Clitemnestra, l'assassina di Agamennone
Disclaimer: questo articolo fa parte della rubrica Bad Girls
Perché Clitemnestra
Con Clitemnestra (spesso italianizzato in Clitennestra), ci proiettiamo nel mondo della mitologia greca classica. Visto che le polemiche sul recente film di Christopher Nolan sull’Odissea dominano social network e colonne dei giornali, perchè non cogliere l’occasione per un ulteriore excursus all’interno dell’immaginario dei greci antichi? E per andare a scovare, proprio nell’immaginario di una civiltà lontanissima da visioni paritarie sul ruolo della donna nella società e nella famiglia, uno dei personaggi più potenti, disturbanti, ambigui, affascinanti e problematici della mitologia greca.
Regina di Micene, sorella gemella di Elena di Troia, moglie di Agamennone e sua carnefice, Clitemnestra fa parte dell’immaginario mitologico della civiltà classica: fa capolino dall’Odissea di Omero (o chi per lui), ed è un personaggio centrale nelle tragedie di Eschilo (Orestea). La sua figura permea anche le opere di Sofocle ed Euripide, e viene ripresa anche dalla cultura latina in Seneca, Lucrezio e Ovidio, a testimonianza del potentissimo impatto del personaggio e delle occasioni di lettura dell’animo umano che offre.
Nel mito greco e nelle versioni presentate dalla tragedia greca, Clitemnestra è inequivocabilmente un “personaggio negativo”, ma che offre molteplici chiavi di interpretazione, e interroga il lettore/spettatore in modo molto più profondo di quanto non riescano a fare i personaggi indicati come “esempi positivi”.
Clitemnestra è un caso emblematico di quanto i personaggi “a moralità grigia” (o anche peggio), se ben progettati e scritti, se non stupidamente banalizzati dai tropes di genere, offrano al lettore/spettatore occasioni di dubbio, riflessione, discussione e analisi; e di quanto personaggi di questo tipo riescano ad essere molto più affascinanti e memorabili, proprio per la loro complessità e stratificazione, dei personaggi esplicitamente indicati come modelli positivi da seguire.
Clitemnestra nel mito classico (in pillole)
Prima ancora di inoltrarci nel modo in cui Omero, Eschilo e gli altri hanno trattato la sua figura, vediamo di fissare le coordinate basilari di questa Bad Girl della Grecia antica.
Questi tratti, con minime variazioni, sono ripresi o dati per scontati in tutte le versioni in cui Clitemnestra è stata trattata e presentata agli spettatori e ai lettori. Ogni autore cita questi elementi con minore o maggiore enfasi, o li dà per scontati, a seconda degli aspetti su cui decide di soffermarsi.
Le prime citazioni di Clitemnestra risalgono alla tradizione orale, tramandata e poi organizzata nelle opere di Omero (VIII secolo aC), mentre per le prime tracce scritte del mito di Clitemnestra si risale al Catalogo delle Donne di Esiodo (VII secolo aC), in cui le tre sorelle Elena, Clitemnestra e Timandra , figlie di Tindareo e Leda, sono caratterizzate da una sorte comune: l’ira della dea Afrodite, che con la sua maledizione distrugge il primo matrimonio di ciascuna di loro.
Con i poemi lirici di Pindaro e le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide (V secolo aC) si passa definitivamente alla trasmissione scritta del mito.
Premessa: come già visto in un mio recente articolo sulla “storicità” delle opere di Omero, gli autori collocano il mito di cui parlano in una antichità molto precedente a quella in cui vivono. Il periodo storico di riferimento è quello della Grecia di età Micenea (XIII-XII secolo aC), una Grecia radicalmente diversa da quella che conoscevano gli autori da Omero in poi, autori che proiettano la “loro” Grecia su un passato che era molto diverso da quello che potevano conoscere loro.
Come nel caso dell’Iliade e dell’Odissea, quindi, attenzione a non attribuire a queste opere alcuna pretesa di “storicità”, anzitutto perchè nessuno di loro scriveva opere storiche, e poi perchè la loro prima preoccupazione era di farsi capire dai loro contemporanei, usando simboli e linguaggi che potessero capire. Se ti interessa approfondire, trovi l’articolo qui.
Il trauma che innesca la vendetta: La personalità di Clitemnestra affonda le sue radici nel risentimento per il matrimonio con Agamennone e nasce da un episodio di violenza brutale e spietata, sotto l’influsso della maledizione con cui la dea Afrodite punì suo padre Tindareo.
Secondo la tradizione mitologica, Agamennone uccide il primo marito di Clitemnestra, Tantalo; non contento, il re greco uccide brutalmente anche il figlio neonato di Clitemnestra e Tantalo, sbattendolo a terra, prima di prendere Clitemnestra con la forza e farne la sua sposa e regina di Micene.
Questo antefatto insanguinato è citato o dato per scontato dalla tradizione mitologica fin dalle fonti scritte più antiche, e viene citato in toto o solo parzialmente (es. il neonato ucciso è menzionato esplicitamente nel Catalogo delle Donne di Esiodo e nell’opera di Euripide, ma è pressochè omesso dagli altri autori) e stabilisce fin da subito che la loro unione non è una storia d’amore, e neanche un comune matrimonio d’interesse neutro fra aristocratici, ma un legame nato sul sangue, maledetto da una dea e avvelenato da un odio viscerale e irriducibile.
Il sacrificio di Ifigenia: non contento di averle già ucciso brutalmente un figlio neonato, Agamennone passa definitivamente la linea rossa sacrificando cinicamente la figlia di Clitemnestra, Ifigenia, il cui sacrificio umano doveva serivre a permettere al re e ai suoi alleati di fare vela verso Troia con il favore degli Déi.
Dei due infanticidi commessi da Agamennone, questo è quello più enfatizzato e presente in tutte le opere.
Agamennone inganna Clitemnestra e Ifigenia, promettendo un matrimonio di prestigio tra Ifigenia e niente di meno che un semidio, Achille (all’insaputa dello stesso Achille).
Quando Clitemnestra scopre che la figlia non è stata condotta all’altare come sposa, ma come vittima sacrificale per benedire col suo sangue i piani di guerra di Agamennone, il solco tra moglie e marito diventa un abisso incolmabile di odio e veleno. Da quel momento, il ruolo di madre vendicativa cancella ogni dovere di consorte.
La reggenza e l’esercizio del potere: mentre Agamennone se ne va a Troia (singolare, mi raccomando) e trascorre dieci anni lontano da casa ad assediare la città, prima di riuscire a conquistarla e raderla al suolo grazie all’espediente del famigerato Cavallo di Troia ideato da Ulisse, Clitemnestra non resta a filare la lana sul telaio in attesa del ritorno vittorioso del consorte (a differenza di sua cugina Penelope a Itaca); Clitemnestra governa direttamente Micene in quanto regina, prende in mano le redini politiche dello Stato, gestisce l’aristocrazia e le risorse.
Quando Agamennone torna, non trova ad aspettarlo una moglie devota e remissiva, rimasta in trepidante attesa del suo ritorno, ma una sovrana che ha assaporato il potere assoluto e, ora che lo ha fra le sue mani e ha scoperto quanto le piace esercitarlo, non ha alcuna intenzione di restituirlo ad Agamennone.
L’adulterio strategico con Egisto: per rafforzare la sua posizione e preparare la vendetta, Clitemnestra si prende come amante Egisto, cugino di Agamennone e nemico giurato degli Atridi. Qui registriamo una sottile ma importante differenza: in Omero è Egisto a dettare le regole del gioco per i propri fini e a prendere Clitemnestra come amante per rafforzare la propria base di potere; e Clitemnestra appare quasi solo come uno strumento della brama di potere di Egisto e, naturalmente, uno strumento nelle mani degli Déi, che tramano per la caduta di Agamennone. Già con Pindaro e poi In Eschilo, Sofocle ed Euripide, il rapporto si ribalta: Clitemnestra è il cervello strategico e la forza dominante, mentre Egisto è poco più di uno strumento politico e un complice utile alle sue mire di dominio sul regno di Micene.
Il delitto e l’esibizione del cadavere: l’assassinio di Agamennone non avviene per caso né in un impeto di rabbia cieca, ma è un’esecuzione pianificata e calcolata con freddezza e nei minimi dettagli.
Con la complicità di Egisto, Clitemnestra inganna il marito, lo accoglie stendendo drappi rossi, fa persino buon viso alla vista della sua nuova concubina/preda di guerra Cassandra, lo attira con l’inganno di un bagno caldo, lo avvolge in una rete senza uscite e poi uccide entrambi.
E, elemento fondamentale della Bad Girl antica, Clitemnestra non mostra alcun pentimento, anzi si assume la responsabilità diretta dell’uccisione e rivendica il delitto di fronte alla città, spiegandolo con orgoglio e spietata lucidità come vendetta per la morte della figlia Ifigenia.
Il matricidio e il fantasma inestinguibile: il mito non si chiude con il delitto perfetto. L’usurpazione del trono da parte di Clitemnestra ed Egisto genera la seconda fase della tragedia, ossia la maledizione degli Atridi che continua il suo ciclo passando attraverso i figli Oreste ed Elettra.
L’uccisione finale di Clitemnestra per mano del figlio Oreste (istigato da Apollo e dalla sorella Elettra) sembra chiudere il cerchio, ma in realtà la successiva persecuzione di Oreste da parte delle Erinni (le furie vendicatrici evocate dallo spirito della stessa Clitemnestra) consacra la regina come una figura talmente potente e pervasiva che la sua ombra continua a dominare il mito anche da morta, finchè gli Déi, “processando” Oreste, non rompono finalmente la spirale di violenza con una sentenza che richiama il ritorno dalla vendetta alla giustizia.
Gli autori che hanno parlato di Clitemnestra
Trattandosi di uno dei grandi pilastri del mito greco, Clitemnestra ha trasformato il fiume di sangue del mito in un vero e proprio fiume di inchiostro (o meglio, ha fatto riempire rotoli di papiro e pergamene) in tutta l’antichità classica, greca e latina.
Le sue vicende iniziano a essere narrate sbrigativamente da Omero (tradizione orale), e vengono poi messe per iscritto tre secoli più tardi dalle liriche di Pindaro e dalle tragedie dei tre più grandi drammaturghi ateniesi (Eschilo, Sofocle ed Euripide: sì, proprio quelli della filastrocca “Eschilo, Eschilo, ché qui si Sofocle, le scale sono Euripide!”), per poi passare quasi intatte alla letteratura latina con le interiorizzazioni cupe di Seneca, i saggi di Lucrezio e i ritratti mitologici di Ovidio.
Ognuno di loro, come spesso accade col Mito, vi ha aggiunto il proprio tocco: Euripide, ad esempio, ha dato uno spessore drammatico indimenticabile al suo dolore di madre disperata nell’Ifigenia in Aulide, dando maggiore spazio anche all’antefatto traumatico (l’uccisione di Tantalo e del bambino ancora in fasce) rendendo così l’odio di Clitemnestra per Agamennone ancora più radicato e umanamente comprensibile.
Tuttavia, per comprendere davvero la genesi, la trasformazione e la stratificazione di significati che si accumulano su questo personaggio, da comparsa quasi passiva manovrata dagli Déi, a donna artefice del proprio destino grandioso e tragico, è necessario partire da due visioni quasi opposte della tradizione classica: Omero ed Eschilo: è nelle differenze e nell’urto iniziale tra queste due visioni che nasce la Clitemnestra che è entrata di diritto nell’immaginario collettivo.
Clitemnestra in Omero (Odissea)
Nell’Odissea, Clitemnestra è un personaggio secondario, che assume la funzione narrativa di “anti-Penelope”, l’esempio negativo da mostrare al pubblico.
In Omero Clitemnestra non è ancora la figura emancipata e proattiva su cui si concentreranno gli autori del V secolo, né la regina spietata e calcolatrice che impugna personalmente un’arma per compiere la sua vendetta. Omero (o chi per lui) la presenta come una figura decisamente più debole e secondaria, e soprattutto (come avviene per la maggior parte dei personaggi omerici) Clitemnestra è uno strumento, mossa non proprio come una marionetta, ma quasi, dalle macchinazioni degli Déi, impegnati a tessere la caduta di Agamennone, colpito dalla maledizione di Atreo in quanto suo discendente diretto.
Il vero motore, e mente, del complotto contro Agamennone è Egisto. È lui che approfitta dell’assenza del re, è lui che la seduce (con non poche resistenze iniziali di lei, sottolinea Omero) ed è sempre lui che organizza l’imboscata mortale, e sgozza il re al suo ritorno.
In questa versione, Clitemnestra appare come poco più di una complice sedotta e manovrata dai giochi di potere altrui, un’adultera piegata dalla volontà di un uomo più forte.
Omero la cita principalmente come termine di paragone “negativo” e avvertimento per Telemaco e Ulisse: l’anti-Penelope per eccellenza, la moglie infedele di cui non ci si può fidare.
Omero presenta Clitemnestra sotto una pessima luce e come esempio esplicito di “questo non si fa” (don’t do it at home): adultera, ingannatrice, traditrice, e complice di un assassinio e, come detto, ha il suo contraltare in Penelope. Omero usa per lei epiteti decisamente poco carini. Se la memoria non mi inganna arriva a definirla “cagna”.
Curiosità: il film di Christopher Nolan compie una sorta di cortocircuito, mostrando brevemente Clitemnestra (attraverso il racconto della sorella Elena a Telemaco) proprio nell’atto di pugnalare personalmente Agamennone, ma mostra anche Clitemnestra nel pieno di quello che sembra un raptus di furia omicida, da “delitto passionale” anzichè come autrice di un delitto deliberatamente pianificato.
Viceversa, Nolan attribuisce in modo esplicito a Penelope desideri violenti ed espliciti di vendetta covati a lungo e tenuti rigidamente sotto controllo (nei confronti dei Proci), che sarebbero forse stati più appropriati in Clitemnestra. Ma ricordiamo che Clitemnestra, e la sorella gemella Elena, nell’Odissea sono personaggi marginali. E di conseguenza lo sono anche nel film di Nolan, che le fa apparire per un totale di circa tre minuti su tre ore di film (tre minuti che sono stati sufficienti a scatenare un putiferio di polemiche per la scelta del regista di far interpretare Elena e Clitemnestra a un’attrice di colore, Lupita Nyong’o).
Clitemnestra nelle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide
Con i poemi di Pindaro ma soprattutto con la trilogia dell’Orestea di Eschilo, all’incirca tre secoli dopo Omero (o chi per lui), avviene il vero e proprio ribaltamento del personaggio e, in parte, anche dei significati della storia. Eschilo non ribalta completamente il significato del Mito, ma ne offre chiavi di lettura molto più articolate e stratificate di quanto avesse fatto Omero, e il primo passo per farlo è trasformare Clitemnestra da personaggio secondario e “gregario” in una vera e propria protagonista del proprio destino.
Eschilo innanzitutto riduce il peso delle interferenze degli Déi nelle scelte dei personaggi, che godono di un libero arbitrio molto maggiore di quanto godano in Omero. Poi prende Egisto e lo riduce a un mero strumento di Clitemnestra, quasi un pupazzo sprovvisto di spina dorsale, lasciando tutta la scena alla regina.
Qui la regina di Micene diventa una figura poderosa: è una donna che scopre il potere e quanto le piace governare, e con la quale Eschilo e compagni sono abilissimi nel nutrire l’ambiguità e il dubbio:
È davvero la ricerca di una giustizia brutale e primordiale (la vendetta) per la morte di Ifigenia, a muovere Clitemnestra?
O è piuttosto la sua sete di potere, ora che lo ha assaporato e dovrebbe restituirlo nelle mani di Agamennone a spingerla all’assassinio del marito?
Oppure, ancora, le due motivazioni convivono e, come spesso accade, il personaggio “se la racconta”, un po’ credendoci davvero, un po’ usando la scusa della vendetta per Ifigenia, come giustificazione per l’assassinio di Agamennone e il mantenimento del potere nelle sue mani?
E quanto pesano le macchinazioni degli Déi nel condizionare le scelte di Clitemnestra?
Sofocle la rende ancora più spaventosa nella sua vendetta e sete di potere, mentre Euripide aggiunge complessità alle sue motivazioni, richiamando in modo ancora più esplicito l’antefatto traumatico della morte del primo marito, Tantalo, e del loro figlio ancora in fasce, entrambi uccisi da Agamennone, dando quindi ancora maggiore consistenza alla componente vendicativa delle sue azioni, ma anche fornendole un movente emotivo con cui è più facile empatizzare e chiedersi “io, al suo posto, cosa avrei fatto?”.
Nelle versioni tragiche Clitemnestra pianifica freddamente l’omicidio e agisce con agghiacciante lucidità, cinismo e abilità manipolativa.
Clitemnestra accoglie il ritorno di Agamennone tra grandi sorrisi, nutre la sua hybris stendendo tappeti rossi (il colore riservato agli Déi) ai suoi piedi, fa persino buon viso alla vista della nuova conquista di Agamennone, Cassandra, riportata in patria come schiava e concubina. Qui vediamo la sua personalità strategica, cinica e manipolativa, un tratto del tutto assente in Omero.
E una volta intrappolato Agamennone con la complicità di Egisto, è lei stessa a imbracciare l’arma (un’ascia) e a uccidere il re, mentre è in una posizione di vulnerabilità, immerso nel suo bagno (chissà che Clitemnestra non abbia ispirato Charlotte Corday, l’assassina di Marat).
Eschilo e i suoi colleghi drammaturghi trasformano la “moglie sedotta” e la “cagna” di Omero in un gigante politico e psicologico, e in una donna viva a tutto tondo, non una figurina bidimensionale messa lì solo per indicare “il male”: una donna che non si nasconde dietro a nessuno, pianifica l’atto violento e lo porta a termine in prima persona (ben diversa dalla figlia Elettra, che attende il ritorno di Oreste per affidare a lui il compito di vendicare Agamennone) e infine rivendica l’esecuzione di fronte al popolo con fierezza, adducendo la “giustizia fatta” in nome della figlia Ifigenia, sacrificata dieci anni prima da Agamennone. Cosa che, accidentalmente, le permette “anche” di restare al potere.
Clitemnestra resta manipolativa fino all’ultimo, quando Oreste torna e (dopo una grave crisi interiore, intrappolato tra l’orrore di commettere un matricidio e la necessità di vendicare il padre assassinato) decide di uccidere la madre, Clitemnestra tenta di fare appello al suo ruolo di madre mostrandogli il seno, cercando di giocare sui suoi sensi di colpa (spoiler: le va male).
Anche in Eschilo e nei suoi colleghi c’è una “morale della favola” e Clitemnestra è, in fin dei conti, indicata come personaggio negativo (don’t do it at home), ma loro sono bravissimi nel tratteggiare tutta l’ambiguità morale di Clitemnestra, e nel darle delle motivazioni reali e comprensibili per quello che fa: Clitemnestra non serve a Eschilo e soci unicamente come termine di paragone negativo (la anti-Penelope), gli serve come punto focale di dubbi e domande che lo spettatore è stimolato a porsi.
Non c’è la lezione morale frontale del “questo non si fa”, c’è il personaggio ambiguo che spinge lo spettatore a porsi delle domande: sulla vendetta e la giustizia, sull’attrattiva e la seduzione del potere, sulla manipolazione degli altri per il proprio tornaconto, sul dilemma tra giustizia vendicativa e rispetto della sacralità dei legami familiari.
E infatti… tra Elettra, la figlia che incarna ciò che è giusto per l’antico greco (la donna che attende il ritorno del fratello Oreste per vendicare il padre, laddove Clitemnestra aveva osato prendere in mano il controllo del proprio destino e agire per vendicarsi in prima persona) e Clitemnestra, quale delle due lascia un maggiore impatto sulla coscienza dello spettatore? Quale delle due offre maggiori occasioni di riflessione? Quale delle due continua a farci riflettere e discutere a distanza di due millenni e mezzo?
E scusate le domande retoriche 😊

Clitemnestra come paladina anti-patriarcale?
Qui ci tocca ancora una volta parlare dell’elefante rosa nella stanza: la brutta abitudine di proiettare riletture contemporanee decontestualizzate su personaggi femminili del passato (storici o immaginari, come in questo caso), riletture/riscritture a posteriori che riescono nel non invidiabile doppio risultato di:
1) Commettere un falso storico e culturale: attribuendo a personaggi del passato mentalità, modi di vedere, sistemi di valori, motivazioni e desideri del tutto lontani dalla mentalità dell’epoca in esame (la Grecia del XII-XIII secolo aC in cui si svolgono le vicende narrate dal Mito, e la Grecia dell’VIII-V secolo aC in cui vissero gli autori delle opere). Questa pretesa antistorica, ahinoi, non riguarda solo Clitemnestra, ma sembra essere una tendenza largamente diffusa.
2) Effettuare un inutile tentativo forzato di tracciare un filo rosso che dovrebbe conferire maggiore solidità argomentativa alla questione del Patriarcato come fonte di tutti i mali non solo antichi ma contemporanei e indicare (nel personaggio scelto come oggetto di retcon e rilettura/riscrittura antistorica, in questo caso un personaggio mitologico come Clitemnestra) un modello positivo di “Sorella da imitare” e da cui trarre ispirazione.
Apparentemente Clitemnestra possiede tutti i requisiti della femminista ante-litteram in lotta contro il Patriarcato tossico: subisce un matrimonio non voluto, viene presa con la violenza, il marito-padrone prima la costringe a un matrimonio indesiderato, e poi si rende autore del femminicidio di Ifigenia, sacrificata con l’inganno; Clitemnestra rovescia i ruoli di genere, si prende un amante toyboy che manovra come un giocattolo per i suoi fini, ed esercita il potere politico senza l’intermediazione di alcun maschio; e quando il marito-padrone torna dalla Guerra di Troia con l’ennesima concubina, Clitemnestra gliela fa pagare con gli interessi.
E per finire si assume con orgoglio la piena responsabilità della sua ribellione, lanciando un grido di speranza e ribellione attraverso i millenni, un modello per le Sorelle del futuro.
Tutto giusto, salvo alcuni non secondari dettagli, che non vengono menzionati e che stonano un po’ con questo tipo di riscrittura a posteriori. Vediamoli brevemente:
Manca completamente la visione intrinsecamente negativa dell’uomo (inteso come maschio) e l’indicazione del maschio come nemico o come pericolo ineluttabile per la donna, visione tanto cara a quella parte di femminismo contemporaneo che più spesso indugia in questi safari antistorici. Per non parlare del rifiuto del matrimonio come sovrastruttura patriarcale, un aspetto che in Clitemnestra è del tutto assente.
Clitemnestra amava suo marito Tantalo e lo aveva sposato per amore. Inoltre la radice dell’odio vendicativo di Clitemnestra non nasce solo col femminicidio travestito da sacrificio della figlia Ifigenia, anche se è l’evento scatenante più vicino nel tempo alla vendetta di Clitemnestra, ma già con l’uccisione del precedente amato marito Tantalo, e del figlio neonato. E quando Clitemnestra si prende un amante, il suo non è un atto di autodeterminazione e liberazione sessuale, è una scelta politica strategica, funzionale al consolidamento del suo potere personale.
Secondo, forse è sfuggito il dettaglio che Clitemnestra non uccide solo Agamennone, ma anche la povera Cassandra che, essendo stata riportata a Micene come schiava e come parte del bottino, non aveva alcuna colpa di essere finita tra le lenzuola di Agamennone.
Anzi, volendo proseguire nell’esercizio assurdo di applicare le categorie del femminismo contemporaneo a un mito di tre millenni fa, Cassandra sarebbe un’altra vittima abusata dal maschio alfa tossico Agamennone, e una “Sorella oppressa”.
Quindi perché Clitemnestra uccide anche lei?
Sfortunatamente (o fortunatamente) Clitemnestra ce lo dice chiaro: perché Clitemnestra è indignata (gelosa, offesa, disonorata) dall’affronto rappresentato dalla nuova amante esibita da Agamennone, quindi Cassandra diventa anche lei oggetto della vendetta di Clitemnestra, anche se non lo ha deciso lei: Cassandra non ha avuto alcuna possibilità di pronunciare il fatidico “NO è NO“.
E la uccide anche per un altro motivo: perché oltretutto Cassandra è una sporca straniera.
Quindi visto che abbiamo (?) follemente deciso di applicare per forza categorie di giudizio contemporanee a un personaggio mitico di tremila anni fa, allora facciamolo fino in fondo: il movente di Clitemnestra nell’uccidere Cassandra tecnicamente è una doppietta micidiale di impulsi attribuiti univocamente al maschio patriarcale e prodotti dal patriarcato: gelosia tossica e razzismo/xenofobia. Che fine ha fatto in Clitemnestra l’intersezionalismo?
Terzo: in quanto personaggio letterario e mitologico, e soprattutto nella sua versione più emancipata e tridimensionale delle tragedie, Clitemnestra non è una figura storica, ma un personaggio immaginato da… autori maschi? Ooops.
Nel caso di Omero poteva, ancora ancora, esserci il dubbio, in fondo non siamo nemmeno certi che sia esistito un Omero in carne e ossa (magari era persino una donna… ah, no, la Clitemnestra omerica è troppo succube di Egisto), ma sull’identità di Pindaro, Eschilo, Sofocle ed Euripide ci sono pochi dubbi.
Quindi? Un maschio patriarcale, che però è capace di scrivere un personaggio femminile memorabile, poderoso ed emancipato come Clitemnestra?
A parte che se fosse così, se fosse un maschio ad aver osato tanto (immaginare un personaggio diverso da Biancaneve in attesa del bacio del Principe Azzurro tossico), tecnicamente saremmo davanti a un clamoroso caso di mansplaining, se non di sudbolo maschio patriarcale che finge di essere un alleato… ma no, non imbocchiamo questo filone di ragionamento o rischiamo di incartarci nei meandri delle contraddizioni logiche interne di certe scuole di pensiero. Di nuovo, non c’è qualcosa che non torna?
Quarto: per caso qualcuno ha preso nota del fatto che parliamo di un evidente caso di violenza domestica e di un assassinio perpetrato nell’ambito di una coppia matrimoniale etero? Divertiamoci (per modo di dire) per un attimo con un what if, e proviamo a invertire i nomi dei protagonisti.
La storia quindi diventa: Agamennone governa Micene e attende a casa il ritorno della moglie Clitemnestra, da una crociera in giro per l’Egeo; scopre che la moglie appena rientrata si è portata dietro l’amante-toyboy Egisto, e oltretutto ha avuto l’ardire di farsi vedere da tutti in sua compagnia, facendogli fare la figura del cornuto!… e quindi Agamennone, colto da sacro furore patriarcale, li uccide entrambi facendoli a pezzi con un’ascia nella vasca da bagno, e ottiene con un colpo solo soddisfazione del suo orgoglio ferito per il tradimento, e la messa in sicurezza del proprio potere.
Cambiano solo i nomi, la storia è esattamente la stessa.
Sicure sicure, che Agamennone sarebbe in cima alla vostra lista dei modelli positivi di emancipazione e di sana gestione di un conflitto relazionale e sentimentale?
Ah, no, certo. Perchè in questo caso la vittima, Clitemnestra, sarebbe una donna. E questo cambia tutto, anche i punti cardinali della bussola morale (che infatti non è più una bussola, ma un flipper impazzito, da rigirare a piacimento e secondo convenienza ideologica).
Quinto: l’attaccamento di Clitemnestra al potere. Ma ambizione tossica e attaccamento al potere non erano tratti distintivi ed esclusivi del maschio alfa patriarcale tossico?
Soluzione suggerita, volendo continuare in questo folle esercizio di glass climbing per incasellare a tutti i costi Clitemnestra come sorella anti-patriarcale e femminista ante litteram: le parti di Clitemnestra che ci stanno bene ne fanno una Sorella nella lotta contro il patriarcato, e sono quelle che decidiamo di ricordarci.
Le altre, quelle un po’ più scomode e difficili da incasellare nel quadretto, semplicemente le ignoriamo.
Quelle parti che non ci stanno bene, in fondo… boh, saranno proprio colpa del fatto che il personaggio l’hanno scritto dei maschi patriarcali. Che però hanno scritto anche le parti buone che ci piacciono, e che mostrano come anche una società marcatamente patriarcale potesse immaginare figure così emancipate.
Boh, Eschilo e soci patriarcali assortiti l’avranno scritta per sbaglio, magari sotto gli effetti dell’alcol o per sublimare qualche sogno erotico oscuro (e sessualizzante), ma tanto non importa: quelle parti che non ci piacciono basta ricordarsi di non menzionarle, quando componiamo il quadretto edificante.
A che serve essere accurati, in fondo? L’importante è il messaggio, e il fine nobile dell’abbattimento del patriarcato di oggi giustifica i mezzi…
Preferisco fermarmi qui. Stiamo parlando di mitologia greca, di una società con mentalità e valori radicalmente diversi dai nostri.
Prendiamoci il buono: in che modo una figura poderosa, emancipata e ambigua come Clitemnestra continua a interrogarci e affascinarci a distanza di più di duemilacinquecento anni da quando è stata scritta, e a tremila anni dal tempo in cui il mito la colloca?
Forse c’entra qualcosa il fatto che, pur essendo un personaggio immaginario, è un personaggio stratificato, complesso, ambiguo, che riesce a respirare come se fosse viva, e non un cumulo di slogan beceri accrocchiati tutti insieme a caso?

Conclusioni
Per questo excursus ho dovuto dare una spolverata a ricordi sepolti tra ciò che non toccavo più dai tempi del liceo (scientifico, tra l’altro, in cui letteratura e drammaturgia greca si trattano in modo molto più superficiale e frettoloso che al classico), se non altro per rimettere a sistema ricordi ormai confusi, ed essere ragionevolmente sicuro di non aver scritto castronerie immonde, e di non aver fatto mischioni con altre figure dell’immaginario mitologico.
Oltre al materiale di consultazione, un sentito ringraziamento alla linguista, insegnante e divulgatrice Yasmina Pani, per le interessantissime chiavi di lettura offerte (tra cui, ad esempio, tutto il tema della maledizione di Atreo e delle colpe dei padri che continuano a ricadere sui discendenti, tema che non avevo affatto associato a questa figura, pur conoscendolo come un tratto distintivo della mentalità greca classica).
E, perchè no? Anche per avermi dato il destro per un’altra magnifica Bad Girl mitologica di cui parlare in futuro: Medea.
Clitemnestra occupa un posto speciale fra i ritratti delle mie Bad Girls, proprio perchè proviene da un’epoca e una cultura, quella greca antica, che era quanto di più lontano immaginabile da un’idea di donna emancipata, proattiva e padrona del proprio destino, figurarsi una capace di impugnare saldamente il potere e, più tardi, di impugnare fisicamente un’arma per commettere di persona una vendetta catartica.
Non a caso anche gli autori che l’hanno trattata con maggiore rispetto e ne hanno sottolineato le motivazioni, anzichè farne semplicemente un’icona pedante di “ciò che è sbagliato e non si deve fare”, ne hanno evidenziato la natura di personaggio che agisce come termine di paragone negativo, da contrapporre alle “giuste” Penelope ed Elettra.
Eppure ci sarà un motivo se questa Bad Girl ci è rimasta impressa molto più delle due donne indicate come giusto modello da seguire. Evidentemente quegli stessi autori, immersi in una mentalità e in una cultura così lontana dalla nostra, non hanno potuto fare a meno di sentirne il fascino e il realismo come figura femminile infinitamente più interessante, complessa e tridimensionale, rispetto ai modelli più piatti e bidimensionali che loro stessi avevano scelto di indicare come modelli giusti.
E francamente io ne trarrei anche qualche conclusione (o almeno qualche domanda) in termini di efficacia, nella pretesa di promuovere e far passare certi messaggi, da parte di un mondo culturale (in narrativa, cinematografia e produzione televisiva) che ormai sembra capace solo di produrre a raffica eroine edificanti tutte fatte con lo stampino e tutte tremendamente soporifere e artefatte.
Approfondimenti utili
- Pagina di Wikipedia dedicata al mito di Clitemnestra
- Il mito di Clitemnestra sulla Treccani
- Un ottimo video di analisi e approfondimento della figura di Clitemnestra a cura di Yasmina Pani

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