La polemica sulla storicità non ha senso
Omero e Nolan: due pessimi storici
Qui mi tocca una breve introduzione che potrebbe (e dovrebbe!) suonare pedante e inutile. Dovrebbe. Purtroppo in un mondo in cui ormai è considerato normale o accettabile avere in circolazione fuori dai manicomi gente che afferma senza vergognarsene che la Terra è piatta, e che ci controllano tutti col 5G tramite microchip iniettati assieme ai vaccini, questa premessa così pedante è praticamente d’obbligo.
Meglio essere chiari da subito: la trasposizione/adattamento di Nolan presenta effettivamente dei problemi e solleva legittimi dubbi sulle migliori modalità di adattare un antico poema epico a un medium come il cinema contemporaneo.
Ci sono obiezioni serissime in proposito, e di cui sarebbe interessantissimo discutere e che mi guardo bene dal paragonare alle follie di terrapiattisti e dei complottisti del 5G. Ma purtroppo quelle obiezioni non hanno niente a che fare con la cagnara social che si è scatenata, e che rende necessaria questa premessa storica.
Quantomeno per capire di cosa stiamo parlando. È tutta roba di cui sono abbastanza sicuro di aver letto già nel sussidiario delle scuole elementari, e nei libri di testo della prima media. Insomma, non è esattamente materia relegata a qualche oscuro meandro della Storia di cui si occupa solo qualche specialista.
Già qui, chi si scatena contro il film di Nolan per la sua “antistoricità”, forse avrebbe bisogno di rispolverare il sussidiario delle elementari, un testo di storia da prima media, o quantomeno di farsi una scorreria di una mezzoretta su Wikipedia per chiarirsi un paio di idee.
E forse, chissà, si renderà finalmente conto che dove Nolan riesce a essere più smaccatamente “antistorico”, è proprio dove cerca di restare il più fedele possibile a Omero. Perchè Omero (o chi per lui) non ha mai preteso di parlare di Storia, ma di parlare dell’Umanità.

Di cosa parlano l’Iliade e l’Odissea
Iliade e Odissea sono poemi epici, che parlano di una guerra decennale tra un’alleanza di sovrani greci, guidata da Agamennone, e i sovrani della città anatolica di Troia.
Una guerra innescata, secondo la leggenda, dai capricci degli Déi del pantheon ellenico e dal rapimento di Elena. E dal desiderio dei Greci di dare una bella lezione a quegli arroganti di Troiani. E infine parla del successivo, infinito viaggio di ritorno a casa di uno dei protagonisti di quella guerra, Odisseo/Ulisse.
Queste sono le opere Omeriche (o meglio, attribuite a Omero).
Cosa ci dicono la Storia e l’Archeologia
Il conflitto che conosciamo come guerra greco-troiana fu probabilmente una serie di conflitti, combattutisi intorno al 1200 aC (avanti Cristo), tra regni dell’antica Grecia di età micenea (segnatevi un appunto, è importante: la Grecia micenea non è né la Grecia dell’VIII secolo aC in cui “visse” Omero, né quella del periodo classico ed ellenistico) e regni vassalli o satelliti dell’Impero Ittita, che all’epoca dominava sull’Anatolia centrale. Nello specifico, il regno di Wilusa, la Troia omerica, che si affacciava sullo stretto dei Dardanelli, una zona di frontiera per la civiltà ittita, ma di importanza strategica e commerciale vitale.
Quello stesso stretto che è stato la ragione del contendere di una manciata di guerre, e una formidabile chiave di potenza marittima e commerciale, dal mondo romano fino ai giorni nostri, passando per l’Impero Bizantino e quello Ottomano.
Un conflitto che non assunse mai alcun connotato di “scontro tra civiltà” (niente di simile allo scontro tra Greci e Persiani del V secolo aC, per intenderci), dato che sono storicamente accertati costanti contatti diplomatici e commerciali, e persino trattati di scambio di prigionieri e rimpatrio di fuggitivi, tra regni micenei, ittiti (che chiamavano i micenei “Ahhiyawa”) e regni vassalli degli ittiti, e che non si risolse con un’unica guerra “all in”, quanto piuttosto in una serie continua di contese, assedi e scorrerie.
Peraltro non vi è nemmeno un consensus stabile sul fatto che le ripetute distruzioni subite dalla città “stratificata” con cui gli archeologi hanno identificato l’antica Troia/Ilio, siano da imputare al conflitto coi micenei, piuttosto che a cause interne o alle invasioni dei “popoli del mare“, che Nolan decide di far coincidere coi Greci stessi, come spiegazione del senso di colpa per il tradimento dei propri stessi valori: ecco, questa è una delle letture di Nolan più vulnerabili dal punto di vista storico, anche se molto elegante in termini drammatici.
Resta il fatto che Omero (o chi per lui) ritenne di condensare tali contese, assedi e scorrerie in un unico grande evento spazio-temporale risolutivo, e in un singolo conflitto glorioso, trasformandole in una guerra decennale del popolo greco, unito contro gli oppressori orientali che avevano insultato gli Déi.
Il tutto, naturalmente, condito da Déi e semidei che camminano, combattono, litigano, mangiano, battibeccano, si fanno dispetti e si concedono scappatelle erotiche al fianco dei comuni mortali.
Chi era Omero e quando scrisse? Esiste davvero un canon dell’Odissea?
Già qui, chi in queste settimane si è stracciato le vesti ancora prima che uscisse nelle sale il film di Nolan, e ha gridato al “tradimento di Omero”, ha qualche problemino, in stile “Houston, abbiamo un problema”. E qual è il problema? Beh, semplice.
Primo, che assai probabilmente non è mai esistito un Omero in carne ed ossa, con una faccia, un nome, una voce e come unico autore dei poemi che conosciamo come Iliade e Odissea.
E non si tratta di una qualche assurda invenzione contemporanea di qualche storico anticonformista a caccia di attenzioni con una tesi provocatoria: la “questione omerica”, ossia i dubbi sulla reale paternità dei due poemi, o sulla stessa identificabilità di Omero come singola persona fisicamente esistita, anche se prese forza in età moderna, era già dibattuta nell’antichità classica.
Oggi c’è un certo consensus accademico consolidato, sull’ipotesi che in realtà l’Iliade e l’Odissea (opere stilisticamente molto diverse e spesso in contraddizione tra loro) siano il frutto di una lunga stratificazione di canti tramandati oralmente, e che il nome “Omero” sia in realtà un’etichetta collettiva per una tradizione poetica durata secoli e probabilmente originaria dell’isola egea di Chio, dove aveva sede un’intera scuola di cantori.
Naturalmente c’è ancora chi sostiene che, no, Omero fu una persona fisica con nome, volto e codice fiscale, e che compose sicuramente lui entrambe le opere. Certo però che qui la situazione per gli “unitaristi” non è rosea. Perché non ci sono certezze nemmeno su dove nacque o sul periodo in cui l’ipotetico Omero sarebbe vissuto in carne e ossa.
Per il luogo di nascita si oscilla tra Smyrne, Atene, Colofone… in pratica: vuoi sapere dov’è nato e cresciuto Omero? Appendi al muro una mappa della Grecia antica, bendati gli occhi e tira una freccetta alla cieca. Dovunque tu abbia colpito, ecco, è lì che è nato Omero.
E quanto al periodo in cui visse, peggio ancora:
Gli antichi lo collocavano tra il XII e XI secolo aC (1100-1000 aC).
Già Erodoto lo avvicinava nel tempo, e lo ricollocava come vissuto verso la metà del IX secolo aC (circa 850 aC).
Oggi, e ormai da parecchio tempo, il consenso degli studiosi propende per datare la composizione dei due poemi intorno alla seconda metà dell’VIII secolo a.C (circa 750 aC).
Questo problema delle datazioni è cruciale, perché significa che Omero (o chi per lui) compose le sue opere tra i 400 e i 500 anni dopo lo svolgimento degli eventi di cui parlava al suo pubblico.
E questo ovviamente è un fattore cruciale da capire, quando parleremo della pretesa attendibilità di Omero come “fonte storica”, contrapposta a “quel cialtrone di Nolan che ha sbagliato tutto”.
Il fatto, però, è che anche questo in fondo è secondario: perché l’Iliade e l’Odissea come le conosciamo, esistettero e furono tramandate per tradizione orale in mille versioni diverse.
La leggenda parla di una prima “revisione” ordinata dal tiranno ateniese Pisistrato nel VI secolo aC.
Ma solo in epoca ellenistica, nel III secolo a.C., i filologi di Alessandria d’Egitto (Callimaco, Zenodoto, Aristofane) presero tutte le varie versioni, cercarono di accomodarle, e produssero un testo unico, operando una selezione e una fondamentale revisione critica del testo.
E solo tra la fine del II e l’inizio del I secolo aC l’opera di Omero fu suddivisa nei 24 libri che, con poche modifiche, conosciamo ancora oggi (operazione attribuita ad Aristarco di Samotracia).
Quindi già qui si pone un enorme problema, quando si accusa Nolan di avere violato “il canon dell’opera” (neanche Iliade e Odissea fossero fumetti dell’universo Marvel): quale, dei canon, esattamente?
Quello che cantò Omero (o chi per lui) nell’VIII secolo aC?
Le mille versioni trasmesse per tradizione orale?
La prima revisione ateniese del VI secolo aC?
O la versione definitiva di età ellenistica (III-I secolo aC) ad opera dei filologi di Alessandria d’Egitto?
L’aspetto più divertente, ovviamente, il grido: “Omero si rivolterà nella tomba!!”. Il che rende spassoso immaginarsi centinaia di cantori a cui è stato attribuito il nome “Omero”, ciascuno con la sua versione dell’Iliade e dell’Odissea, che in contemporanea si rivoltano nelle loro tombe, praticamente una scena da film trash medio sugli zombie e i cimiteri coi morti viventi…

Quattro versioni della Grecia, un unico enorme problema
Veniamo al nucleo del problema, quando si parla di opere come Iliade e Odissea e le si trattano come se fossero fonti storiche attendibili.
Noi occidentali (escludiamo i Greci, che tendenzialmente la loro storia la conoscono meglio), almeno al livello di “uomo qualunque”, soffriamo di un mostruoso, macroscopico e imbarazzante bias di autocentrismo, sul nostro mondo latino ed europeo-occidentale.
Diciamo “Grecia antica” e pensiamo che basti, come cappello, per definire un’intera epoca, dall’età del bronzo alla conquista romana, come se fosse sempre la stessa cosa e a cambiare fossero tutt’al più il design di qualche elmo o armatura, o il colore dei vasi e lo stile dei capitelli in cima alle colonne.
E non serve evocare i meme sugli americani che non distinguono tra Austria e Australia, quando si parla di “Grecia antica” persino noi Italiani, discendenti dai Romani che alla cultura greca devono tantissimo, tendiamo ad avere idee molto approssimative, e a sapere molto più dell’Impero Romano che dell’antichità ellenica.
Ahinoi, non è così. Dire “Grecia antica” non significa assolutamente nulla.
La Grecia dei tempi della Guerra di Troia (circa XIII secolo aC), non è la stessa Grecia in cui visse Omero (o chi per lui) nell’VIII secolo aC. E non è la stessa Grecia classica delle guerre tra Atene e Sparta, o della resistenza all’invasione persiana di Serse, e non è nemmeno la Grecia ellenistica (post conquiste macedoni) del III e II secolo in cui Iliade e Odissea furono finalmente messe per iscritto nella forma che, più o meno, riconosceremmo anche oggi.
E, no, non si tratta della “stessa civiltà che si evolve nei secoli”. Parliamo di civilità radicalmente differenti.
La Grecia di età micenea e la Grecia dei tempi di Omero, e la Grecia classica e poi ellenistica sono distanti e diverse tanto quanto la Roma Repubblicana del III secolo aC e la Roma papale del medioevo.
Non è una questione di lana caprina. Non dovrebbe esserlo, soprattutto, per quelli che in queste settimane si sono stracciati le vesti accusando il film di Nolan di “antistoricità”, di aver “stravolto la Storia narrata da Omero”.
Facciamo un po’ di chiarezza.
La Grecia del conflitto con Troia è la Grecia dell’era Micenea. Ce la ricordiamo tutti la foto con la Porta dei Leoni di Micene, sì? È su tutti i libri di storia delle Medie e di storia dell’arte.
Parliamo del primo nucleo di civiltà Greca arcaica, che si sviluppò tra il XV e il XII secolo aC (1400-1100 aC circa), che per qualche secolo si trovò culturalmente succube, convivente e in competizione con la più antica e raffinata civiltà Minoica (Creta, ~2000 aC – ~1400 aC, non propriamente greca ma che influenzò moltissimo la cultura dei popoli circostanti, fra cui i micenei) e che poi dominò per un paio di secoli l’intera area greca dell’Egeo, dopo il crollo della civiltà Minoica, da cui mutuò in parte la scrittura (Scrittura Lineare B, che adattava la scrittura cretese – Lineare A – alla lingua greca arcaica).
Era una Grecia basata su una cultura raffinata, e su regni dominati da Re-Sacerdoti che regnavano da grandi palazzi, circondati da scribi e burocrati, regni che avevano deboli legami gli uni con gli altri, e per i quali non esisteva alcun senso di fratellanza “pan-ellenica”, nemmeno tra monarchi.
Si tratta di una Grecia radicalmente diversa da quella che conosceva Omero (e da quella che Omero racconta nell’Iliade e nell’Odissea), e molto diversa anche dalle versioni successive della civiltà ellenica ed ellenistica. Persino divinità e religione dei micenei non erano le stesse che conosceva Omero.
Omero (o chi per lui) scrisse le sue opere in una Grecia profondamente diversa. La Grecia dell’VIII secolo aC era una Grecia in piena transizione, che stava appena rialzando la testa dopo i “secoli bui” (il cosiddetto Medioevo Ellenico) seguiti al crollo della civiltà micenea.
E al tempo stesso non era ancora neanche la Grecia degli splendori dell’epoca classica, delle pòleis, dei filosofi, delle democrazie e dei tiranni, delle guerre tra Atene e Sparta, della gloriosa resistenza all’invasione persiana di Serse.
E men che meno era la Grecia dei regni ellenistici, seguiti alla morte di Alessandro Magno, fortemente influenzata dallo zoroastrismo, dalla cultura del mediterraneo orientale e del vicino oriente.
Quella di Omero era una Grecia che dopo aver dimenticato la Scrittura Lineare B di epoca Micenea, non aveva nemmeno ancora ricominciato a scrivere e basava tutta la sua cultura sulla tradizione orale.
Era una Grecia in cui i nuovi Re erano aristocratici di campagna, circondati da sudditi analfabeti, e analfabeti loro stessi, che lottavano costantemente per imporre il proprio potere sui loro pari, e sugli altri aristocratici e guerrieri.
Una cosa ben diversa dai Re-Sacerdoti di età micenea nei loro splendidi palazzi, che mai e poi mai si sarebbero sognati di impugnare una spada e mettersi a duellare con un qualsiasi sottoposto per imporre la loro volontà (men che meno a duellare per decidere chi doveva portarsi a letto una schiava).
E anche questo si salda al problema di Omero (o chi per lui) che non solo parla di eventi lontani 400 o 500 anni dal tempo in cui visse, dovendosi basare solo su storie tramandate di bocca in bocca, ma per di più ha l’enorme problema del pubblico: ossia di farsi capire da un pubblico che non l’avrebbe nemmeno capita o riconosciuta, la Grecia dei micenei. A un Greco dei giorni di Omero, un Greco di età micenea sarebbe probabilmente sembrato alieno quanto un marziano. E viceversa.
Ecco perché la Grecia cantata da Omero non somiglia per niente alla Grecia micenea storica del XII secolo aC, ma rappresenta la Grecia dell’VIII secolo aC, in cui Omero (o chi per lui) viveva e doveva farsi comprendere.
E già qui, direi che la tesi della “storicità violata” perde colpi. E parecchi. Perché Omero fece né più né meno quello che ha scelto di fare Nolan: parlare agli esseri umani del proprio tempo, con simboli, immagini e linguaggi che gli uomini del suo tempo potevano capire e riconoscere come familiari.
Sacrificando la “vera Storia” se necessario? Sì, senza dubbio. È esattamente quello che fece Omero (o chi per lui), perché per lui il messaggio che voleva far passare con le sue opere valeva molto di più della pura rappresentazione storiografica.
E se voleva che quel messaggio venisse capito, doveva esprimerlo in un modo che non confondesse gli analfabeti davanti ai quali cantava le sue opere (il che non è molto diverso dal cercare di far passare certi messaggi oggi, a un pubblico affetto da analfabetismo funzionale sistemico, 2500 anni dopo Omero).
Ma se anche Omero avesse avuto pretese di storicità: ve lo immaginate, il povero Omero che deve scrivere da storico di eventi accaduti 400-500 anni prima, potendo contare solo su racconti tramandati oralmente?
Che attendibilità storica avrebbe avuto?
Pensate all’incubo, per uno storico inglese del 1500 che avesse preteso di raccontare, minuto per minuto, duello per duello, la battaglia di Hastings del 1066 tra Guglielmo il Conquistatore e Aroldo d’Inghilterra. Basandosi solo su racconti orali. Rendo l’idea della plausibilità storica che avrebbe avuto una narrazione costruita in questo modo?
Non basta? Ok, pensiamo alla famosa Battaglia di Roncisvalle (778 dC).
La storia vera: un esercito di Baschi cristiani tende un agguato alla retroguardia di un esercito franco capitanato da Carlo Magno, di ritorno da una scorreria in Spagna.
La versione poetica: un’invasione di saraceni musulmani minaccia l’intera cristianità occidentale, ma viene eroicamente fermata dal sacrificio di Rolando, nipote di Carlo Magno campione della cristianità.
Commovente. Bellissima opera epica, la Chanson de Roland. Ma prenderla come fonte storicamente attendibile è qualcosa che oggigiorno farebbe solo un minus habens. O un leghista. Perché questo è quello che succede quando si cerca di piegare la Storia per metterla al servizio di una narrativa che risponde alle esigenze di propaganda del presente.
E la Chanson de Roland fu scritta intorno al 1100, “solo” 300 anni dopo gli eventi, non 500 o 600 anni dopo, come l’Iliade e l’Odissea. Cominciate a capire dove voglio andare a parare?
Di cosa parlava davvero Omero? Di esseri umani, non di storia
Omero non scriveva un trattato storico sui greci di età micenea, ma un poema antropologico.
L’Iliade è un’indagine sulla mênis (l’ira distruttiva) e sulla tímē (l’onore). Non si chiede “come si vince una guerra”, ma “fino a che punto la rabbia può distruggere un uomo, i valori in cui crede e la sua comunità?”. L’Odissea non descrive una crociera oceanografica volta a mappare le coste del Mediterraneo, ma il trauma del nóstos (il ritorno), l’identità e la capacità di riconoscere sé stessi dopo anni di violenza.
Omero parlava al suo presente: l’aristocrazia dell’VIII secolo, che si riconosceva nei valori del coraggio e dell’ospitalità (xenia). È un’opera di etica poetica, non di geografia, non di storia, non di etnologia.
Ecco il paradosso: Omero parlava al suo presente, ma il suo presente è diventato il nostro passato. E quindi a noi dà la falsa illusione che parli di storia, quando invece parlava e poneva domande esistenziali all’animo dei suoi contemporanei. L’illusione storica è solo un effetto collaterale del tempo che passa, non una caratteristica intrinseca dell’opera.
E Nolan, che parla al nostro presente, forse tra 2500 anni sarà considerato un classico esattamente come Omero (ok, un what if improbabile, ma è per chiarire l’idea).
Perché i classici non parlano di epoche, parlano di esseri umani. E in qualche modo le domande esistenziali che perseguitano e tormentano gli umani, sono sempre le stesse.
Qualcuno ha voluto vedere nei sensi di colpa di Ulisse per i massacri della guerra, una indebita proiezione contemporanea dello stress post-traumatico del soldato di ritorno dal fronte.
Io vi chiedo: se anche fosse così, non è esattamente la dimostrazione dell’universalità dei temi di cui parla Omero?
Il fatto che il reduce di una missione in Afghanistan o in Ucraina possano provare gli stessi complessi di colpa di un acheo di ritorno da dieci anni di assedio e distruzione di Troia, non è la dimostrazione che l’animo umano parla ancora lo stesso linguaggio a distanza di tremila anni? E che noi miserabili moderni dotati di connessioni satellitari, intelligenza artificiale e smartphone che ci connettono col mondo H24, proviamo ancora gli stessi dilemmi e abbiamo le stesse vulnerabilità di un greco arcaico morto e sepolto da tremila anni?
Cioè, come può essere questo considerato un problema, invece che la dimostrazione dell’universalità dei temi trattati da Omero e ripresi pari pari da Nolan?
E anche dal punto di vista poetico, la pretesa che esista una versione “canonica” e “definitiva” dell’Odissea è un’altra gigantesca forzatura.
Fino al VI secolo a.C., i poemi venivano recitati a memoria, e ogni cantore modificava i versi in base al pubblico e a quello che serviva per farsi comprendere, usando la tecnica della poesia orale formulare: tasselli prefabbricati come “Achille piè veloce”, “Elena dalle bianche braccia”, venivano inseriti al momento per adattarsi al metro.
La versione che leggiamo noi oggi è il frutto dell’edizione critica dei filologi alessandrini del III e del II secolo a.C., che presero i vari manoscritti fluttuanti e ne stabilizzarono uno, eliminando gli “apocrifi” e quelli non ritenuti all’altezza e riorganizzando il tutto in un formato organico.
Quindi, quando qualcuno urla “Nolan non rispetta il testo!”, gli si dovrebbe rispondere: “Quale testo? Quello di Aristarco, o quello di un qualsiasi cantore di Chio che dal 700 a.C. in poi inizia a cantarlo e adattarlo in base al pubblico che si trova di fronte?”.
Esempi di antistoricità e “fantascienza” in Omero
Detta così potrebbe continuare a sembrare tutta una questione di lana caprina o per nerd fissati con la storia e abituati a spaccare inutilmente il capello in quattro, come se rappresentare un Re-Sacerdote o un Re Guerriero fosse solo una questione di costume, roba da cosplay.
Ma non è così. Bisogna afferrare bene quest’idea: se un Greco contemporaneo di Omero (o chi per lui) avesse incontrato un Greco di era Micenea, non ci si sarebbe riconosciuto.
E viceversa, un Greco di epoca Micenea che si fosse visto descrivere come Omero lo ha descritto, non l’avrebbe presa proprio bene.
Vediamo perché con qualche esempio:
I re greci: burocrati sacri o capi guerrieri?
Nella Grecia micenea che combattè contro i Troiani intorno al 1200 aC, il sovrano era il wanax, un re-sacerdote che viveva in un palazzo circondato da scribi e burocrati. Il suo potere era sacro, amministrativo ed economico: gestiva i raccolti, le riserve di grano, le officine artigiane e il commercio. Non impugnava la spada. Non duellava. Non guidava personalmente gli eserciti in battaglia. Era un amministratore, non un guerriero.
Nella Grecia dell’VIII secolo, quella che Omero (o chi per lui) mette in scena nell’Iliade e nell’Odissea, il re era un basileus, un capo aristocratico più simile ai sovrani barbarici dell’alto medioevo, un capo che doveva guadagnarsi il rispetto dei suoi pari con il coraggio e con le armi.
Lottava costantemente per imporre il proprio potere, duellava con gli altri capi, e la sua autorità dipendeva dalla sua abilità militare e capacità di difendere il suo potere personalmente, davanti a chiunque l’avesse minacciato.
Che è un tipo di sovrano mille volte più romantico e mille volte più adatto a inscenare un poema epico, rispetto a un sovrano burocrate che detta i capitoli di bilancio a uno scriba. E infatti è esattamente il ritratto che Omero fa di Agamennone, Achille, Odisseo: re che combattono in prima linea, che litigano per il bottino, che si sfidano a duello per una schiava da portarsi a letto.
Peccato che se un wanax miceneo avesse sentito Omero descrivere Agamennone che si azzuffa con Achille per una schiava, si sarebbe messo a ridere. O si sarebbe offeso, e avrebbe fatto frustare a morte il povero Omero. Perché un re-sacerdote greco di età micenea non si sarebbe mai abbassato a quel livello.
La toponomastica: aggiornare la geografia per farsi capire
Omero non piega solo la storia per trasmettere il suo messaggio ai suoi contemporanei, ma riadatta dinamicamente anche la geografia, i nomi stessi di città e regni per renderli comprensibili al suo pubblico.
L’esempio più eclatante: Omero chiama “Sparta” il regno di Menelao. Ma la Sparta che conosciamo noi, quella dei tempi di Leonida e della battaglia delle Termopili, non esisteva nell’età del bronzo. Il sito della futura Sparta, in età micenea, era tutt’al più un villaggio insignificante.
Il palazzo miceneo della Laconia, scoperto di recente ad Agios Vasilios, sorge a parecchi chilometri di distanza da dove poi sorgerà la Sparta classica, e non si chiamava Sparta nemmeno ai tempi di Omero, che usa il termine “Sparta” per riferirsi alla regione, che invece si chiamava già così.
Perché il suo pubblico, nell’VIII secolo, conosceva la piana della Laconia con quel nome. Se avesse citato il vero nome del palazzo miceneo (che tra l’altro non conosciamo nemmeno oggi), nessuno lo avrebbe capito.
Omero (o chi per lui) aggiorna e adatta non solo la storia, ma anche la geografia per farsi capire dai suoi contemporanei, esattamente come Nolan usa attori multiculturali e un’armatura “fumettistica” per parlare al pubblico del 2026.
Quello che fa Omero non è un censimento storico, è una lista di luoghi poetica che i suoi ascoltatori dovevano comprendere al volo.
Gli dèi: un pantheon (quasi) completamente diverso
Questa è forse la differenza più clamorosa, e quella che i critici di Nolan farebbero meglio a ricordare. Nell’Olimpo omerico, Zeus è il padre e re degli dèi, onnipotente e signore del cielo e del tuono.
Ma nelle tavolette in Lineare B dei palazzi micenei, il dio che riceveva le offerte più ricche e frequenti dai greci di età Micenea era Poseidone.
Per i Micenei, Poseidone non era nemmeno il “dio del mare” (vivevano perlopiù nell’entroterra, e non erano grandi navigatori), ma il dio della terra e dei terremoti, il signore delle profondità, una divinità terrificante e ctonia, legata alla fertilità del suolo. Nelle tavolette, spesso viene prima di Zeus nei sacrifici.
E non è tutto. Apollo, il dio profeta e della musica, così caro a Omero, non compare affatto nei testi micenei. Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza, è quasi completamente assente.
La religione micenea era una faccenda seria, cupa, burocratica e funzionale, perché gli Déi non erano antropomorfizzazioni capricciose con gli stessi difetti caratteriali dei comuni mortali, erano potenze della natura che conveniva tenersi buone (forse residui di cultura animista nel paganesimo politeista): le tavolette micenee registravano offerte di olio e pecore, non capricci e pettegolezzi di amori divini coi mortali.
Se un sacerdote miceneo del 1200 a.C. fosse stato trasportato in un simposio dell’VIII secolo e avesse sentito Omero raccontare le scappatelle di Zeus con Alcmena, o le liti di Era, o Atena che scende in campo per tirare i capelli ad Achille, probabilmente lo avrebbe preso per un matto. O per un sacrilego bestemmiatore.
Il dio miceneo era una forza oscura e impersonale della natura (il terremoto, la pioggia, il raccolto). Il dio omerico è più antropomorfizzato: litigioso, passionale, vendicativo, politico, che gioca muovendo ogni essere umano come una pedina.
E già che ci siamo: i Troiani, nella realtà storica, veneravano il loro pantheon anatolico, non quello greco. Il trattato ittita del 1280 a.C. tra il re di Wilusa e l’impero ittita cita Apaliunas (una forma anatolica di Apollo) come divinità protettrice della città. Non c’è traccia di un tempio dedicato ad Atena a Troia, se non nei versi di Omero. Il poeta proiettò sulla città anatolica le divinità greche che il suo pubblico conosceva, esattamente come Nolan proietta sul suo film le sensibilità del pubblico contemporaneo.

La “fantascienza” omerica: mostri, geografie impossibili e armi da fantasia
Se poi vogliamo parlare di “fantascienza” vera e propria (o fantasy, visto che alle astronavi nemmeno Omero c’era arrivato), Omero è un campione.
Lo scudo di Achille (Iliade, Libro XVIII): Efesto, il dio fabbro, forgia per Achille uno scudo su cui sono incisi il cielo, la terra, il mare, due città (una in pace e una in guerra), e persino una danza circolare di giovani. Uno scudo che contiene l’intero cosmo. Nessun fabbro umano, né miceneo né dell’VIII secolo, avrebbe potuto realizzarlo. È l’armatura più fantastica e “fumettistica” mai concepita prima dell’invenzione del cinema. Altro che l’armatura da Batman di Agamennone.
I mostri dell’Odissea: Polifemo, il ciclope mangia-uomini. I Lotofagi, che mangiano fiori che fanno perdere la memoria. Le Sirene, metà donne e metà uccelli, che attirano i marinai con il canto. Scilla e Cariddi, mostri marini. Se prendessimo l’Odissea come un atlante storico, dovremmo credere che il Mediterraneo fosse popolato di creature uscite da un film dell’orrore.
La geografia impossibile: Ulisse visita luoghi che non esistono su nessuna carta nautica. Le coordinate geografiche sono fumose e contraddittorie. Perché anche qui, Omero non stava descrivendo un viaggio reale, ma un viaggio mistico e iniziatico, un viaggio dell’anima volto a rappresentare lo smarrimento dell’identità dopo la guerra e la sua riconquista, il conflitto tra il desiderio di tornare a casa e la vergogna di tornarci dopo essersi macchiati di tanti orrori, e la curiosità insopprimibile di esplorare e vedere il mondo.
Una lettura di comodo di qualche intellettualoide woke sinistrorso contemporaneo? Nemmeno per idea: i primi a rileggere l’Odissea in questa chiave furono i neoplatonici (Plotino, Porfirio).
Parliamo del III secolo dC, quindi no, non si tratta delle “seghe mentali” di qualche woke sinistrorso contemporaneo. Bel tentativo, Elon. Riprova, sarai più fortunato.
Omero non è uno storico, né un geografo, né un etnografo. È un poeta e, manipola la realtà come materia prima e la mescola col mito, per costruire un mondo che parli al suo pubblico, non per documentare il passato.
I suoi re non sono i re-sacerdoti micenei, ma gli aristocratici guerrieri dell’VIII secolo. I suoi dèi non sono le divinità ctonie e burocratiche dei palazzi micenei, ma un Olimpo di macchiette litigiose che riflettono le passioni umane e i difetti più umani. Le sue città non sono quelle dell’età del bronzo, ma quelle che il suo pubblico poteva riconoscere e amare.
Per spezzare una lancia a favore di Omero (o chi per lui): dove riesce a essere storicamente accurato è nella descrizione di armi e armature, che a un Greco del VIII secolo dC, in piena età del ferro, sarebbero sembrate arcaiche e superate. Omero descrive scudi ben diversi da quelli tondi che sono entrati nell’iconografia della Grecia classica, e armi in bronzo che nessun contemporaneo di Omero avrebbe usato.

Le “antistoricità” di Nolan: la stessa identica operazione di Omero
Veniamo alla polemica del momento. I critici si sono scagliati contro:
- Lupita Nyong’o come Elena e Clitemnestra (poche scene, ma storicamente “improbabili” per una donna micenea).
- Will Yun Lee , l’attore di origine coreana scelto come rematore sulla nave di Ulisse.
- L’armatura “Batman Style” di Agamennone.
- Le riletture “woke” sui sensi di colpa per la guerra
Ebbene, queste critiche sono la dimostrazione più lampante di un doppio standard intellettuale.
Cosa c’è di più “antistorico” della “bellezza” di Elena? Omero la descrive come la donna più bella del mondo, scatenatrice di una guerra. Ma gli Achei del 1200 a.C. non avevano i canoni estetici dell’VIII secolo, né l’attuale.
E, no, nemmeno la bellissima valchiria bionda Diane Kruger in Troy, truccata come se fosse appena uscita da un punto vendita di Kiko, incarnava i canoni di bellezza (o la plausibilità) di una donna micenea.
Lei l’avete criticata allo stesso modo? O siccome incarna tendenzialmente l’ideale di bellezza ariana, per voi andava bene anche se altrettanto antistorica di Lupita Nyong’o?
La bellezza di Elena è un’invenzione poetica perfetta per il suo tempo, proprio come la scelta di un’attrice di colore per Nolan è una scelta poetica perfetta (e ovviamente provocatoria) per il nostro tempo: un cinema globale che riflette la multiculturalità del pubblico del 2026 (salvo per qualche marziano ancora convinto di vivere in una società dove esistono solo caucasici bianchi).
E la famigerata armatura da Batman di Agamennone? Dello scudo fumettistico di Achille abbiamo già parlato: leggasi il Libro XVIII dell’Iliade: Efesto forgia per Achille uno scudo su cui sono incisi il cielo, la terra, il mare, due città (una in pace e una in guerra) e persino una danza circolare. È uno scudo che contiene l’intero cosmo, e l’armatura più fantastica, impossibile e “fumettistica” mai concepita prima dell’invenzione del cinema e dell’arrivo dei film sui supereroi della Marvel e della DC Comics.
Nolan non sta traendo ispirazione dalla storia; sta traendo ispirazione dal mito di Omero. E Omero, per primo, si permise di trasformare una serie di microconflitti, scorrerie e diatribe per il controllo di uno stretto in una guerra con dèi che scendono in campo. Criticate Nolan? Allora dovreste criticare Omero per primo.
Della presunta lettura “woke e modernista” dei sensi di colpa di Ulisse e del suo viaggio dell’anima, ne abbiamo già accennato.
Ma lasciatemi aggiungere un elemento che ho già trattato in un precedente articolo (leggi qui): se questo fosse un “film woke” lo vedremmo da altre cartine di tornasole, a cominciare dall’interpretazione di Penelope, interpretata da un’ottima Anne Hataway (che, a dirla tutta, quanto a recitazione è due spanne sopra Matt Damon nei panni di Ulisse).
Il classico “film woke” (sì, Disney e Netflix, sto guardando voi) avrebbe trasformato Penelope in una principessa guerriera, leader carismatica e inclusiva, che tra un colpo di spada (ma senza ferire seriamente nessuno, eh) e un pippone motivazionale, avrebbe convinto i Proci a deporre i loro inaccettabili istintipatriarcali e li avrebbe convinti a cambiare vita e redimersi.
Invece la Penelope messa in scena da Nolan, per quanto abbia un nerbo d’acciaio, è la cosa più lontana che si possa immaginare dalla visione “woke” dell’eroina forte ma inclusiva: è splendidamente, deliziosamente e visceralmente feroce e vendicativa, nel suo desiderio di vedere i Proci sterminati fino all’ultimo uomo.
Cosa che poi puntualmente accade, quando Ulisse si rivela e, come da finale omerico, li massacra tutti. Laddove una regia woke probabilmente avrebbe concluso tutto con un finale buonista a tarallucci, vino, redenzione e pacche sulle spalle per tutti, e tanti saluti al finale omerico canonico.
La cosa più divertente di tutte? Nolan riesce a essere più sfacciatamente antistorico proprio nei punti del film in cui cerca di restare il più fedele possibile a Omero!
È proprio nei punti in cui Nolan si sforza di restare fedele al “canon” Omerico, che si dimostra più clamorosamente antistorico: quando accetta di rappresentare re guerrieri che somigliano più a capi tribù dei Visigoti o degli Eruli (o ai re greci del VIII secolo aC) che ai re-sacerdoti micenei del XIII secolo; quando accetta di rappresentare Greci che considerano gli Déi come antropomorfizzazioni dei capricci dei mortali; quando piazza un Tempio di Atena nel bel mezzo, anzi si direbbe nel cuore stesso di Troia, dove non si venerava affatto il pantheon ellenico (né quello più animista dei micenei, né quello più antropomorfizzato della Grecia classica).
Togliete al film di Nolan Lupita Nyong’o per i 3 minuti in cui appare, e il film regge lo stesso, anche se ci mettete l’altrettanto antistorica Diane Kruger al posto di Elena e Clitemnestra, e anche se ci mettete una bella greca contemporanea, facendo finta che sia una rappresentazione etnicamente credibile di una bellezza greca di 3000 anni fa.
Ma provate a togliere al film (e al poema) quei re così antistorici e a sostituirli coi veri re di età micenea, e tutto il poema crolla miseramente.
È proprio la finzione antistorica, a reggere l’intera epica dell’opera di Omero (e di conseguenza il film di Nolan).
Gli scivoloni antistorici di Nolan
Detto questo, ci sono due o tre punti in cui Nolan riesce a essere antistorico senza poter incolpare Omero. Ossia è proprio Nolan a metterci del suo, nell’attirarsi accuse di antistoricità.
Primo: la conclusione simbolica del film: ossia il momento in cui il suo Ulisse conclude che i famigerati Popoli del Mare, di cui i micenei iniziano a percepire la minaccia, sarebbero i Greci stessi.
Si tratta di un’estensione del filo conduttore forte di tutto il film: il senso di colpa per il tradimento dei propri valori, e di conseguenza Ulisse attribuisce agli stessi Greci la responsabilità del crollo imminente della loro civiltà.
È sicuramente una lettura forte dal punto di vista drammaturgico (e perfettamente funzionale alla chiave di lettura con cui Nolan ha scelto di reinterpretare l’Odissea), ma dal punto di vista storico è un’ipotesi altamente discutibile.
Qui però Nolan se la cava salvandosi in corner nel modo più ovvio: nemmeno Ulisse è uno storico e può dire quello che vuole. Certo però che se metti in bocca al protagonista della storia una lettura così netta, e forte, e controversa, poi è difficile che il regista non debba risponderne…
Secondo: la scelta di far coincidere il sacco di Troia con l’inizio del collasso dell’età del bronzo, anticipando di circa un secolo eventi che gli archeologi collocano più tardi.
Ma qui devo rilevare soprattutto la mostruosa ineleganza di aver messo esplicitamente e letteralmente in bocca a Ulisse l’espressione “età del bronzo” (espressione inventata dalla storiografia e archeologia del XIX secolo), il che è chiaramente una forzatura assurda.
I Micenei non erano consapevoli di vivere nella “età del bronzo” (etichetta inventata a fine ‘800), nè del fatto che di lì a poco sarebbero entrati nella “età del ferro”. Non più di quanto un mercante veneziano del 1200 o un monaco anglosassone del IX secolo fossero consapevoli di vivere nel “medioevo”.
Terzo, e questo tocca il vero nodo centrale del film: il senso di colpa per la distruzione di Troia (e il modo in cui si è consumata). Chiaramente trattandosi della chiave interpretativa su cui Nolan ha scelto di impostare tutto il suo film per parlare alle persone di oggi, è abbastanza superfluo fare le pulci alla storicictà di un simile atteggiamento: è chiaramente una proiezione contemporanea, che ha la funzione di parlare agli esseri umani di oggi. E ci può stare, come scelta, e finchè ci si ricorda che questa cosa è il messaggio di Nolan, non di Omero, che nell’Ulisse rappresentato da Omero questa cosa non c’è, e che probabilmente non c’era nemmeno nella cultura dei Greci in generale, né i greci micenei “storici”, né i greci contemporanei di Omero.
Concludendo…
Nolan, come Omero, non si è mai spacciato per storico. L’unica vera “antistoricità” è pretendere che un film epico sia un documentario. La Chanson de Roland non era storicamente vera nel 1100 e l’Iliade non lo era nel 700 a.C. Sono tutte magnifiche bugie che raccontano verità più grandi di quelle dei cronisti.
Se vogliamo la Storia vera (o almeno uno sguardo dal buco della serratura su qualche spezzone di storia vera), leggiamo gli archivi ittiti e le tavolette micenee in Scrittura Lineare B (per la Scrittura Lineare A dei cretesi, e per scoprire se la loro fosse davvero una società matriarcale, purtroppo dobbiamo ancora attendere che qualcuno riesca a tradurla).
Ma se vogliamo l’anima dell’uomo, il suo desiderio di gloria, la sua paura della morte, la sua sete di avventura, il senso di colpa, la nostalgia di una vita lasciata indietro, leggiamo Omero. E magari, senza troppo scandalo, andiamo anche a vedere il film di Nolan.
Nolan sceglie il filtro del senso di colpa e dei valori tradizionali dei Greci violati per vincere la guerra (i valori dell’epoca di Omero, non quelli dei micenei), e ci martella sopra come un martello pneumatico.
Non è un tradimento, è scegliere di evidenziare un aspetto del viaggio interiore di Ulisse e battere su quello.
È una chiave interpretativa. E in ogni caso non ha niente a che vedere con la storicità o anti-storicità, che è quello di cui abbiamo parlato fin qui.
Quindi, per favore, basta, con questa storia della antistoricità di Nolan e del “tradimento del testo originale”. Non se ne può veramente più, e non ci fate bella figura.
Fareste più bella figura (per modo di dire. Ma almeno l’onestà e il coraggio delle vostre convinzioni…) ammettendo che quello che vi disturba e vi triggera è proprio l’idea in sè di vedere un’attrice nera per tre minuti su tre ore di film.
Il marinaio coreano, invece va bene. Intanto è uomo, e già quello fa punteggio, e poi i coreani sono buoni, ogni anno ci regalano un nuovo modello di Galaxy che costa quanto uno stipendio. E poi non è proprio nero-nero, sì è un po’ colorato e ha gli occhi un po’ a mandorla, ma… ci possiamo stare, dai!
Lui in fondo possiamo farcelo andare bene, anche se è geograficamente e storicamente 10 volte più improbabile di una Elena nera, che almeno avrebbero potuto trovarla sulla sponda opposta del mediterraneo, mentre per trovare un rematore coreano avrebbero dovuto attraversare tutto il continente asiatico con 2500 anni d’anticipo su Marco Polo.
Quindi avanti così, 10mila meme al giorno su Elena/Clitemnestra nera, zero meme al giorno sul rematore coreano.
Smettetela di cercare di spacciare il vostro razzismo per “amore di storicità”.
E soprattutto, per l’amor del cielo, riprendiamo una buona, vecchia abitudine. Di non guardare il mondo, e ogni prodotto che esce (al cinema, in TV, in libreria, tra i videogiochi) come qualcosa che o è un “capolavoro assoluto” o è “spazzatura totale”.
Il mondo non è fatto di solo BIANCO o NERO, sapete? Ci sono migliaia di sfumature di grigio, nel mezzo, per non parlare dei colori.
Si può guardare un film, una serie TV, leggere un romanzo o giocare a un videogioco e trovarlo godibile anche se ha dei difetti o se contiene qualche aspetto che ci mette a disagio perchè “triggera” qualcuno dei nostri bias cognitivi; e si possono trovare e rilevare dei difetti anche in un buon prodotto che ci è piaciuto tanto, senza che questo significhi commettere reato di lesa maestà se si punta l’indice contro quei difetti invece di fare finta che non esistano.
Saper vedere le sfumature, invece di mettersi a berciare subito “CAPOLAVORO ASSOLUTO!” o “MERDA INGUARDABILE!” in base alle parole d’ordine decise della propria tribù politico/culturale di appartenenza (o più probabilmente dall’algoritmo di profilazione che vi suggerisce i “contenuti graditi” nel feed), è un valido indicatore di appartenenza alla specie Homo Sapiens Sapiens, piuttosto che a una qualche famiglia di babbuini o di scimmie urlatrici, pilotate da un algoritmo che trasforma il vostro strillare quotidiano in dollari che piovono a milioni nelle tasche di chi ha intenzionalmente e deliberatamente costruito quegli algoritmi e quelle piattaforme social per trasformarvi in scimmie urlatrici.
Pax et bonum!
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