Vediamo, chi sono? Mi chiamo Samuel, milanese di nascita, ligure di sangue, romano d’adozione. Appartengo a quella maledetta Generazione X, cresciuta con l’idealismo dei primi cartoni animati tra gli anni 70 e 80, e poi risvegliatasi all’improvviso in un incubo che sembra uscito da un frullatore in cui qualche pazzo furioso ha mischiato il peggio di “1984” di Orwell e di “Brave New World” di Huxley.
Sono cresciuto quando “La Rete” si chiamava ancora Fidonet e le BBS erano piene di gente strana come me, ancora convinta (illusi che eravamo) che le connessioni e la tecnologia diffusa avrebbero liberato l’Umanità dalle disparità culturali, diffuso sapere, e aiutato a superare le barriere dell’incomunicabilità… e siamo finiti a rincoglionirci scrollando compulsivamente su TikTok e Instagram, a fare binge watching seriale su Netflix, Amazon TV e Disney+, il tutto con un occhio sempre allo smartphone: sia mai che ci perdiamo la notifica dell’ultimo round del deathmatch da analfabeti funzionali in cui ci siamo invischiati su Facebook.
Oggi vivo in un equilibrio precario tra codice, parole, una vera e propria riserva naturale di animali domestici rumorosi, e una moglie che fortunatamente mi tiene in riga.
A casa mi tengono compagnia una bassotta un po’ ladra un po’ investigatrice, due gatte convinte di essere le vere padrone di casa, e tre pappagalli urlanti di taglia grande, che prima o poi ci faranno guadagnare una denuncia per disturbo della quiete pubblica.
Se la mia vita fosse un romanzo, somiglierebbe pericolosamente a “Storie del mio zoo” di Gerald Durrell, ma scritto sotto un trip di acidi. Mia moglie sopporta tutto questo (e me) con uno stoicismo che meriterebbe una statua e un capitolo a parte.
Di giorno faccio il consulente informatico. Di notte (o meglio, nelle ore che riesco a rubare) scrivo storie in cui l’essere umano cerca disperatamente di restare tale, mentre tecnologia o le lusinghe del potere gli promettono di renderlo più efficiente e in realtà lo lobotomizzano delle due cose più preziose: l’empatia e l’autonomia decisionale. Di solito tecnologia e potere vincono, ma i miei personaggi si ostinano a perdere con stile.
Oppure mi abbandono a ucronie storiche, e trip dark fantasy e grimdark, che mi meriterebbero un abbonamento a vita dallo psicanalista.
Quando non programmo o non scrivo, mi perdo tra droni FPV, giochi di ruolo, videogiochi, grafica 3D, fotografia astronomica e storia. Ma soprattutto mi diverte un mondo scoprire quanto poco sappiamo di ciò che crediamo di sapere.
Scrivo storie character-driven, sporcate da conflitti interiori e relazioni irrisolte, con protagonisti grigi e donne forti, bad girl spietate, complesse e incasinate – non girlboss invincibili da copertina, e tantomeno le tipiche eroine irreprensibili e inclusive in stile Disney e Netflix: insomma mi piace scrivere proprio il tipo di personaggi che sembrano fatti apposta per far schiumare di rabbia bipartisan sia i liberal woke perbenisti che i fascio-patriarco-ritardati.
Se finissi a Hogwarts, il Cappello Parlante mi metterebbe di sicuro in Grifondoro… però la ragazza me la sceglierei in Serpeverde (possibilmente una più gnocca di Pansy Parkinson).
In poche parole: scrivo perché mi piace ficcare il naso nei punti più scomodi dell’animo umano, soprattutto quando tecnologia e potere ci offrono scorciatoie pericolose, e patti col diavolo travestiti da empowerment.
Se ti va di fare due chiacchiere su scrittura, chip impiantabili, assassine fantasy, droni o mitologici ananas romani, sei nel posto giusto. La newsletter è il luogo dove tengo le cose più sporche e divertenti: scene tagliate, racconti inediti e pensieri che sul blog pubblico non oserei mettere, nemmeno io. Iscriviti pure. Al peggio, puoi sempre mandarmi a quel paese e annullare l’iscrizione, se lo starnazzare dei miei pappagalli ti frullasse i timpani.
E se hai domande o richieste più specifiche, usa pure il contact form: farò il possibile per uscire dal mio autismo da informatico e rispondere prima possibile 😉.
ps: la citazione che fa da sottotitolo, al sito? Sì, la considero un biglietto da visita e una dichiarazione d’intenti di quello che troverai spesso in quello che scrivo. «La ricetta ideale per l’estinzione di massa: un cervello che funziona come nel paleolitico, istituzioni medievali e tecnologie futuristiche.»
Non è mia, mi sono preso la libertà di parafrasare Edward O. Wilson, biologo e fondatore della sociobiologia. Per non deprimermi con un eccesso di pessimismo cosmico, posso rilanciare con l’ottimismo stoico di Gramsci: «Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà.»
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