Premessa: Non mi considero un fan di Ghost in the Shell. Nel senso: non sono un fan-atico che va in orgasmo (diciamo in hype, così siamo più contemporanei) appena vede il suo prodotto preferito, in qualunque forma e in qualunque declinazione.
Per me Ghost in the Shell è un filone di fumetti (manga) e cartoni animati (anime) – sì, ok, ci sarebbe anche il film con Scarlett Johansson – al quale sono molto affezionato. Ma diciamo che non appartengo a quella tipologia di spettatori che ingoiano tutto, basta che sopra ci sia il titolo del loro prodotto preferito. Vale per GitS, vale per il Signore degli Anelli, vale per Star Wars, eccetera.
Il fatto che sia affezionato a un prodotto non mi frena dal dire se rilevo dei difetti, esattamente come l’essere un amante della pasta alla Gricia o della Carbonara non mi costringe a farmela andare bene per forza, se in un ristorante me la cucinano male, o se mi sbattono i piselli nella Carbonara.
Il concetto non può essere “se è Ghost in the Shell, e se sei un VERO FAN, allora deve piacerti tutto ciò che è Ghost in the Shell”.
Da questo punto di vista io non sono un fan.
Corollario conseguente alla premessa: non mi considero nemmeno un esperto di Ghost in the Shell. Ho letto pochi dei manga originali, la serie Arise (e film) del 2013-2015 l’ho vista solo parzialmente, e l’ultimo reboot prima di questo, la serie in animazione 3d distribuita da Netflix (Stand Alone Complex 2045 – Guerra Sostenibile, rilasciata tra 2021 e 2022) non sono proprio riuscito a vederla oltre un certo punto.
Giochiamo pure a carte scoperte: i prodotti che ho apprezzato di più sono il primo film in animazione, Ghost in the Shell (1995), e le due serie animate di Ghost in The Shell dei primi anni 2000: Stand Alone Complex (2002-2003) e Stand Alone Complex 2nd GIG (2004-2005), incluso il film in animazione “corollario conclusivo” Stand Alone Complex – Solid State Society (2006).
Lo stile di disegno dei manga originali? Non mi fa impazzire, lo dico senza mezzi termini (e consapevole che è questione di gusti personali). Siamo in quel filone stilistico di manga “caricaturizzati”, che andavano molto di moda a fine anni 90, in cui anche a storie e personaggi “seri” venivano imposte realizzazioni grafiche caricaturizzate, a volte persino con scivoloni nel comico e nello stile chibi, con espressioni esagerate e irrealistiche, esplosioni emotive molto sopra le righe (se non completamente insensate) ogni due per tre, corpi e volti improvvisamente deformati per sottolineare un passaggio comico, continui inner joke comprensibili solo ai fan e quant’altro.
Sai, un conto è se quelle facce e corpi deformati per mostrare espressioni esagerate e impossibili me li metti in Pollon o in Gigi la Trottola, o nell’ennesimo anime a tema streghette liceali… diciamo che secondo me su personaggi e storie come quelle di Ghost in the Shell, forma e contenuto fanno un po’ a pugni, non so se rendo l’idea.
Per me (e lo ribadisco: per me, non sto dicendo “è così e chi non è d’accordo con me non capisce un kaiser di Ghost in the Shell!”) la versione più riuscita a tutto tondo (resa grafica, complessità di storia e personaggi, temi trattati, qualità della trama che fa da filo conduttore) resta quella vista nelle stagioni di Stand Alone Complex (2002-2006). Lo dico tanto per chiarire il mio discorso sulle aspettative.
Le aspettative su Ghost in the Shell 2026
Quando uscì la notizia che quest’anno (2026) sarebbe arrivato un nuovo reboot di GitS ho accolto la notizia con una certa cautela (diciamo pure con una certa ansia). Ansia motivata dai precedenti più vicini nel tempo:
Di Arise (e film connesso) non avevo gradito l’epurazione degli aspetti più problematici e controversi della personalità della protagonista e della storia in generale, ridotta quasi a sola action frenetica e a una adolescente arrabbiata.
Sì, sì, lo so: l’incarnazione fisica del maggiore Motoko Kusanagi è solo il guscio (shell) e non dovrebbe importarmene nulla. Ma l’animazione è anzitutto un prodotto visivo. E nei prodotti visivi l’aspetto del personaggio è parte della sua identità, è inutile girarci intorno.
Dubbi? Discorsi da voyeurista retrogrado, che non va oltre l’immagine? Ok. Forza, ditemi che mettere la signora Rottermeier di Heidi al posto di Lamù, di Mikasa Ackermann o di Fujiko Mine, o mettere la faccia dell’ispettore Zenigata al posto di Capitan Harlock, di Gatsu o di Ryo Saeba, non cambierebbe nulla nella percezione dei personaggi e del loro impatto sullo spettatore (e sugli altri personaggi della storia). O se al recitare la parte di don Corleone ne “Il Padrino” ci metti Danny De Vito, o se metti Imelda Staunton (attrice eccezionale, quindi va bene, giusto?) a recitare nella parte di Black Widow in uno qualsiasi dei cine-superhero-panettoni della Marvel.
Solo risposte sbagliate, grazie. E tranquilli, non c’è il tribunale culturale a processarvi come nemici del popolo e reazionari patriarcali, se per caso ammettete che, sì, forse quei personaggi perderebbero qualcosa della loro identità e potenza simbolica nell’immaginario dello spettatore.
E se oltre alla shell trasformata in adolescente androgina, ci aggiungi l’anima (ghost) ridotta a ragazzina incazzosa, ecco perché Arise non mi era piaciuto e non sono riuscito a finirlo, nonostante qualche aspetto apprezzabile qua e là.
E con Stand Alone Complex 2045, andò ancora peggio. Di nuovo, fu alterata pesantemente l’identità grafica della protagonista, unica di un gruppo di mercenari (presunti) tosti e cazzutti, ridotta a mascotte/bambolina adolescente; ma la cosa peggiore fu il clima dell’intero prodotto.
Non sto a girarci intorno, l’impronta di Netflix (e delle preoccupazioni che devono aver guidato gli autori, consapevoli della piattaforma che avrebbe distribuito il prodotto) si è sentita eccome, fin dalla prima puntata.
È vero che Netflix non ha avuto parte diretta nella realizzazione del prodotto, ma che la produzione abbia lavorato “col freno a mano tirato”, sapendo bene quale piattaforma avrebbe distribuito il prodotto worldwide, è fin troppo palese, anche senza bisogno di lanciarsi in dietrologie patologiche sull’imperversante “cultura woke”. Poi, che i connotati infantilizzati e stereotipati di SAC 2045 siano da imputarsi a un eccesso di cautela dei produttori, a richieste esplicite della piattaforma (Netflix), a una errata interpretazione dei produttori giapponesi di ciò che sia “vendibile” fuori dai confini del Giappone, non lo sapremo mai e non mi interessa davvero saperlo.
Restando ai fatti, ci è stato dato in pasto un prodotto infantilizzato, sterilizzato e pieno di scelte nella caratterizzazione dei personaggi che nella migliore delle ipotesi si possono definire “discutibili” per come hanno appiattito e semplificato i personaggi.
Ribadisco: non sono un fan. Di conseguenza non sono obbligato a farmi piacere tutto perché “i veri fan amano Motoko Kusanagi in qualunque forma e versione”. Se dico che Arise non mi è piaciuto e che le puntate di SAC 2045 mi facevano venire gli attacchi d’acido, non è che commetto reato di lesa maestà, eh…
Queste sono solo le MIE premesse, e lo spirito con cui ho accolto la notizia di un nuovo reboot, tanto più quando si è anche saputo che sarebbe stata Amazon Video a distribuire la serie fuori dal Giappone (ossia un’altra piattaforma che solitamente sta molto attenta a rilasciare prodotti confezionati per non disturbare nessuno e, dovendo scegliere, per tenersi al sicuro dagli shitstorm scatenati puntualmente da questa o quella minoranza militante, numericamente ridicola ma molto rumorosa).
Infine: fu chiarissimo da subito che lo stile dei disegni avrebbe riportato la serie allo stile dei manga originali. E cosa penso di quello stile grafico (gusto personale,eh? non ho niente contro chi lo apprezza), l’ho già detto.
La mia reazione iniziale quindi era stata di scetticismo, e timore di vedere a breve l’ennesimo prodotto infantilizzato, reso “sicuro” per grandi e piccini (e, no, non mi riferisco solo alle scene spicy), epurato di tutti gli aspetti moralmente problematici e “grigi”, che erano proprio quelli che mi avevano fatto apprezzare la storia e i personaggi nel film in animazione originale (1995) e nelle due serie Stand Alone Complex (2002-2005) e Solid State Society (2006).
Perché tutto sembrava puntare in quella direzione: stile di disegno caricaturizzato, grande piattaforma internazionale (Amazon Video) come distributore fuori dal Giappone (quindi tutti i soliti condizionamenti sul prodotto che “deve essere comprensibile anche a chi guarda la serie con un occhio fisso sullo smartphone, e non disturbare nessuno”), e ben DUE precedenti (Arise e SAC 2045) ancora vicinissimi nel tempo, che indicavano una chiara direzione di evoluzione/involuzione del prodotto.
Come potevo (dal mio personale punto di vista) essere ottimista? 😅
Bene, questo è uno di quei casi in cui scoprire di essersi sbagliati è un sollievo e un piacere.

Ghost in the Shell 2026
Ho visto il prologo (episodio 1) settimana scorsa, e la prima puntata (episodio 2) ieri sera. Per comodità farò riferimento agli episodi, in ordine di pubblicazione, quindi il prologo lo considero Episodio 1, e da lì si sale col conteggio. Tanto per non fare confusione.
Confermata subito l’impostazione grafica caricaturizzata, che recupera lo stile del manga, restava da vedere cosa avrebbe fatto la produzione con la caratterizzazione dei personaggi e con la storia. E qui c’è stata (per me) la prima “sorpresa” positiva.
La scena di apertura del prologo è un’altra (l’ennesima) riproposizione di una scena talmente iconica da essere stata ripresa da più prodotti: dal film in animazione del 1995, dal primo episodio di Stand Alone Complex 2nd GIG, da Arise nel 2013, e l’ha ripresa persino quel colossale esempio di fanservice svuotato di ogni significato che è il film in live action del 2017 con Scarlett Johansson.
È una scena che è stata resa in modi diversi e con sfumature diverse, e proprio il modo di renderla potrebbe essere considerato un antipasto e il biglietto da visita di ciò che ci aspetta con questo reboot di Ghost in the Shell.
Mi riferisco ovviamente alla scena con la protagonista che spara al “cattivo” di turno (terrorista, politico corrotto, criminale, ecc) attraverso un finestrone, mentre il “cattivo” sta ancora trattando con le forze di sicurezza governative per salvarsi la pelle. Dopo di che, inquadratura rituale (divenuta iconica) di Motoko che si lascia cadere all’indietro nel vuoto, sparendo alla vista grazie al suo equipaggiamento di mimesi termo-ottica.

Il fatto è che, fin dal prologo e da quella prima scena, la regia non si è fatta problemi a mostrare sangue e una certa disinibizione e abitudine di Motoko nel ricorrere alla violenza come normale strumento di lavoro.
E questo lo trovo molto promettente. Lo è ancora di più il fatto che nelle scene e dialoghi successivi, sia dell’episodio 1 che del 2, vengano mostrati (o meglio, suggeriti: siamo ancora in rodaggio, bisognerà vedere le prossime puntate) il carattere cinico e spietato dei personaggi, nonostante i toni scanzonati, l’umorismo nero e le molte scene in cui si ricasca nello stile “deformato” per rappresentare emozioni forti o per sottolineare momenti particolarmente comici. Questo lascia ben sperare. Almeno per quello che io personalmente mi aspetto da un prodotto del filone Ghost in the Shell.
Confermo che lo stile di disegno non mi sconfiffera. E non mi importa se e quanto è vicino al manga originale e quindi “è canonico quindi è quello giusto”. Nessun problema se ad altri piace, siamo pienamente nel campo dei gusti in cui legittimamente ognuno ha le sue preferenze.
Diciamo che personalmente apprezzerei molto di più che tra la “gravitas” che dovrebbero avere i personaggi di un prodotto come Ghost in the Shell (tutti, inclusi quelli secondari della squadra) e la loro rappresentazione grafica, ci fosse una certa coerenza tra forma e sostanza.
La forma caricaturizzata resta, ma la sostanza, almeno per ora c’è. E non era per niente scontato che ci fosse. Il rischio di un nuovo “Yattaman travestito da Ghost in the Shell” era estremamente concreto.
E almeno per quello che abbiamo visto finora in questi due episodi, sembrerebbe che il rischio sia stato superato.
È ancora troppo presto per dirlo, ma la sensazione che mi hanno dato questi primi due episodi è che autori e produzione abbiano voluto recuperare sia i temi più “grigi”, che il tono scanzonato dei prodotti originali. E che abbiano, almeno in parte, fatto dietro front rispetto alla direzione imboccata con Arise e peggio ancora con SAC 2045 – Guerra Sostenibile.
E che abbiano smesso di preoccuparsi troppo di rispettare quei canoni di autocensura editoriale che sembrano ormai condizionare gran parte delle produzioni televisive (e narrative in genere) contemporanee, specie quelle di produzione occidentale.
Pur nei disegni caricaturizzati, Motoko non è stata resa artificialmente “safe”, idealista e inclusiva. È e probabilmente continuerà a essere una killer di elite che lavora per un’organizzazione come la Sezione Nove, un’unità anti-terrorismo e anticrimine che si muove molto al di fuori dei vincoli operativi della legge civile e delle normali forze di pubblica sicurezza (Sullo stile della Sezione Uno di La Femme Nikita). Non una dissociata bipolare che deve guardarsi allo specchio e andare in lacrime ogni volta che tira il grilletto, nè la predicatrice che deve redimere (SAC 2045) una banda di sgangherati terroristi e convincerli ad adottare a una vita di onesto lavoro, dopo averli battuti (ma senza che nessuno si sia fatto veramente male, eh, mi raccomando… se no tocca mettere a letto i bambini).
Pur nei disegni caricaturizzati, Motoko non è stata “de-sessualizzata” perché “ommioddioooh si vede un paio di tette!” e “ommioddioooh l’oggettificazione del corpo femminile!” e… basta, fermiamoci qui.
Le attività e l’identità sessuale di Motoko non sono mai state il fulcro della storia. Ma sono sempre stati elementi di contorno indispensabili, utili a capire il personaggio, i suoi problemi e i problemi di una personalità potenzialmente disincarnata da un corpo fisico, che però ne conserva le pulsioni: che si tratti del bisogno di misurarsi con una immersione subacquea o del desiderio di assaggiare cibo vero pur non avendo bisogno di cibo, di immergersi in un’orgia erotica amplificata in realtà virtuale, di mostrare curiosità e una inquietante disponibilità a “vuoi provare?” a un ragazzino che le chiede com’è fare sesso, o che sia l’esplorazione del suo passato e del suo “primo amore” che diventa suo antagonista in SAC 2nd GIG.
Delle scene spicy per fanservice mi frega poco. Mai guardato e mai letto GitS per il fanservice sessualizzante. Ma de-sessualizzare Motoko (prima in Arise, e poi peggio ancora in SAC 2045) è stata una delle scelte più stupide, ottuse e miopi che le regie e produzioni di allora potessero fare. Dal punto di vista tecnico e narrativo, prima ancora che dal punto di vista di “quello che attira il pubblico”.
Hint: prima che si scateni la solita guerra di religione tra wokini e anti-woke: sì, Motoko è bisessuale, se proprio vogliamo a tutti i costi metterle addosso un’etichetta. E: no, non è una scelta culturale woke.
Chi vuol vederci dietro una scelta culturale farebbe bene a riguardarsi la delicatezza e l’ambiguità con cui il tema è (non) trattato nelle due stagioni originali di Stand Alone Complex (dove alcune scene, effettivamente, hanno senso solo per chi ha letto i manga e sa a cosa si riferivano), lasciando sempre lo spettatore spiazzato davanti agli impulsi e alla natura di Motoko.
Volendo essere filosofici è una conseguenza diretta dell’intero impianto narrativo alla base della dualità tra Ghost e Shell, e di quello che comporta la disincarnazione dell’anima (Ghost) dal corpo (Shell) e l’intercambiabilità (anche di genere) dei corpi cibernetici.
E, no, la bisessualità di Motoko non è una bandiera del movimento LGBTQ+. Vorrei ricordare che l’autore originale lo ammise col massimo candore, e senza giri di parole. Inventò e disegnò Motoko bisex non per scelta culturale ma perché, cito letteralmente, non gli andava di mettersi a “disegnare culi maschili nelle scene spicy”. Chiusa parentesi sulla sessualità di Motoko, che è un aspetto che meriterebbe un discorso molto più approfondito, se proprio si volesse parlarne sul serio.

Insomma. Per quello che mi riguarda, per ora è stata una bella sorpresa. Al netto dello stile di disegno che non mi fa impazzire, e dell’eccesso di ricorso alla comicità, i “temi forti” delle serie originali sembrano esserci tutti, e personalmente questo è ciò che mi importa e quello in cui speravo.
Preferivo lo stile di disegno di Stand Alone Complex 2002-2006? Sì, non c’è dubbio. Ma è qualcosa che baratto volentieri, se in cambio mi viene data da vedere finalmente una Motoko Kusanagi che torna ad avere un senso come personaggio e che non è la solita, ennesima reincarnazione di eroina fatta con lo stampino da serie media di Netflix o Disney+.
Se proprio devo trovare un difetto, arrivati all’episodio 2, è proprio sul ritmo narrativo di quest’ultimo. Ripropone uno degli eventi narrati anche nel film originale, ma ne racconta solo metà… la seconda metà, rimandata al prossimo episodio.
Meh. È una cosa che a mio parere si poteva evitare, specie considerando che la scelta di produzione e distribuzione è stata quella di rilasciare un episodio alla settimana. Capisco la manovra: buttare lì un cliffhanger per mantenere alta l’aspettativa e tenere il pubblico con l’attesa di vedere il completamento nel prossimo episodio. Però… meh. Capisco quando viene fatto con eventi che il pubblico non ha mai visto prima, si crea suspence. Ma… con un evento che abbiamo già visto rappresentato nel 1995, ossia più di trent’anni fa, e che ogni appassionato di Ghost in the Shell conosce a memoria e sa come va a finire? Davvero era necessario?
E qui, poi, la domanda più interessante: questa serie sarà solo un reboot disegnato in modo diverso di episodi che conosciamo già? O ci proporrà qualcosa di nuovo, chiavi di lettura nuove? Perchè se invece è solo un reboot/remaster di episodi già visti e solo ridisegnati nello stile manga originale, la faccenda dell’episodio con cliffhanger mollato a metà, di una vicenda già vista negli ultimi trent’anni, diventa ancora meno comprensibile. E pure un po’ fastidioso.
Disclaimer: Siamo solo al secondo episodio, e se servirà integrerò questo articolo.
ps: e con questo, grazie a questo reboot, ho anche deciso a quale personaggio dedicare il prossimo capitolo di approfondimento della mia rubrica dedicata alle Bad Girls. Bentornata, Maggiore!

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