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Odissea di Nolan – La pseudorecensione

Finalmente l'ho visto e posso parlarne. È l'Odissea, e al tempo stesso non lo è. Una reinterpretazione in chiave moderna del lutto, del trauma, del senso di colpa per gli orrori della guerra. Il film di Nolan non è un film storico, esattamente come l'Odissea non è un trattato storico. Tanto rumore per nulla, e un film che anche se non è un capolavoro (di sicuro non il miglior Nolan) è una reinterpretazione abbastanza godibile.
Samuel 28/07/2026
Odissea di Nolan

Ok, l’ho visto. Mi è piaciuto? Sì, abbastanza. È l’Odissea? Si e No.

Si perchè: perchè fa (o meglio: tenta di fare) esattamente quello che faceva Omero e che hanno fatto tutti i grandi drammaturghi del passato, ossia parlare di temi universali cercando di usare simboli e linguaggi che i loro contemporanei potessero capire.

Nolan ha fatto lo stesso, ha scelto un filtro (quello del senso di colpa e delle ferite dell’animo) e ha riletto tutta la vicenda in questa chiave. La sua Odissea è quindi una rilettura dell’originale.
Poi se c’è davvero ancora qualcuno convinto che Omero con l’Odissea avesse scritto un trattato storico, alzo le mani. Suggerirei di riprendere in mano il sussidiario delle elementari, ma so già che sarebbe tempo sprecato.

Nolan martella sul senso di colpa e sul trauma, sull’illusione (autoindotta per difesa) che le disgrazie e le colpe degli uomini siano da attribuire agli Déi, e sul modo in cui gli uomini arrivano a tradire anche i loro valori più sacri (a cominciare dai doveri di ospitalità, sacri a Zeus) per convenienza. Parla di nostalgia di casa, ma anche de soprattutto della paura di tornarci, e dello smarrimento dell’identità.
L’operazione che fa Nolan non è niente di diverso da quello che facevano Omero, Virgilio, Dante o Shakespeare.

No perchè: perchè è un’interpretazione parziale e incompleta, interamente centrata sul senso di colpa e lo stress post-traumatico, volendola dire gentilmente, e sotto più di un aspetto quando il messaggio “contemporaneo” prevale e qualcosa non è funzionale al messaggio, Nolan lo sacrifica senza pensarci due volte. Un bel messaggio sulle mostruosità e le ferite interiori che la guerra incide nell’animo umano, e sul modo in cui gli esseri umani esorcizzano le proprie colpe e le proprie sventure attribuendole alla volontà degli Déi. Ma un tema che ovviamente nell’Odissea originaria è pressochè assente.

Volendola dire un po’ meno gentilmente (o volendo vedere l’altra faccia della medaglia) è un film che parla lo stesso identico linguaggio che gli americani (una parte degli americani) usano regolarmente al cinema, e comprendono ormai a istinto da Soldato Blu e Full metal Jacket in poi, quando hanno bisogno di rielaborare i sensi di colpa per questo o quel massacro commesso in giro per il mondo. E allora, siccome il massacro tanto ormai è fatto e non si può tornare indietro, lo esorcizzano a Hollywood e si raccontano “mai più”. Fino al prossimo massacro.

E chiaramente se scegli una chiave interpretativa di questo tipo, finisci per perderti qualche pezzo, o per rimuoverlo proprio dal copione perchè non è funzionale al messaggio. E anche perchè se no non ti bastano le tre ore di film per raccontarlo, specie se hai perso tempo con scene che non dicono nulla dal punto di vista puramente narrativo, come l’episodio di Polifemo, che non ha perso solo il gioco di parole su “Nessuno” ma ha proprio perso qualunque senso che non sia il mostrare un orrido Polifemo magnificamente reso dal punto di vista grafico… e però, l’episodio che significato ha per Ulisse, come lo cambia, che spunti gli dà? Boh. Zero patata, visto che Ulisse rimane uguale a sè stesso fino agli ultimi 30 minuti del film.

E visto che, ahimè, dell’Odissea e di certi suoi episodi siamo abituati a sentir parlare fin dalle scuole elementari, quando poi quegli episodi non li ritrovi nel film di Nolan (perchè non sono funzionali alla chiave interpretativa di Nolan), senti che manca qualche pezzo.

Ma anche qui il problema non è la mancanza di qualche pezzo (se si accetta serenamente che quella di Nolan non è una trasposizione ma una reinterpretazione) quanto il vuoto che non ha sostituito i pezzi mancanti con qualcosa di altrettanto potente e significativo e che, per dirla brutalmente, rendesse meritevole e sensato prendere un’opera come l’Odissea per raccontare qualcos’altro.

Intendiamoci da questo punto di vista l’operazione è legittima, Nolan ha parlato fin da subito di un adattamento e una reinterpretazione, non di una trasposizione fedele dell’Odissea. Ed è un’operazione legittima proprio per i motivi giò visti al punto perchè sì: Nolan non parla ai greci dell’età classica, parla agli spettatori del XXI secolo.
Il problema è… serviva davvero riscrivere l’Odissea per raccontare lo stress post-traumatico?


Il lato oscuro di Nolan: il razionalismo che tenta di spiegare il mito

Una conseguenza meno desiderabile dell’approccio di Nolan a tutti i film che ha prodotto, ossia l’idea fissa di spiegare tutto con la razionalità e demolire il mito fino nelle sue radici, si traduce in una mostruosa incapacità di uscire dal modo di pensare moderno e razionale.
L’ìmprinting razionalista del film è dichiarato fin dalla prima frase che appare agli spettatori all’inizio del film, che li proietta in “un mondo di apparente magia”.
Nolan è un razionalista di professione, uno che i miti li smonta e cerca di spiegarli razionalmente. Déi? Magia? Non esistono: illusioni prodotte dai traumi, dai bias cognitivi, dalle balle che la mente ci racconta per auto-proteggersi dalla realtà.
Che, di nuovo, è legittimo (oltre che vero): ma il prezzo è tirarti fuori a forza dalla testa di un greco antico, e mettere un cervello contemporaneo nella testa di un miceneo.
Un difetto e una incapacità di immedesimazione di matrice illuminista. Un miceneo non avrebbe mai messo in discussione che gli Déi sono una forza reale e potente che opera nella quotidianità della vita, nè si sarebbe messo a fare ragionamenti di geopolitica spicciola sulle vere ragioni economiche dietro il conflitto troiano, o perlomeno non l’avrebbero fatto in un poema epico.
Probabilmente l’avrebbero fatto in sede di pianificazione del conflitto, visto che nemmeno gli antichi micenei ignoravano che benefici comportasse il controllo dello stretto dei Dardanelli. Ma non l’avrebbero mai espresso in quei termini all’interno di un poema epico.
Per dirla tutta nè un miceneo nè un greco del tempo di Omero si sarebbero fatti tutti questi problemi per il massacro causato nel momento in cui i Greci espugnano Troia dopo dieci anni di assedio.
I greci di Nolan, a volte, sembrano ragionare più come illuministi del settecento, positivisti dell’ottocento o razionalisti contemporanei, che come micenei in carne e ossa.
La buona notizia è che davanti ad alcuni episodi dell’Odissea che non hanno potuto essere sacrificati sull’altare della rilettura razionalista, persino Nolan ha dovuto alzare le mani, e infilarli nel film senza poterli spiegare come illusioni autoindotte o proiezioni dei traumi psicologici dei personaggi.
Penso al viaggio nell’Ade, al quasi disastro dell’attraversamento del gorgo di Cariddi, a Circe che in tutta la buona volontà illuminista, devi farcelo vedere come trasforma degli esseri umani in maiali, o a Polifemo che sebbene lontano dalla rappresentazione classica non è dipinto come un “umano molto alto che la paura e i traumi dei greci hanno trasformato nell’illusione di un mostro gigantesco”.

Interpretazioni degli attori: Houston, abbiamo un problema

Qui francamente non riesco a capire se un certo generale piattume nell’interpretazione dei personaggi sia un problema di regia e sceneggiatura che hanno scelto intenzionalmente di distillare l’interpretazione degli attori di (quasi) qualunque pathos e manifestazione di cambiamento interiore, o di una scelta sbagliata di attori inadatti, o di entrambe le cose.

Matt Damon nelle vesti di Ulisse/Odisseo? Mantiene la stessa espressione dall’inizio alla fine del film. Ok, il trauma, ma puoi tenere un attore per tre ore sullo schermo senza far intravvedere nulla dell’Ulisse originario, senza mai farlo reagire a qualcosa, provare un’emozione (a parte quando Calipso lo accompagna durante la disintossicazione con dosi a scalare del Loto), mostrare che gli eventi hanno un qualche impatto su di lui?
Anne Hataway nel ruolo di Penelope: parliamone. Perchè qui non credo che il problema sia stata l’attrice, che almeno del suo prova a mettercelo: ci sono momenti in cui ha dei picchi di intensità recitativa molto apprezzabili (intendiamoci, se uno si setta sulla media a emozionogramma piatto di Ulisse, ti piace vincere facile…), inclusa una ferocia latente che cova in lei e che emerge nel finale. Ma nell’insieme, personaggio del tutto passivo, in cui persino la questione fatidica della tela viene quasi ridotta a una burletta.
Tom Holland, ahimè, non interpreta Telemaco ma interpreta l’ennesimo reboot di Tom Holland. Non bene.
Eumeo (il servitore di Ulisse) è uno dei personaggi di maggior spessore del film. Tralasciando che non ricordo fosse cieco, ma potrei sbagliarmi.
La morte del cane Argo? Costruita in più momenti del film, e quando arriva è straziante e commovente. Ma anche un po’ frettolosa.
Calipso probabilmente visto il ruolo e il peso che ha nel ritorno della memoria di Ulisse, in veste di direttrice del SERT che disintossica Ulisse dal Loto (dopo averlo resa lei stessa un tossico fattone che ha dimenticato tutto) forse avrebbe meritato più spazio, quantomeno per far capire anche a noi mortali come ci arriva, lì, Ulisse…. e che significato ha la sua permanenza per tot anni presso di lei (tralasciando le ovvie motivazioni che si potrebbero supporre, data l’attrice che recita Capipso).
Nausicaa? Sparita dai radar, non c’è.
Circe? Reinventata in funzione del messaggio, trasformata in una vecchia sgradevole stile Maga Magò. Efficace, sgradevole e decisamente inquietante. E misogina in linea con una lettura che certo femminismo da gruppi Instagram contemporanei approverebbe di sicuro.
Agamennone? Semplicemente inquietante (aldilà della tamarrissima armatura da Batman), una presenza oscura che raffigura tutta l’incarnazione degli istinti più bassi e predatori della guerra, e di cui non a caso vediamo davvero il volto solo quando Ulisse viaggia fino all’Ade per parlare coi defunti. Non è che l’attore abbia contribuito granchè, lì l’unico ruolo dell’attore è portare in giro un elmo nero per il 90% delle scene in cui Agamennone appare, senza necessità di vederlo in volto, un po’ come Darth Vader nella trilogia originale.

Nell’insieme, quello che mi resta è un tot di attori che non so se non hanno capito quello che voleva Nolan, lo hanno capito e lo hanno applicato troppo bene (e allora a me misero mortale piacerebbe capire cosa aveva in mente Nolan), o lo hanno capito ma non sono riusciti a comunicare ciò che voleva il regista.
Ai fini pratici, quello che resta è che sicuramente non è un film che ricorderò per l’intensità della recitazione. Se i personaggi che trasmettono più emozioni sono un servitore cieco e un cane moribondo, credo di aver detto tutto.


Elena “dalle bianche braccia” e disagio psichiatrico

E ora veniamo al pomo della discordia; Elena “dalle bianche braccia”. Confermo: Lupita Nyong’o appare per meno di 3 minuti totali in tutto il film (circa 3 ore), e oltretutto quei pochi minuti se li deve giocare su due ruoli, quello di Elena e quello di sua sorella Clitemnestra, colei che assassina Agamennone al ritorno dalla guerra di Troia.

Sull’argomento sono state già spese abbastanza parole. Per dovere d’ufficio ricordo che “dalle bianche braccia” non è mai stata una definizione letterale e men che meno etnica. Era una metafora utilizzata per indicare la nobiltà e il fatto che una donna non fosse costretta a lavorare nei campi. Non ha niente a che fare con la pigmentazione degli antichi greci di età micenea, del cui aspetto Omero (o chi per lui, considerando che probabilmente Omero non fu nemmeno una persona fisicamente esistente) e i greci del VI secolo aC ne sapevano meno dei nostri archeologi.

Detto questo:
È una Elena/Clitemnestra storicamente credibile? Certo che no, inutile girarci intorno.
È un servizio reso alla rappresentazione col bilancino delle quote etniche alla complessità e mescolanza etnica della società moderna – e probabilmente per far parlare e straparlare del film contando sulle masse di boccaloni che ci sarebbero cascati? Certo che sì, inutile girarci intorno.

Non è né più ne meno storicamente credibile di quanto fossero storicamente credibili legionari romani o soldati egiziani ed ebraici raffigurati con armature europee del cinquecento in dipinti e affreschi medievali e di età moderna, o le tante versioni della Sacra Famiglia rappresentata come un trittico di ariani biondi e con gli occhi azzurri. Eppure quei dipinti e quegli affreschi totalmente antistorici sono diventati capolavori della storia dell’arte occidentale.

L’arte (specie quella simbolica – e l’Odissea di Omero lo è, il film di Nolan lo è o cerca di inserirsi nello stesso filone) usa sempre ciò che ha a disposizione nel proprio tempo per parlare agli esseri umani del proprio tempo mostrandogli cose che conoscono, che fanno parte della loro quotidianità riconoscibile e usando immagini che gli uomini del loro tempo riconoscono nella loro contemporaneità. Nel cinquecento non avrebbero riconosciuto una vera armatura romana o persiana, non sarebbe stata familiare e avrebbe indebolito il messaggio che l’artista voleva comunicare: quindi negli affreschi ci finivano le armature del cinquecento e una rappresentazione etnografica che gli uomini di allora riconoscevano come vicina a sè.

Se l’Odissea fosse stata un film con pretese di “film storico” Elena/Clitemnestra nera sarebbe stata un errore. In un film simbolico che reinterpreta un mito (anzi un’accozzaglia di miti, esattamente come l’opera originaria) non ci vedo niente di drammatico, soprattutto visto il tempo risicato in cui Elena e Clitemnestra appaiono sullo schermo.

Se proprio devo dirla tutta una Elena/Clitemnestra nera almeno era credibile nel contesto di una civiltà mediterranea, bastava navigare fino alla sponda opposta del Mediterraneo e i neri li trovavi.
Se questo fosse stato un film con pretese di storicismo, casomai, mi avrebbe dato qualche problemino in più il membro dell’equipaggio di origine coreana (Will Yun Lee, che ho apprezzato molto in The Good Doctor e altre serie TV). A differenza di Elena/Clitemnestra, lì non si trattava solo di attraversare un pezzo di mar Mediterraneo ma un intero continente, circa duemilacinquecento anni prima di Marco Polo.

Ma siccome dovrebbero (sottolineo, dovrebbero) averlo capito anche i sassi e le piante grasse, che l’Odissea non è un trattato storico nè un compendio sull’etnografia di età micenea, e che quello di Nolan non si è mai spacciato per film storico, ce lo facciamo andare bene lo stesso.


Nè l’Odissea di Omero nè l’Odissea di Nolan sono opere “storiche”

Francamente tutto il casino che si è letto e si continua a leggere sui social è ridicolo, soprattutto quando certe manifestazioni di disagio psichiatrico vengono travestite da “critica storica”. Vorrei ricordare a certi razzisti travestiti da storici della domenica che l’Odissea non è un trattato storico nè etnografico. E che il film di Nolan non si è mai qualificato come “film storico” (visto che la fonte stessa non è un’opera storica, ma un poema che rielabora miti tipici dell’antichità ellenica).

Da un punto di vista di accuratezza storica, la stessa resa di Greci del VIII secolo aC (quelli che conosceva Omero, i Greci che stavano appena rialzando la testa dopo la barbarie del cosiddetto “medievo ellenico”) per rappresentare i Greci micenei del XIII-XII secolo aC è dubbia e ha la stessa fondatezza e credibilità di una Elena o una Clitemnestra interpretate da una attrice di colore (o interpretate dalla valchiria vichinga Diane Kruger di Troy). Quindi, a voler fare i pignoli che spaccano il caz… il capello in quattro, il primo da criticare sarebbe proprio Omero. SE il problema degli spaccacapelli fosse veramente la Storia.
Omero non ha scritto un trattato di storia. L’unico elemento “storico” nell’Odissea (e nell’Iliade) di Omero, è che si tratta della rielaborazione poetica e mitizzata di un antico conflitto in seno alla civiltà micenea e del mediterraneo orientale per il controllo dello stretto dei Dardanelli, presumibilmente un conflitto combattuto tra micenei e alleati degli ittiti.

La mitologia greca dei secoli successivi (ricordo che i greci di età micenea che vediamo nell’Iliade e nell’Odissea non sono gli stessi greci che quasi un millennio più tardi diedero vita alla civiltà classica, fermarono i persiani di Serse alle Termopili, fondarono colonie in tutto il Mediterraneo, eccetera), che non poteva certo mettersi a parlare di geopolitica in senso moderno, inquadra nel mito della semidivina Elena rapita dai Troiani, come pomo della discordia e origine della guerra tra micenei e (forse) ittiti o alleati degli ittiti.

Cercare o aspettarsi l’attendibilità storica in opere come l’Iliade o l’Odissea (o l’Eneide, sul fronte latino), o in qualunque opera successiva ad esse ispirata o derivata da esse, significa non aver capito letteralmente nulla di ciò di cui si occupavano Omero o Virgilio.

Nolan fa nè più nè meno quello che facevano gli artisti medievali, rinascimentali e di età moderna: rappresentare miti e simboli del passato con immagini che i loro contemporanei potevano comprendere.

Poi se oggi c’è qualche contemporaneo disagiato che pensa di vivere ancora in una società etnicamente pura, dove esistono solo bianchi causasici, e quindi rigetta per principio l’idea di vedere anche attori neri sullo schermo, il problema non è di Nolan, nè di Omero, nè della realtà là fuori: e della dissociazione dalla realtà di certi soggetti.

Io non ho alcuna simpatia per il modo goffo, invadente e presuntuoso con cui certi filoni della cultura “woke” (specie in ambito letterario e di produzione cinematografica) cercano di far passare messaggi giusti sbattendoli forzatamente in faccia al pubblico e anche a sproposito (ad esempio quando arrivano letteralmente a reinterpretare e riscrivere la storia, quella vera intendo, non i poemi mitologici di Omero).
Se non altro perchè così facendo – soprattutto quando la manovra è palesemente commerciale e non culturale – quello che ottengono puntualmente è il risultato esattamente opposto: riuscire a irritare anche chi in quei valori ci si riconosce, e irrigidire su posizioni ancora più aggressivamente ostili chi era già ostile a quei valori.

Nel caso dell’Odissea di Nolan mi sento di dire che non c’è stato alcun tentativo di “rilettura a posteriori” della storia per fini “woke”. Parlare delle ferite e dei sensi di colpa per gli orrori della guerra non è una invenzione del “buonismo woke” del ventunesimo secolo.
E tre minuti di apparizione di due personaggi interpretati da un’attrice di colore, personaggi assolutamente secondari e marginali nel film, non possono scatenare né giustificare un simile putiferio indignato, da gabbia delle scimmie urlatrici.

Putiferio sfociato anche in forme di palese disagio mentale, quando si vedono circolare meme basati su fotogrammi singoli di Lupita Nyong’o intenzionalmente alterati con l’AI per far somigliare la giovane e attraente Lupita Nyong’o a una ultracinquantenne sfatta, deforme e idrofoba (sottotitolo per analfabeti funzionali: “Nolan ha fatto Elena negra e brutta, perchè se sei negra sei per forza brutta, e i woke vogliono farci amare la bruttezza!”).

Veramente, se questa è la spazzatura che avete dentro la scatola cranica, non state bene. Avete serio bisogno di aiuto e supporto psicoterapeutico, andate in un consultorio a farvi curare. O perlomeno trovate al vostro cervello una funzione più utile dello spartire le orecchie. Tipo usarlo come fermacarte, per esempio.


Penelope
Anne Hataway nel ruolo di Penelope

La rappresentazione della bellezza nell’Odissea di Nolan

Tra parentesi, Nolan in questo film ha trattato tutte le donne (Elena, Clitemnestra, Circe, Calipso, Penelope) e pure gli uomini con estremo realismo da “bruttezza quotidiana” e zero rispetto per i canoni di bellezza artefatta contemporanea. Qui siamo lontani anni luce dalle rappresentazioni artefatte di film come Troy (che qualche analfabeta funzionale di cui sopra spaccia per “ecco com’era la storia vera”), dove i personaggi sembrano appena usciti da un salone di bellezza o dallo shopping in un punto vendita di Kiko o di Maybeline, e non da un assedio decennale condotto in età minoica.

Nolan non ha messo sullo schermo donne che ogni mattina fanno shopping da Douglas: sono donne del loro tempo, “segnate” e ferite nei modi più diversi, dal tempo, dal potere, dal dolore, dalla guerra, dalla vita che fanno, che non è quella di un centro benessere della East Coast.

Certo, se le paragoni a Diane Kruger in Troy, che sembra appena uscita da un salone di bellezza di New York, ti sembra che nelle donne dell’Odissea di Nolan manchi qualcosa.

Se prendiamo i book di tre attrici come Lupita Nyong’o, Anne Hataway e Charlize Theron (tutte e tre attrici bellissime) e li confrontiamo con quello che Nolan mette sullo schermo, c’è un abisso.
Intendiamoci, non voglio fare il moralista, so bene che, specie nelle arti visive, “l’occhio vuole la sua parte”.
Però è divertente che a lamentarsi della “bruttezza” siano gli stessi che contestano la poca storicità dell’Odissea di Nolan. Evidentemente questi storici in erba hanno scambiato l’età micenea per una succursale di Maybelline. Ah, quella di Troy sì che è storia, quella sì che è una rappresentazione realistica e storicamente accurata!
Greci dell’età del bronzo rappresentati come vichinghi scandinavi inclusi…

ps: ecco, la caduta di stile del film di Nolan. Perchè, perchè mettere in bocca a Ulisse quella frase sulla “età del bronzo”? I micenei neanche lo sapevano cosa fosse l’età del bronzo, non più di quanto un fiorentino del 1300 si sarebbe sognato di dire “il medioevo”. Mah.

pps: se questo fosse un film “woke”, Ulisse avrebbe risolto i suoi dissensi coi Proci a tarallucci e vino in un tripudio di buoni sentimenti e redenzione collettiva; Penelope sarebbe diventata l’ennesima principessa guerriera alla Netflix/Disney, leader inclusiva capace di ispirare gli altri col suo suo esempio di empowerment e convincere i Proci a desistere dai loro retrogradi istinti patriarcali e a mettersi in ginocchio sui ceci a fare penitenza per la loro semplice appartenenza di genere.
Invece Ulisse li massacra tutti, come da copione omerico originale; e Penelope è splendidamente, visceralmente vendicativa, nel suo desiderio di vederli sterminati, fino all’ultimo uomo (anzi è probabilmente l’unico picco emotivo degno di nota in tre ore di film, in cui Penelope sfugge al clichè della donna in eterna e paziente attesa del ritorno del marito). Ma decisamente questo non è un film woke.
Come compitino per le vacanze estive, oltre a Omero, ripassatevi anche cosa vuol dire davvero “woke”. Perchè dei danni mostruosi che il perbenismo woke provoca su serie TV, film, romanzi e fumetti, in questo film non ne ho trovata traccia.

Conclusioni

Basta, ho detto anche troppo. Già avevo scritto qualcosa prima di vederlo, confermo anche quello che scrissi allora, con la differenza che almeno ora l’ho visto e so di cosa parlo, a differenza di tanti che ne parlano (perlopiù a sproposito) senza nemmeno averlo visto.
Mi è piaciuto? Sì, abbastanza. Tornerei subito a vederlo perchè è un capolavoro? No, assolutamente no. Nolan ha fatto film migliori, e senza bisogno di scomodare un pilastro della letteratura e della mitologia come l’Odissea.

Purtroppo oggi sembra che di un film (o di un romanzo, o di una serie TV, o di un videogioco) si sappia solo gridare al “capolavoro assoluto!” o alla “merda inguardabile!”. Gli algoritmi social che ci campano, sul vostro disagio da scimmie urlatrici travestito da engagement, ringraziano.

Una nota di mal-costume: il film è lungo. Non mi è pesato, onestamente, ma il cinema in cui l’ho visto non ha inserito nemmeno un intervallo. Vi consiglio di informarvi prima col vostro cinema, se prevedono o no un intervallo. Perchè comunque un film di tre ore un intervallo per prendere fiato, svuotare la vescica o fumarsi una sigaretta, lo meriterebbe.

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