pietro il Grande

Il caos dinastico era cominciato con la morte di Pietro il Grande nel 1725. Lui, il gigante che aveva aperto alla Russia una finestra sull’Europa, aveva dimenticato un piccolo dettaglio: designare un erede chiaro, dopo aver perso una nidiata di figli maschi prima ancora che potessero diventare adulti, e dopo aver torturato e ucciso l’unico figlio maschio che era sopravvissuto.
Risultato? Per più di quindici anni la corona di Russia passò di mano in un ping-pong di imperatrici, imperatori bambini, colpi di stato, congiure di palazzo e reggenze improvvisate.
In quel caos, una giovane donna bella, ambiziosa e con il sangue giusto – il sangue di Pietro il Grande – aveva due opzioni: farsi chiudere in un monastero, o farsi zarina. Elisabetta scelse la seconda, anche se la strada per lei fu tutt’altro che facile o lineare.

Innanzitutto Elisabetta non era la candidata naturale alla successione. Secondogenita del grande zar, si dice che fosse la prediletta di Pietro il Grande, da cui aveva ereditato (oltre agli zigomi alti, l’alta statura e una presenza carismatica e sensuale), anche l’amore per l’equitazione e la caccia, nonchè una certa disinibizione e intraprendenza in ambito sessuale.
Nonostante la sua discendenza diretta da Pietro il Grande, agli inizi fu tenuta ai margini: la sua stessa ascendenza fu messa in dubbio a causa del ritardo con cui furono rese note le nozze di suo padre con Caterina I; la sua educazione fu trascurata e sembra che non ricevette nemmeno un’istruzione formale e sistematica prima dei vent’anni. Un dato, questo, che peserà sempre anche in seguito, e che la contrappone nettamente all’erudizione eclettica ed esuberante di Caterina II la Grande.
Elisabetta non brillava né per cultura né per erudizione. Quel che è certo però è che seppe compensare la sua istruzione imprecisa con l’astuzia, la determinazione e con una comprensione istintiva e quasi animale delle dinamiche di potere e della manipolazione dei simboli del potere.
Fin da giovane attirò l’attenzione per il suo carattere esuberante: amava cavalcare come un cosacco, cacciare fino a sfiancare gli uomini della sua scorta, ballare fino all’alba e concedersi avventure di letto con la stessa naturalezza con cui respirava.

Non partì bene, e per anni sembrò destinata a restare una nota a piè di pagina della storia russa. Mentre zii, cugine e nipoti si scannavano per il trono nel periodo di caos che seguì la morte del padre (1725-1741), Elisabetta fu accuratamente tagliata fuori dalla successione.

E non perchè fosse una donna. La legge salica che escludeva le donne dalla successione al trono in buona parte delle monarchie europee, non era in vigore in Russia. Oltretutto russi e ucraini avevano una solida tradizione di regine e imperatrici forti, fin dal basso medioevo. L’idea di essere governati da una zarina non sconvolgeva di sicuro i russi.
Per intenderci, né Elisabetta, né Caterina I e Anna che la precedettero, o Caterina II che venne dopo di lei, dovettero mai affrontare l’ostilità dell’aristocrazia o del popolo a causa del sesso di nascita, come accadde invece a Maria Teresa d’Austria, costretta a combattere una lunga guerra di successione prima di riuscire a imporsi alla guida del Sacro Romano Impero Germanico (vittoria che comunque dovette passare attraverso la finzione formale che a governare davvero come Imperatore fosse il marito, quando in realtà comandava lei, da imperatrice consorte).

In realtà Elisabetta nonostante la sua inesperienza (era pur sempre una sedicenne) dimostrò già una inattesa disponibilità a non occuparsi solo di divertimenti, e a sostenere la madre Caterina I nella reggenza successiva alla morte di Pietro il Grande senza destare scandali, una dimostrazione di autodisciplina per un soggetto così esuberante.
Alla morte della madre nel 1727, una parte della corte era già persuasa che Elisabetta potesse essere una candidata plausibile alla successione, preferibile ai nipoti di Pietro, ma l’opposizione era molto forte: ne venivano criticate apertamente le frivolezze e la scarsa istruzione formale e si parlava apertamente del rischio che un soggetto così volubile potesse essere facilmente manipolato da influenze straniere (evidentemente non conoscevano ancora Elisabetta).
E soprattutto a esserle più ostili erano gli aristocratici più vicini alla fazione “filo-tedesca” che in quegli anni dominava la corte di San Pietroburgo. A Elisabetta fu preferito Pietro Alekseevič, nipote di Pietro il Grande e salito al trono come Pietro II.

Oltretutto il suo principale “sponsor politico”, il principe Menšikov fu screditato ed esiliato. Elisabetta fu allontanata dalla corte e si ritirò a vita “privata”, per quanto si potesse considerare privato il suo stile di vita che rafforzò la percezione di una donna volubile e interessata solo alla moda, alla caccia e ai divertimenti sfrenati.
E anche alla morte di Pietro II, Elisabetta fu nuovamente ignorata come opzione per la successione al trono: le fu preferita Anna Ioannovna, sua cugina e nipote di Pietro il Grande.

La zarina Anna Ioannovna (che regnò dal 1730 al 1740), fece di tutto per tenere Elisabetta lontana dal potere, chiudendola in un limbo dorato ma pericoloso: nessuna istruzione formale, niente matrimonio combinato con una corona straniera, e un controllo asfissiante su chi poteva avvicinarla.
Il motivo? Ovviamente la paura che una figlia di Pietro il Grande potesse diventare una rivale pericolosa e un fattore attorno al quale si potesse coagulare l’opposizione ad Anna, e che potesse quindi costituire una minaccia per il suo trono. Va infatti ricordato che Anna non discendeva direttamente da Pietro il Grande, essendo figlia di suo fratello, Ivan V.
Ma c’era probabilmente anche (come raccontano le cronache dell’epoca) un fattore di invidia più personale, che in quel tipo di società artefatta e chiusa in un piccolo mondo tossico di gelosie meschine e competizione per chi indossava la parrucca più eccentrica, aveva lo stesso peso della pura competizione politica: la zarevna Elisabetta era più bella, più alta, più carismatica e (soprattutto) più amata dalla guardia imperiale, abbastanza da far diventare la zarina Anna verde di invidia. Anche a suon di parrucche e diamanti, Anna – che tra le altre cose era particolarmente vendicativa – non reggeva il confronto su tutta la linea. E lo sapeva.

Anche qui probabilmente avevano giocato contro la candidatura di Elisabetta sia la sua fama di donna volubile e svampita, sia la sua famigerata scarsa istruzione, un dato sul quale vi sono pochi dubbi: Elisabetta non aveva studiato quasi niente. Le fonti storiche concordano, da bambina le davano lezioni di ballo, francese, equitazione un po’ di religione, e basta. Imparò a leggere e scrivere in modo decente solo intorno ai vent’anni, e anche da adulta pare avesse mantenuto un certo fastidio di fronte all’idea di studiare materie che non avessero ricadute immediate per i suoi interessi.
A onor del vero va anche ricordato che però Elisabetta oltre al russo parlava fluentemente francese e tedesco, e aveva una discreta capacità di comprensione dello svedese. Quella che veniva indicata come la sua “scarsa istruzione” va rapportata agli altissimi standard educativi dell’epoca, richiesti alle principesse di case regnanti.
Eppure, questa futura zarina con un’istruzione imperfetta si rivelò un’abile stratega politica. Non leggeva i philosophe francesi, ma era capacissima di leggere le ambizioni e il potenziale delle persone che potevano esserle utili.
Sapeva dove infilare i suoi uomini di fiducia e come garantirsi la loro lealtà.
Anna la umiliava, la controllava, le esiliò persino l’amante di turno in Siberia, solo per il gusto di farle un dispetto. Ma Elisabetta aspettava. Fingeva frivolezza, organizzava feste, cambiava vestiti cinque volte al giorno e sorrideva. Intanto, però, affilava i coltelli e preparava le sue pedine sulla scacchiera.

Vedremo come una ragazza esclusa sistematicamente dalla successione, ritenuta dai suoi avversari poco più che una bella donna, svampita e ignorante, sia riuscita a prendersi il trono di Russia in una notte di dicembre – letteralmente – e a regnare per vent’anni, continuando la modernizzazione della Russia e gettando le basi per il consolidamento della potenza della Russia sullo scacchiere europeo. Con amanti, balli in maschera a inversione di genere, guerre sanguinose nel cuore dell’Europa centrale, e una promessa di “clemenza” che mantenne… quasi.


Dai dispetti di Anna al colpo di stato

Negli anni in cui Anna Ioannovna sedeva sul trono di Russia (1730-1740), la vita della zarevna Elisabetta divenne un perfetto esempio di quello che i russi chiamano toska – una parola che non ha una traduzione esatta in italiano, ma che potremmo rendere in modo colorito come “un misto di noia mortale, angoscia esistenziale e voglia irresistibile di prendere a calci nei denti qualcuno“.

Da un lato, Elisabetta godeva di un tenore di vita principesco: il padre Pietro le aveva lasciato terre, denaro e gioielli a palate (benché la zarina Anna a un certo punto tagliasse notevolmente i fondi di indennità riservati alle sue spese personali). Elisabetta spendeva somme folli in vestiti (secondo le voci più scandalistiche alla sua morte lasciò quindicimila abiti, una cifra che farebbe impallidire qualsiasi influencer di Instagram, e ai quali andrebbero sommati i quattromila abiti persi dalla zarina nel corso di un incendio al palazzo di Mosca) e organizzava feste sontuose nella sua dacia di campagna.
Ma dall’altro lato, era prigioniera in una gabbia dorata: La cugina zarina la teneva sotto stretta sorveglianza, le impediva di viaggiare all’estero, e soprattutto – particolare non da poco per una donna ambiziosa – la escludeva sistematicamente da qualsiasi ruolo politico e di visibilità sulla scena pubblica della corte imperiale.

Anna era preoccupata dalla popolarità di Elisabetta, e con buona ragione: la guardia imperiale, i reggimenti di granatieri che facevano e disfacevano i governi a San Pietroburgo, adoravano la figlia di Pietro. Lei, dal canto suo, ricambiava la simpatia: si presentava alle caserme, brindava con i soldati, e secondo alcune fonti non disdegnava di fare da madrina ai figli degli ufficiali, costruendo una sorta di legame empatico coi militari. Un modo di dire loro “sono una donna, ma sono figlia di mio padre e sono una di voi”. Ed era anche un modo come un altro per tenersi caldo il favore popolare, soprattutto quello dei militari che contavano qualcosa a San Pietroburgo, in attesa del momento giusto.
Probabilmente non sapremo mai se Elisabetta avesse iniziato a manovrare deliberatamente per garantirsi una base di potere da utilizzare in futuro per prendersi il trono, o se stesse solo cercando di costruirsi una “assicurazione sulla vita” e scoraggiare qualunque tentativo di soluzioni drastiche nel tenerla alla larga dal trono, ma è indiscutibile che questo legame accuratamente costruito coi militari fu una chiave determinante nella sua salita al potere anni dopo.

Dispetti, esili e un amante spedito in Siberia

Anna, che non era né amata né propensa a farsi amare dato il carattere meschino e vendicativo (una combinazione pericolosa per chi deteneva il potere in quel tipo di Russia), reagiva con una meschinità impressionante. Il suo dispetto più celebre fu nei confronti di Aleksej Šubin, un giovane e aitante ufficiale che era diventato l’amante di Elisabetta e di cui sembra accertato che la futura zarina fosse innamorata per davvero.
La zarina, su consiglio del suo favorito Biron (un tedesco baltico così odiato che il suo nome è diventato sinonimo di “regime poliziesco” in russo), lo fece arrestare con un’accusa di cospirazione del tutto inventata e lo spedì in confino in Siberia. Elisabetta non lo rivide mai più. Anni dopo, quando salirà al trono, lo farà cercare e lo risarcirà con terre e titoli, ma ormai il giovane Šubin era ridotto a un uomo distrutto dagli stenti.

Questo episodio è storicamente accertato. Quello che invece appartiene più alla leggenda è il presunto tentativo di Anna di far rinchiudere Elisabetta in un convento, per toglierla definitivamente dalla scacchiera. Diverse cronache dell’epoca raccontano che la zarina ne parlò più volte con i suoi consiglieri, ma alla fine desistette, forse perché temeva una rivolta della guardia, forse perché Elisabetta aveva troppi sostenitori anche tra l’alta nobiltà.
E comunque nonostante tutti i suoi limiti caratteriali, la zarina Anna era politicamente accorta e abbastanza scaltra da non tentare una mossa così azzardata, mettersi in aperto conflitto con Elisabetta e rischiare una rivoluzione di palazzo il giorno dopo (lungimiranza e cautela che invece mancarono del tutto ad Anna Leopoldovna, qualche anno più tardi, e che le costarono il trono).

Anche altri amanti e favoriti di Elisabetta subirono lo stesso trattamento: esilio, prigione, sparizione improvvisa. Il messaggio di Anna era chiaro: “Se non posso essere ammirata come te, almeno posso farti terra bruciata intorno e renderti la vita un inferno”.

Elisabetta, però, era più furba di quanto Anna volesse ammettere. Capì presto che la sua arma migliore non era la ribellione aperta, ma proprio quella maschera di frivolezza che le era stata cucita addosso. Balli, vestiti, cacce, equitazione e avventure galanti: tutto serviva a farla sembrare una bella svampita, forse un po’ scandalosa ma fondamentalmente innocua e politicamente inoffensiva. Intanto, però, coltivava con cura le sue vere alleanze, soprattutto tra i soldati del reggimento Preobraženskij, gli stessi che erano stati fedeli a suo padre Pietro. Quei duri letteralmente stravedevano per lei. La vedevano come la vera erede dello zar-gigante, non come quella “tedesca” bruttina che sedeva sul trono (nota Anna Ioannovna non era affatto tedesca, ma il giudizio spregiativo sulla sua cerchia di amicizie e consiglieri tedeschi si estese a lei stessa).

Il colpo di stato: tutto in una notte di dicembre

La morte di Anna nel 1740 aprì un nuovo capitolo di caos e successioni incerte. Sul trono salì il nipote di Anna, il piccolo Ivan VI (un neonato di pochi mesi), con la reggenza del detestatissimo Biron. Ma anche la reggenza di Biron durò meno di un mese: un altro colpo di stato lo spedì in esilio, e la reggenza passò alla madre del bambino, Anna Leopoldovna (ironia della sorte, lei sì era una principessa tedesca, il che non contribuiva certo alla sua popolarità in un ambiente che detestava sempre di più le influenze tedesche sulla corte).
Fu in questo clima di precarietà e sfiducia che Elisabetta vide la sua occasione (o forse reagì a una minaccia concreta: probabilmente non lo sapremo mai). La reggente Anna Leopoldovna, forse più incauta di quanto sia mai stata Anna Ioannovna, o forse mal consigliata, cominciò a sospettare di Elisabetta e ordinò di sorvegliarla più strettamente e di limitarne ulteriormente gli spostamenti e la possibilità di avere incontri. E si rincorsero ripetutamente voci (questa volta più fondate) di un piano per costringere Elisabetta a rinchiudersi in un monastero.
La situazione era instabile, la corte divisa, la tassazione imposta dalla reggenza aveva creato malumori ovunque e i tedeschi continuavano a comandare troppo per i gusti russi: prima ancora che Elisabetta prendesse l’iniziativa, i malumori fra i ministri, i diplomatici e i militari erano già al punto di massima tensione e la reggenza di Anna Leopoldovna già scricchiolava pericolosamente.

Elisabetta capì che il suo momento era finalmente arrivato: o agiva subito, o sarebbe finita chiusa in un monastero, o magari peggio: in Russia, anche allora non era molto salutare essere percepiti come minacce da chi è al potere, anche se il té al polonio non lo avevano ancora inventato.

La notte del 25 novembre 1741 (secondo il calendario giuliano allora in uso in Russia; per noi sarebbe il 6 dicembre), Elisabetta salì su una slitta e si diresse alla caserma del reggimento Preobraženskij, quello fedelissimo a suo padre. Indossava un’uniforme militare del reggimento e, secondo le cronache, portava con sé una croce ortodossa.
Nota: secondo un’altra versione indossava un’armatura leggera sopra un abito da sera, ma questa è probabilmente una rielaborazione successiva, del XIX secolo, che quanto a immaginario del femminile era molto più intransigente sulle distinzioni di genere: con buona pace di chi adora l’estetica di fine ottocento, l’idea di una zarina in abito da sera “addobbata” da un elemento d’armatura puramente ornamentale, doveva sembrare più accettabile e meno trasgressiva e scandalosa, di una zarina in abbigliamento maschile.
Abbigliamento a parte, quel che è certo è che si presentò ai soldati e pronunciò una frase che la storia e leggende hanno tramandato in diverse versioni. La più celebre: «Voi sapete di chi sono figlia. Chi volete servire: me, la figlia di Pietro, o questi principotti tedeschi usurpatori?»

Possiamo solo immaginare l’effetto simbolico irresistibile che dovette fare, su quei soldati, vedere la figlia di Pietro il Grande, fieramente vestita in uniforme militare, che veniva a chiedere il loro aiuto e a esigere la loro lealtà. Elisabetta ottenne il sostegno entusiastico dei granatieri della guardia, che già prima la adoravano e che la acclamarono seduta stante come “vera” zarina.
Il colpo di stato fu uno dei più incruenti della storia russa: in poche ore, senza quasi spargimento di sangue, il Palazzo d’Inverno fu circondato, la piccola famiglia imperiale (il bambino Ivan VI, i suoi genitori e la sorellina) fu sorpresa nel sonno e arrestata.
E all’alba Elisabetta, all’età di trentun anni (ne avrebbe compiuti trentadue di lì a poche settimane), era de facto insediata come nuova zarina di tutte le Russie, benché per l’incoronazione formale dovette attendere la primavera del 1742.
Si narra che, nella confusione, Elisabetta svegliò personalmente Anna Leopoldovna e il piccolo Ivan VI dicendo: «Povero bambino, non hai colpa di nulla». Un gesto quasi materno, che però non le impedì di farlo rinchiudere in una fortezza per il resto della sua breve vita.
A credito di Elisabetta va detto che la “breve vita” del piccolo Ivan non fu dovuta agli stenti o a un regime di reclusione particolarmente crudele, ma al tentativo di fuga del giovane ex-zar molti anni più tardi (1764, due anni dopo l’insediamento della zarina Caterina la Grande). Quando un colpo di mano organizzato da un ufficiale con l’appoggio di alcuni soldati della guarnigione cercò di liberare Ivan dalla fortezza, su istigazione della fazione che lo sosteneva ancora come possibile candidato al trono da contrapporre a Caterina, i suoi carcerieri eseguirono gli ordini che avevano fin dalla primissima reclusione del piccolo Ivan: di uccidere il prigioniero piuttosto che permetterne la fuga; e di conseguenza pugnalarono a morte Ivan prima ancora che potesse lasciare la cella della fortezza, già caduta in mano ai congiurati.

La promessa di clemenza che Elisabetta mantenne (quasi…)

Un aneddoto molto citato (e probabilmente in parte romanzato) racconta che quella notte, prima di uscire dalla slitta per affrontare il suo destino, Elisabetta si inginocchiò davanti a un’icona e giurò che se fosse diventata zarina, nessuno sarebbe stato condannato a morte durante il suo regno.
E in effetti, sul piano formale, Elisabetta mantenne fede alla promessa: non firmò mai una condanna capitale. Ma attenzione: il giuramento conteneva tutta quella ambiguità tipicamente russa che fece spesso paragonare gli intrighi russi a quelli della corte bizantina.
Elisabetta effettivamente non condannò nessuno a morte, ma se qualcuno doveva sparire, lo si faceva sparire senza processo, e sotto di lei tortura e mutilazioni non sparirono mai del tutto, anche se non si tornò mai ai livelli con cui venivano usate ai tempi di suo padre.
Elisabetta mantenne le mani pulite e mantenne la promessa fatta davanti all’icona, ma il pugnale lo usava lo stesso. Il che è uno dei motivi che spiegano la presenza di Elisabetta tra questi ritratti dedicati alle Bad Girls storiche.

Nei prossimi paragrafi vedremo cosa combinò una volta sul trono: le guerre, gli amanti, i balli metamorfosi, e la complicata eredità che lasciò a quella giovane principessina tedesca di nome Sofietta, che sarebbe diventata Caterina la Grande.


Guerra e Pace sotto Elisabetta Petrovna

Una volta sul trono, Elisabetta non perse tempo e impiegò pochissimo a dismettere le vesti della “bella svampita” e indossare quelle di imperatrice a tutti gli effetti. Governò per vent’anni (1741-1762), un record visti i precedenti dell’epoca, con un mix molto personale di astuzia contadina, lusso sfrenato e comprensione brutale del potere. Non era una intellettuale come sarebbe stata Caterina, ma capiva perfettamente che in Russia comandare significava prima di tutto controllare le persone giuste e farsi amare (o temere) dai militari.

Elisabetta non aveva la minima intenzione di sgobbare sulle carte come un umile burocrate. Detestava i documenti ufficiali, i rapporti economici, le riunioni di consiglio. Delegava volentieri, ma a patto di tenere per sé l’ultima parola su tutto – guerra, pace, nomine, favori.
Il suo metodo di governo era semplice ed efficace: circondarsi di persone di fiducia, a cui delegava la parte noiosa della burocrazia (soprattutto i fratelli Shuvalov e Bestužev), mentre lei si riservava le decisioni strategiche e il controllo della corte.
Restaurò il ruolo del Senato, precedentemente marginalizzato in favore del Gabinetto dei Ministri (secondo la tendenza comune nelle grandi monarchie dell’assolutismo europeo ad accentrare i poteri di governo il più vicino possibile alle mani del monarca e della sua cerchia di potere), favorì l’espansione culturale – fondò l’Università di Mosca, promosse le arti, fece arrivare architetti italiani come Rastrelli che riempirono San Pietroburgo di palazzi barocchi – ma soprattutto rafforzò la Russia come potenza europea.

Risolse favorevolmente per la Russia una serie di dispute annose con la Svezia per il controllo dei territori di confine finlandesi, e lavorò con tenacia alla riforma dell’esercito, incrementò i commerci abolendo i dazi interni e impostò persino le basi per una riforma del sistema giudiziario (progetto che però non andò in porto, né a lei né alla sua erede morale Caterina II, che ci riprovò anni più tardi).
Non male per la “bella svampita e ignorante” che aveva una istruzione approssimativa, ma un formidabile intuito politico e idee molto chiare sulle priorità da perseguire per il bene della Russia.

Tra i suoi collaboratori e amanti più importanti vale sicuramente la pena di ricordare Aleksej Razumovskij, un cosacco ucraino dalla voce meravigliosa, che aveva conosciuto in un coro di chiesa. Bello, fedele, di origini umilissime e – particolare non da poco – senza ambizioni politiche smodate.
Razumovskij divenne il suo amante ufficiale, e secondo molte fonti suo marito, anche se nei limiti di un matrimonio morganatico. Le voci parlano di un matrimonio celebrato in una chiesetta di campagna nel 1742, ma non sono rimaste tracce documentali (secondo alcune interpretazioni la cancellazione delle prove fu un’iniziativa di Caterina, molti anni più tardi, per indebolire le pretese di una truffatrice che affermava di essere figlia di Elisabetta e Razumovskij).
Elisabetta lo amava, lo ascoltava, e non provò mai nemmeno a dargli un titolo che potesse infastidire la nobiltà. Da questo punto di vista Elisabetta si dimostrò più cauta, accorta e pragmatica, rispetto a Caterina la Grande, che spesso elargiva titoli principeschi e importanti comandi militari, causando non pochi attriti e feroci gelosie all’interno dell’aristocrazia russa.
L’assenza di un matrimonio ufficiale, tuttavia, produsse anche una conseguenza tragica, che le precluse la possibilità di mettere al mondo un erede legittimo e la costrinse a rivolgersi altrove per garantire la successione al trono, come vedremo in seguito.

Amanti come strumenti di potere

Razumovskij non fu l’unico amante di Elisabetta. La zarina aveva un appetito notevole, in tutti i sensi. La lista dei favoriti è lunga, ma due nomi spiccano: Ivan Šuvalov, un giovane colto e raffinato che introdusse a corte le opere di Voltaire e degli enciclopedisti (anche se Elisabetta non ne fu molto impressionata, a differenza di Caterina), e Pëtr Černyšëv, un diplomatico di lungo corso.
A differenza di Anna, che umiliava i suoi amanti trattandoli come servi, Elisabetta li trasformava in consiglieri di Stato ed elargiva incarichi, un approccio che Caterina stessa, anni dopo, riutilizzò con notevole successo.
Va però evidenziata una differenza di approccio: da quanto sappiamo dalle memorie di Caterina, le sue elargizioni (titoli nobiliari, terre, incarichi di prestigio, rendite astronomiche) erano quasi sempre il modo disinvolto con cui Caterina dimostrava il suo affetto ai suoi amanti, coi quali mantenne quasi sempre ottimi rapporti anche in seguito alla fine della relazione.
Nel caso di Elisabetta, sembra che il meccanismo fosse un altro: individuava i soggetti che potevano esserle utili, li agganciava con la relazione sessuale, e poi li premiava collocandoli dove avrebbero potuto servirla al meglio.
Una differenza sottile ma sostanziale, e una ulteriore prova dell’intuito politico e capacità di calcolo istintivo di Elisabetta, che usava il sesso come una leva di potere come le altre: regalava favori (in tutti i sensi) a chi le era utile, ma non disdegnava anche una occasionale sbandata genuina.
Va detto che Elisabetta, nonostante la sua fama di donna volubile, probabilmente non arrivò ai numeri e alla “sistematicità di successione” dimostrata in seguito da Caterina la Grande, che ebbe addirittura un appartamento a palazzo, collocato di fianco al suo, in cui risiedeva l’amante in carica. Elisabetta non era una ninfomane, a dispetto di certe rappresentazioni scandalistiche più recenti: per lei il letto era un prolungamento del trono, tutto qui.
Se qualcuno fosse interessato a una ipotetica hit-parade degli amanti accertati, quelli di Elisabetta oscillano tra i 5 e i 15, mentre Caterina ne ebbe almeno 12 sicuramente accertati (più quelli che voci e pettegolezzi di palazzo le attribuirono).
Nel caso di Elisabetta è storicamente accertato che fosse molto appassionata, ma non esistono prove attendibili del del mito secondo cui avesse un “numero” fisso di amanti o che li cambiasse ogni settimana – quella è quasi sicuramente una leggenda nera propagandata dai suoi avversari politici e nemici (un pettegolezzo che infatti non fa tornare i conti degli amanti di cui si ebbe certezza).

I Balli Metamorfosi: capricci bizzarri o manipolazione dei simboli del potere?

Una delle sue trovate più geniali e bizzarre, per cui Elisabetta è rimasta nell’immaginario collettivo (almeno in Russia), furono i famosi balli metamorfosi. Una volta alla settimana, di solito il martedì, la zarina obbligava la corte a presentarsi vestita al contrario: gli uomini in abito da donna con crinoline enormi e parrucche, le donne in uniforme militare maschile.

A prima vista, potrebbe sembrare una stravaganza da zarina annoiata e vanitosa, un tipico esempio del lusso sfrenato e del gusto per lo scandalo dell’aristocrazia e dei sovrani assoluti settecenteschi, e non troppo diversa dalle bizzarrie grottesche e di cattivo gusto per cui già la zarina Anna era divenuta famigerata. E sicuramente era anche una festa libertina, un sospirato sgravio dalle rigide convenzioni di corte. Si dice che durante questi balli le regole del galateo venissero sospese, e che non fossero rari gli amori occasionali e gli scambi di favori.

In realtà, era un atto di potere sottilissimo: il simbolismo del potere puro travestito da divertimento. Elisabetta rideva, beveva, ballava fino all’alba, si ubriacava e magari già che c’era sceglieva il prossimo favorito, ma intanto prendeva nota di chi andava premiato o punito.

Elisabetta, con il suo fisico alto e statuario, stava magnificamente vestita da uomo (almeno finchè non cominciò a indugiare un po’ troppo nei piaceri della cucina e dell’alcol) e lo sapeva benissimo. Mentre i cortigiani sudavano e apparivano goffi dentro vestiti ridicoli, lei girava per la sala con le sue gambe lunghe fasciate in pantaloni aderenti e in stivali da cavallerizza, ricordando a tutti chi era l’unica vera “uomo” della stanza, e chi comandava davvero in Russia. Vestita in uniforme militare, ricordava anche implicitamente a tutti in che modo era salita al potere, e di quale appoggio incondizionato godeva tra le élite militari del Paese.

La stessa Caterina, che nelle sue Memorie descrive questi eventi lasciando trasparire un sottile disprezzo per gli eccessi (ma anche senza nascondere una riluttante ammirazione per l’elegante disinvoltura di Elisabetta in abiti maschili “con le sue gambe perfette”), racconta che la zarina arrivò a ordinare balli metamorfosi anche due volte a settimana, e che chi si presentava in abiti convenzionali veniva cacciato.
Un aneddoto quasi certamente inventato vuole che durante uno di questi balli, un nobile particolarmente odiato si rifiutò di indossare la gonna: fu immediatamente spedito in Siberia con l’accusa di “lesa maestà”. La storia non è verificata, anzi è probabilmente inventata di sana pianta, ma rende l’idea del peso simbolico che queste occasioni assunsero nella vita di corte.


Luci e ombre: la gestione del mosaico di etnie e religioni dell’Impero

Finora abbiamo visto Elisabetta muoversi tra balli, amanti e colpi di stato in un mondo quasi tutto interno alla corte di San Pietroburgo e alle dinamiche di potere nell’aristocrazia russa. Ma la Russia che governò per vent’anni non era solo Palazzo d’Inverno e i reggimenti della guardia imperiale: era un mosaico enorme e disomogeneo di popoli, lingue e religioni ereditato da suo padre Pietro il Grande, tenuto insieme più dalla forza che da un’idea comune di nazione, e men che meno da un progetto organico di convivenza tra identità diverse.
E su questo fronte il ritratto di Elisabetta si complica parecchio, perché non seguì mai una linea coerente: fu spietata con alcuni gruppi, sorprendentemente accomodante con altri, e il criterio, come al solito con lei, sembrava più il calcolo personale e la fede religiosa ortodossa, che un disegno politico organico.

Il primo esempio di durezza riguarda gli ebrei che risiedevano nell’impero. Nel dicembre 1742 Elisabetta firmò un decreto che ne ordinava l’espulsione totale dai territori russi, con l’unica via di scampo della conversione all’ortodossia. Quando il Senato le fece notare che la misura avrebbe danneggiato seriamente i commerci, lei rispose con una frase che è passata alla storia: non voleva profitti dai “nemici di Cristo”.
Secondo le stime degli storici che hanno studiato la vicenda, tra il 1742 e il 1753 furono espulse decine di migliaia di persone (le cifre esatte variano a seconda della fonte, ma si parla di ordini di grandezza attorno alle trentamila).
La cosa avrà anche un piccolo strascico ironico vent’anni più tardi: quando Caterina II, appena salita al trono, valutò di riaprire i confini agli ebrei per ragioni economiche e su pressioni dello stesso Senato, si trovò lei stessa impantanata tra il proprio liberalismo di facciata e il conservatorismo della fazione ortodossa che l’aveva messa sul trono; e fu proprio quella vecchia frase di Elisabetta, rispolverata da un consigliere, a offrirle la scusa per rimandare la decisione. Anche da morta, evidentemente, Elisabetta continuava sia a complicare la vita a Caterina, che a fornirle strumenti per decidere (o non decidere, come in questo caso).

Ancora più fisica e sistematica fu la campagna contro l’islam nella regione del Volga. Sotto il vescovo di Kazan’ Luka Konaševič, con il benestare della corte, un apposito ufficio per gli affari dei “nuovi convertiti” orchestrò per anni conversioni forzate e distruzioni di moschee tra i tatari e altre popolazioni musulmane della regione, si dice arrivando a radere al suolo persino le rovine dell’antica città di Bulgar per riusarne le pietre nella costruzione di una chiesa.
Le cifre precise sul numero di moschee abbattute che circolano in certe fonti online andrebbero prese con le pinze, finché non si trova un riscontro più solido, ma la sostanza del fenomeno (una persecuzione religiosa sistematica, con tanto di esenzioni fiscali e dal servizio militare per chi si convertiva) è ben documentata dalla storiografia accademica. Il pugno si allentò solo nel 1756, quando fu permesso costruire moschee nei villaggi con una quota di battezzati sotto il dieci per cento, e l’ufficio per le conversioni venne chiuso definitivamente solo nel 1764, già sotto Caterina II.

E poi c’è il caso che ribalta lo schema, ed è quello dell’Etmanato cosacco ucraino. Qui, invece di stringere, Elisabetta allentò: nel 1750, su pressione del suo Razumovskij (sì, proprio lui, il cosacco dalla voce meravigliosa che avevamo già incontrato tra i suoi amanti e suo marito morganatico), restituì all’Ucraina un hetman proprio nella persona del fratello di lui, Kirill, e gli concesse un’autonomia che dai tempi di Pietro il Grande non si vedeva più, al punto da trasferire la supervisione degli affari ucraini dal Senato russo a un collegio diverso, un segnale non da poco che equivaleva a trattare l’Etmanato ucraino quasi come uno stato a sé.
Sarà Caterina II, ancora una volta, a smontare tutto: costringerà Kirill alle dimissioni nel 1764 e abolirà l’Etmanato per sempre, aprendo la strada a quella russificazione sistematica che diventerà uno dei tratti più controversi del suo regno.

Il quarto esempio dell’atteggiamento di Elisabetta verso le etnie e religioni dell’Impero, è quello della persecuzione tradizionale dei Vecchi Credenti (gli staroobrjadcy, gli ortodossi scismatici che fin dal Seicento rifiutavano le riforme liturgiche del patriarca Nikon), un fenomeno che non si lascia inquadrare così nettamente negli altri tre esempi. Qui Elisabetta non inasprì granché, ma nemmeno alleggerì: nel 1745 un decreto del Senato e del Sinodo li dichiarò ufficialmente “nemici del braccio secolare”, riconfermando la doppia tassa personale che pesava su di loro fin dai tempi di Pietro il Grande.
Per il resto, la sua amministrazione sembrò soprattutto voler evitare grane: arrestava i predicatori itineranti più attivi, ma si guardava bene dal forzare la mano nelle comunità isolate, perché ogni tentativo di “infiltrazione” o di pressione eccessiva da parte di funzionari imperiali rischiava di scatenare ondate di autoimmolazioni di massa, un tipo di martirio collettivo che i Vecchi Credenti praticavano ormai da generazioni come risposta estrema alla persecuzione, e che una corte sempre più attenta all’immagine che rimandava all’Europa “illuminata” preferiva non innescare. Non zelo persecutorio, dunque, ma nemmeno clemenza: piuttosto un’eredità repressiva tenuta accuratamente a bagnomaria, toccata il meno possibile per pura convenienza politica.

Il quadro che ne esce non è quello di una sovrana con un progetto imperiale coerente sulle tante identità del suo impero, ma quello di una donna che applicava lo stesso metro che usava a corte: fedeltà personale premiata, tutto il resto giudicato attraverso il filtro della fede ortodossa e della convenienza pragmatica del momento. Toccherà proprio a Caterina II, la zarina filosofa che sapeva vendersi come illuminata, trasformare quell’istinto in un sistema, non sempre più clemente, ma certamente più organizzato e dotato di una sua razionalità e coerenza interna.


Il problema dell’erede: un disastro tedesco di nome Pietro

Elisabetta non si sposò mai ufficialmente – o almeno, non ci sono prove documentali del matrimonio con Razumovskij, che in ogni caso in quanto matrimonio morganatico avrebbe escluso eventuali figli dai diritti di successione.
Questo significava che Elisabetta non aveva un erede legittimo. E in Russia, come abbiamo visto, il trono è occupativo: se non designi un successore, dopo la tua morte sarà un macello. Una preoccupazione che angustiava Elisabetta, dimostrando ancora una volta quanto poco somigliasse, in realtà, alla caricatura che le era stata cucita addosso dai suoi rivali, di una donna volubile, svampita e interessata solo alla moda e ai divertimenti. Ma del futuro della Russia alla sua morte, Elisabetta, se ne preoccupava eccome.

Elisabetta, pur sapendo ciò che rischiava, rimandò la decisione per anni, forse perché sperava ancora in un figlio (circolarono sempre voci che abbia avuto almeno due gravidanze interrotte negli anni ’40). Man mano che invecchiava e ingrassava, e che la bella amazzone statuaria degli anni giovanili lasciava il posto a una donna che amava fin troppo la buona cucina e la vodka, il problema della successione divenne per lei ossessivo.
Alla fine, la scelta ricadde su suo nipote: Karl Peter Ulrich di Holstein-Gottorp, figlio di sua sorella Anna (morta giovane) e di un duca tedesco.
Il ragazzo, che in Russia sarebbe diventato Pietro III, era un disastro annunciato. Lo portarono a San Pietroburgo all’età di 14 anni, Elisabetta lo fece ribattezzare Pëtr Fëdorovič e lo piazzò a corte. E fu subito chiaro che aveva tre difetti micidiali per un futuro zar:

Primo: era tedesco fino al midollo: amava la Prussia, aveva un’adorazione che sfiorava il feticismo per il re Federico II di Prussia, si vestiva lui stesso da ufficiale tedesco, parlava male il russo, disprezzava la chiesa ortodossa e la cultura russa. E non faceva il minimo sforzo per adattarsi al ruolo che avrebbe dovuto rivestire una volta salito al trono.

Secondo: era un cretino imbarazzante: i contemporanei lo descrivono come infantile, capriccioso, ossessionato dai soldatini giocattolo (pare che arrivò a far processare, condannare per tradimento e a impiccare personalmente un topo per avergli rosicchiato un soldatino di legno), dai cani e da scherzi infantili e crudeli nei confronti della servitù russa e persino dei cortigiani più illustri.

Terzo: era impotente e forse violento: in realtà su questo le fonti divergono, anche perché abbiamo quasi soltanto la testimonianza di Caterina (tutt’altro che imparziale, per i motivi che vedremo) e i pettegolezzi dei diplomatici stranieri di stanza a San Pietroburgo; è accertato che ebbe diverse amanti, quindi completamente impotente non era, ma di certo non sapeva come trattare una moglie molto più sveglia di lui.

Elisabetta si accorse e si pentì quasi subito dell’errore, ma ormai la scelta era fatta. Il ragazzo era l’unico discendente maschio della dinastia (a parte lo sfortunato Ivan VI, che marciva in una cella). La zarina tentò di “russificarlo” a forza: gli impose precettori, lo obbligò a convertirsi al cristianesimo ortodosso, lo costrinse a studiare la storia russa.
Niente da fare. Pietro rimase un bamboccione tedesco che preferiva circondarsi di cugini tedeschi e ufficiali prussiani, e perdere intere giornate organizzando cerimonie del cambio della guardia dei suoi soldatini, anziché familiarizzare con gli ufficiali russi in carne e ossa che avrebbero dovuto servirlo come zar di tutte le Russie.

Arriva Sofietta: la giovane tedesca più scaltra del marito

Proprio perché il nipote era così inadeguato, Elisabetta decise di cercargli una moglie che fosse all’altezza, da mettere al suo fianco per compensarne le tragiche inadeguatezze. La scelta cadde su una ragazzina di 14 anni, Sofia Federica Augusta di Anhalt-Zerbst – una principessina di seconda fila, povera, di un minuscolo principato tedesco, suggeritale da Federico II di Prussia. Ma quella ragazza, che in Russia sarebbe diventata Ekaterina Aleksejevna, o Caterina II zarina di tutte le Russie, aveva doti che Elisabetta fiutò e seppe riconoscere al volo: un’intelligenza scaltra, una memoria prodigiosa, ambizione e una volontà di ferro.
Ma soprattutto Sofietta indovinò subito che la chiave per il trono di Russia, e per ingraziarsi Elisabetta, era diventare russa lei stessa e far dimenticare a Elisabetta il disgraziato nipote tedesco che si era scelta come erede.

Sofia arrivò in Russia nel 1744 ed Elisabetta la prese immediatamente sotto la sua ala. La ragazzina si dimostrò subito furba: si convertì con entusiasmo all’ortodossia, imparò il russo (e fece circolare voci dei suoi sforzi disumani nello studio notturno, che le provocarono anche una polmonite), adottò i costumi russi e fece di tutto per piacere alla zarina, alla corte e ai diplomatici stranieri. Ed ebbe successo.
Elisabetta rimase impressionata da questa principessina tedesca così determinata nello sposare pienamente la cultura e la causa russa, tanto che la trattò come una figlia… finché non cominciò a vederla come una minaccia. E da allora i rapporti tra le due oscillarono sempre in un continuo tira e molla di affetto, diffidenza, stima, gelosia, dispetti e ripicche.

Caterina, nelle sue Memorie, descrive con ammirazione e timore la zarina: “Era bellissima anche in età avanzata, e sapeva essere affascinante come una matrigna delle fiabe”.
Ma ricorda anche il suo essere sospettosa fino alla paranoia e i dispetti crudeli: quando Sofia si affezionava troppo a una dama di compagnia, Elisabetta la faceva sparire da un giorno all’altro, spedita in qualche remota provincia, solo per il gusto di tenere in soggezione la giovane futura “nuora”.
Alla morte del padre tedesco, Sofia prese il lutto, ma dopo una settimana Elisabetta la redarguì violentemente imponendole di cessare il lutto, dato che suo padre non era certamente né un re né uno zar, tale da meritare un lutto così prolungato.
Elisabetta vedeva in Sofia una potenziale rivale (e aveva ragione), ma anche l’unica speranza per il futuro della Russia. La teneva vicina, la usava, la umiliava – e intanto la istruiva e la forgiava come una spada, e la preparava a diventare zarina.

Un altro elemento di tensione fra le due fu la discendenza. Benché col matrimonio tra Sofia e Pietro avesse assicurato un erede al trono, e una moglie abbastanza abile da compensare le deficienze del futuro zar, Elisabetta non smise di preoccuparsi per il futuro. Caterina e Pietro non avevano praticamente rapporti, e ancora anni dopo la consumazione del matrimonio, la coppia non aveva ancora partorito eredi.
Per un po’ Elisabetta portò pazienza e si limitò a redarguire e incitare Caterina ad assolvere ai suoi doveri nei confronti del marito. Dalle memorie di Caterina risulta che fu lo stesso ministro Bestužev a “istruire” Caterina in modo imbarazzante su come fosse suo dovere essere accomodante col futuro zar, e arrivò a fornirle consigli dettagliati su come assecondarlo e compiacerlo per stimolarne l’interesse.
Caterina annotò nelle sue memorie che lei non avrebbe avuto alcun problema a fare il compitino (per il quale, scrisse, “ero naturalmente predisposta” – sì, avete capito bene. Quello.) ma che per farlo le sarebbe servito “un marito che fosse anche una persona normale”.
La pazienza di Elisabetta finì e con la schietta brutalità che le era propria, Elisabetta fece capire a Caterina senza mezzi termini che doveva assolutamente partorire un erede (il sottinteso ovviamente era “non importa come o con chi”).
E l’erede finalmente arrivò, anche se la paternità del primo dei figli di Caterina può essere molto probabilmente attribuita al principe Saltykov, il primo dei molti amanti che Caterina si prese.
Naturalmente, non appena i figli venivano svezzati, Elisabetta (com’era usanza all’epoca) li sottraeva a Caterina, li prendeva sotto la sua responsabilità e si preoccupava lei di crescerli e istruirli in modo che fossero all’altezza di diventare i futuri autocrati di tutte le Russie.

L’elemento più indicativo del rapporto ambivalente che legava Elisabetta e Caterina fu però nei termini con cui Elisabetta nominò Pietro suo successore, termini che escludevano Caterina dall’ereditare direttamente i poteri di zarina, e che trasferivano l’intera autorità imperiale a Pietro.
Il che spiega ironicamente anche la necessità per Caterina di prendersi il potere con un colpo di stato (questa volta contro il marito) nel 1762, esattamente come aveva fatto Elisabetta vent’anni prima.

La Russia come nuova potenza europea: la Guerra dei Sette Anni

Sul fronte esterno, dopo aver risolto i guai di confine con la Svezia, Elisabetta giocò una partita durissima, dato che oltre ai balli in maschera Elisabetta aveva anche un’altra ossessione: rafforzare il ruolo della Russia come potenza europea emergente. Entrò con tutti e due i piedi nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763), il primo vero conflitto globale della storia (fu Churchill a definirla la prima vera guerra mondiale della storia).
Il conflitto principale vedeva contrapposte soprattutto Francia e Inghilterra per il predominio coloniale nelle Americhe e in Asia, ma in Europa centrale e orientale si giocava una partita diversa, per il predominio sugli stati tedeschi (un anticipo della rivalità mortale tra Austria e Prussia che terminerà solo alla fine del XIX secolo con l’unificazione della Germania da parte della Prussia) e nell’Europa orientale, dove le mire di espansione e influenza di Elisabetta collidevano tanto con quelle austriache, quanto con l’emergere della potenza aggressiva del piccolo ma bellicoso regno di Prussia.

Elisabetta si alleò con Austria, Francia, Svezia e Sassonia contro la Prussia di Federico II, che detestava cordialmente e in cui vedeva il pericolo di una potenza concorrente e in rapida ascesa per la supremazia in Europa orientale. Ironia della sorte, era stato proprio Federico II a suggerirle la giovane Sofietta come moglie per l’erede al trono, e addirittura, il padre di Sofia aveva servito anni prima come generale nell’esercito di Federico II.

L’esercito russo, inizialmente impreparato, si rivelò sorprendentemente efficace sulla lunga distanza. Inizialmente l’esercito russo si limitò a occupare la Prussia Orientale, che Federico II aveva abbandonato a sè stessa ritenendola tropo lontana per essere difendibile. E alla prima dura battaglia tra le forze russe e l’esercito di Federico II, la battaglia di Zorndorf del 1758, si risolse in un sanguinosissimo pareggio, che sebbene evidenziò la tenacia dei russi che riuscirono ad annullare la manovra concepita per annientarli (tenacia inizialmente sottovalutata da Federico II), alla fine persuase il comandante russo a ritirarsi temporaneamente per dare tempo al suo esercito di riprendersi.
La svolta arrivò nel 1759 con la battaglia di Kunersdorf, dove i russi inflissero una pesantissima sconfitta all’esercito prussiano. Tra morti, feriti e dispersi Federico perse 20.000 uomini, circa il 40% del suo intero esercito, e scrisse a Berlino in preda alla più nera disperazione: “Tutto è perduto, non sopravviverò alla rovina della mia patria”. Il re di Prussia in quei giorni drammatici arrivò persino ad accarezzare l’idea del suicidio.

Ma i russi e gli austriaci, per divergenze e litigi fra generali, per inerzia e mancanza di rifornimenti (e forse anche per la residua reticenza ad affrontare in battaglia Federico II, che più volte aveva dimostrato di saper ribaltare gli esiti anche in condizioni di netta inferiorità), non seppero sfruttare la vittoria e diedero tempo al disastrato esercito prussiano di riprendere fiato, e la guerra si trascinò per altri tre lunghi anni.

La Russia occupava comunque stabilmente la Prussia Orientale ed era arrivata con un’incursione a occupare temporaneamente Berlino, alla quale impose pesanti contribuzioni in cambio della promessa di non saccheggiare la città.
A questo proposito va ricordato, però, che una simile “dimostrazione di civiltà” rappresentò, assieme alla gestione molto ordinata di Königsberg (in mani russe dal 1758 al 1762) un’eccezione felice: l’occupazione russa della Prussia Orientale fu particolarmente brutale, specie al di fuori delle grandi città, e sotto questo punto di vista non c’era molto di cui andare fieri. Stupri e saccheggi nelle campagne erano all’ordine del giorno, e non a caso dopo la fine della guerra i territori precedentemente occupati dai russi furono quelli che abbisognarono di maggiori finanziamenti per la ricostruzione e per il ripopolamento.
Accadeva quasi ovunque nelle guerre del Settecento (Federico II stesso si rese responsabile di un terribile bombardamento incendiario della città sassone di Dresda), quando un esercito straniero metteva piede in territorio nemico, ma gli osservatori dell’epoca furono piuttosto concordi nel rilevare che in questo l’esercito russo si dimostrò particolarmente distruttivo, perlomeno nelle campagne. Elisabetta, lontana centinaia di chilometri, non diede mai ordini diretti in tal senso, ma nemmeno punì gli eccessi del suo esercito con particolare zelo.

Il risultato meramente militare è che quello fu comunque il momento in cui la Russia si affermò definitivamente come grande potenza europea.

Peccato che Elisabetta morì nel gennaio 1762, complici i troppi eccessi alimentari e alcolici, lasciando il trono proprio a quell’erede inadeguato e imbarazzante che era Pietro III. Il quale salvò di fatto Federico Il Grande dalla sconfitta totale (il cosiddetto Miracolo della Casa di Brandeburgo) e in poche settimane prima ritirò la Russia dalla guerra (e restituì al suo idolo Federico tutti i territori conquistati), e poi addirittura cambiò schieramento, mettendo addirittura il corpo di spedizione russo a disposizione del re di Prussia, in modo che potesse usarlo per combattere gli ex alleati austriaci.

Lo zar Pietro III in realtà durerà pochissimo sul trono e Federico II non fece davvero in tempo a sfruttare pienamente il vantaggio del cambio di schieramento della Russia. A questo ci pensò sua moglie Caterina, che evidentemente aveva studiato bene da Elisabetta, e aveva capito in che modo garantirsi non solo l’ammirazione di sudditi e cortigiani, ma anche l’appoggio dei reggimenti della guardia imperiale.
Ma questa è materia per la storia di un’altra grande bad girl russa: Caterina la Grande.


L’eredità che preparò il terreno alla zarina filosofa

Elisabetta Petrovna morì il giorno di Natale del 1761 (secondo il calendario giuliano, il 5 gennaio 1762 secondo il calendario occidentale), dopo vent’anni di regno.
Se ne andò grassa, viziata e probabilmente un po’ ubriaca, come si addice a una vera zarina russa che si era goduta la vita fino all’ultimo, lasciando alle memorie del passato l’immagine iconica della giovane amazzone statuaria, che intimidiva e affascinava la corte e i diplomatici stranieri ballando in uniforme militare.

Nella storia ufficiale, il suo bilancio è solido ma sottovalutato. Fu lei a consolidare la Russia come grande potenza europea: rafforzò l’esercito, entrò con successo nella Guerra dei Sette Anni (nonostante l’epilogo grottesco causato da Pietro III), promosse l’architettura barocca (Palazzo d’Inverno, Smolny, Peterhof), fondò l’Università di Mosca e l’Accademia delle Arti, restituì potere e prestigio al Senato, diede impulso ai commerci e al primo timido sorgere di un’industria artigianale.
Riportò un po’ di orgoglio nazionale, dopo gli anni caotici e pieni di tedeschi che dettavano legge a San Pietroburgo. E, dettaglio che i russi ancora apprezzano, non firmò mai una condanna a morte. Anche se, come sappiamo, questo non significa che fosse una tenera colomba. In un certo senso la sua brutalità ammantata di eleganza e clemenza fu una incarnazione perfetta del detto “pugno di ferro in guanto di velluto”.

Ma la sua vera eredità è un’altra, più sottile e ironica: senza Elisabetta, non ci sarebbe stata nessuna Caterina la Grande. Caterina non avrebbe mai avuto un esercito moderno, una corte stabile e una nobiltà abituata a essere governata da una donna.
Elisabetta, pur coi limiti culturali che aveva e vanitosa com’era, aveva avuto il talento politico e la determinazione necessari per gettare le basi del secolo d’oro della Russia.
Fu lei a scegliere quel disastro di Pietro III ma fu anche lei a far arrivare a corte la piccola Sofietta di Anhalt-Zerbst, riconoscendone al volo l’intelligenza e l’ambizione.
Preparò il terreno, spianò la strada, e poi se ne andò lasciando una macchina di potere già ben oliata.
E quando Caterina si presentò in uniforme, circondata dai suoi ufficiali, a chiedere il giuramento di lealtà dei reggimenti della guardia imperiale durante il colpo di stato del 1762 per deporre quell’incapace di suo marito, stava idealmente rievocando l’impresa della sua “madrina” politica e i suoi balli in maschera.

Nell’immaginario collettivo, però, Elisabetta resta la “sorella minore”, meno glamour di Caterina. È la zarina bella, vanitosa, passionale e capricciosa che amava i vestiti, i balli folli e gli uomini, ma che non aveva la stessa capacità (o voglia) di Caterina di vendersi come illuminata filosofa. E soprattutto Elisabetta a differenza di Caterina non ebbe mai mostri sacri dell’illuminismo come Voltaire e Diderot a farle da press agent nei salotti alla moda di mezza Europa.
In Russia è ancora abbastanza popolare, soprattutto per la clemenza formale e per essere stata l’ultima Romanov “pura” di sangue. All’estero, invece, è spesso ridotta a una nota a piè di pagina: la zia ingombrante, gelosa e stravagante che ha fatto da ponte tra Pietro il Grande e Caterina II.

Nella cultura pop non brilla quanto meriterebbe. Compare come personaggio secondario in vari film e serie su Caterina (per esempio in The Scarlet Empress del 1934). La serie russa Elizaveta (2022) le dedica finalmente uno spazio da protagonista, ma in quanto prodotto russo poco o per niente doppiato, resta poco conosciuta all’estero.
Il suo momento di gloria pop più grande è probabilmente nella serie Hulu The Great, dove “Zia Elizabeth” (interpretata da Belinda Bromilow) ruba spesso la scena: eccentrica, bisessuale, saggia e spietata a giorni alterni. Una versione molto romanzata (non vi fu assolutamente alcuna prova nè pettegolezzo su una supposta bisessualità della zarina) e oltretutto viziata dalla brutta abitudine di proiettare visioni contemporanee su un passato decontestualizzato, ma che cattura benissimo il suo spirito di bad girl imprevedibile.
In letteratura ha ispirato romanzi come The Tsarina’s Daughter di Ellen Alpsten, che la racconta con tutti i suoi eccessi, le sue insicurezze e la sua astuzia.


Conclusione

Elisabetta Petrovna non fu la più grande, né la più illuminata, né la più spietata. Fu però una delle più vive. Una donna che prese il trono con una slitta nella neve, governò trasformando la maschera da “bella svampita interessata solo alle feste e agli amanti” nella realtà di una donna astuta, strategica e determinata, capace di usare persino i balli in maschera come strumento di manipolazione del potere, e dimostrò un cinismo pragmatico sia in pace che in guerra. E capì, prima di molti altri, che in Russia la bellezza, il carisma e l’astuzia contano più dell’istruzione formale che le era mancata.

Caterina II, anni più tardi, le rubò la scena e scrisse meglio di lei la propria leggenda. Ma senza la “zia” tosta e capricciosa che l’aveva preceduta (e forgiata), probabilmente sarebbe rimasta una principessina tedesca qualunque.
E questa è la lezione più cinica e dolce di tutta la storia: a volte la vera bad girl non è quella che finisce nei libri di scuola come “Grande”, ma quella che ha il coraggio di prendersi il trono… e poi spiana la strada e passa il testimone a una ancora più affamata di lei.


Utili per approfondire:

  • Lezione del prof. Barbero su Caterina la Grande: qui Elisabetta viene solo citata in relazione al periodo di preparazione di Sofietta, prima che la storia la consacrasse come zarina Caterina II La Grande. Ma offre già una buona prospettiva sul personaggio.
  • Simon Sebag Montefiore, I Romanov (capitolo su Elisabetta) – divulgazione eccellente.
  • Evgenij Anisimov, Five Empresses (in inglese) – saggio accademico ma leggibile sulle zarine del Settecento.
  • Le Memorie di Caterina la Grande (ed. italiana Einaudi) – fonte primaria parziale ma preziosa.
  • Virginia Rounding, Catherine the Great – utile per il rapporto tra le due.

Nota: a dispetto dei toni spiritosi e della palese ammirazione del sottoscritto per le Bad Girls in qualunque forma e natura, questo articolo si basa su fonti storiografiche attendibili; gli aneddoti leggendari o non verificati, o spudoratamente inventati come nel caso della leggenda nera sulla rotazione degli amanti, o l’attribuzione di bisessualità a Elisabetta, sono segnalati come tali nel testo.

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