Disclaimer: le tavole qui rappresentate sono nella versione (orribilmente) ricolorata. Purtroppo queste avevo sottomano. Chiedo venia, se riesco a reperire quelle originali in bianco e nero le sostituirò.
La piccola faida del fumetto noir italiano
Prima di cominciare, facciamo una doverosa premessa. Tutto apparentemente comincia con “quella volta che Max Bunker e Magnus trollarono le sorelle Giussani”, un episodio umoristico che nasceva dal numero di Satanik “La luce che uccide” (n.17 o n.21, mi pare, a seconda delle ristampe).
In quel numero Satanik incontra due strane sorelle, autrici di fumetto noir e inventrici del personaggio “Mefistolik“. Una delle due è moglie di un ricco editore, tale Al Astor: ossessionate dall’idea di essere plagiate, e infastidite dalla concorrenza copiona di altri protagonisti noir con la famigerata “K” nel nome, convinte di essere le uniche, vere e inimitabili depositarie del noir come si deve, e uniche incarnazioni di un Noir “culturalmente superiore”.
Particolarmente spassosi furono due cartelli nello studio delle due sorelle immaginarie. Il primo «Meglio un giorno da Mefistolik che una vita da ‘AltriK’», il secondo che esalta la superiorità culturale di Mefistolik, ma con un cartello pieno zeppo di errori ortografici.
I riferimenti alle sorelle Giussani, alla casa editrice Astorina del marito di Angela Giussani, e ovviamente a Diabolik, sono assolutamente inequivocabili. E il fatto che in quel numero del fumetto (dai toni particolarmente satirici, nonostante sia uno degli episodi chiave nell’evoluzione di Satanik) le due vecchie megere facciano una brutta fine, quando hanno la pessima idea di cercare di mettere i bastoni tra le ruote di Satanik, chiude il cerchio.
Quell’episodio di Satanik (siamo a fine 1965), assieme a un paio di “editoriali” satirici e graffianti di Max Bunker, questa volta dalle pagine di Alan Ford (circa 5 anni dopo), hanno portato alla pubblica attenzione (perlomeno dei fan) una ostilità sotterranea, che tanto sotterranea da quel momento non fu più.
E che come prevedibile finì per polarizzare i lettori, anche se gli anni 60 e 70, per fortuna, non erano ancora il circo urlante dei social network contemporanei, dove la gente è capace di scannarsi anche per la marca preferita di stuzzicadenti, o di dividersi in tribù nemiche giurate, tra fan dello stuzzicadenti in legno e fan dello stuzzicadenti in plastica, l’una pronta a sbranare e bruciare in effigie l’altra.
I lettori, all’epoca, rimasero probabilmente un po’ spiazzati: qualcuno preferiva Diabolik, qualcuno Kriminal e Satanik, qualcun altro ancora amava entrambe le “scuole”. E soprattutto credo che perlopiù i lettori, a parte i più smaliziati, non capirono davvero il perchè di quelle punzecchiature, specie chi non aveva potuto (o voluto) leggere tra le righe di alcune prese di posizione delle sorelle Giussani, filtrate con la signorilità elusiva che le contraddistingueva, attraverso qualche nota in calce alle uscite di Diabolik durante il primo periodo di fioritura degli “AltriK” che iniziavano a invadere il campo del Noir, fino a quel momento regno incontrastato delle Giussani.
E dato che apparentemente non ci furono mai “attacchi” analoghi dalla controparte (le sorelle Giussani), la vulgata che è andata per la maggiore è: «Max Bunker era geloso del successo di Diabolik, e per questo attaccò le sorelle Giussani.»
E, a ruota: «Povere, piccole sorelline Giussani, ingiustamente bullizzate da quel bruto invidioso di Max Bunker.»

La vulgata: Max Bunker invidiava il successo di Diabolik
Qui devo fare la seconda premessa: non intendo spacciarmi per neutrale, ho una passione che sconfina nell’infatuazione morbosa per il personaggio di Satanik, quindi potete anche considerarmi “team Bunker & Magnus”.
Però: sono anche un grande estimatore di Diabolik, per quel che vale. E anche di Zakimort, ideata dal marito dell’altra sorella Giussani.
Di conseguenza non mi fanno nè caldo nè freddo le guerre di religione e i catfight da gabbia delle scimmie urlatrici, o la pretesa di stabilire chi incarni “il vero noir”, chi abbia disegnato meglio i suoi personaggi, chi sia riuscito a sopravvivere più a lungo alla crisi del noir a metà degli anni 70, o chi abbia la primogenitura sull’uso della lettera “K” dell’alfabeto latino, o quale fumetto abbia i contenuti culturalmente più elevati (dai, sul serio?).
Anche perchè su alcuni di questi aspetti la discussione non c’è proprio: Diabolik é stato il capostipite di un genere, punto; Diabolik è effettivamente l’unico di quel genere che sia riuscito a sopravvivere dopo gli anni 70, punto; la “K” nel nome l’ha avuta lui per primo, punto.
E quanto al resto (stile di disegno, cinquanta sfumature del noir, originalità/ripetitività delle trame, eccetera) andiamo troppo sul gusto personale, perchè abbia un qualsiasi senso discutere di “chi è meglio”.
La vulgata del “Max Bunker invidioso”, però, mi ha sempre lasciato parecchie perplessità; suona quasi più come la classica dinamica da fanbase inferocita che accorre a difendere il proprio idolo, cogliendo l’occasione anche per far passare per meschina e odiosa la tribù avversaria dei fan di un altro idolo.
Agatha Christie, per bocca di Hercule Poirot, diceva: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova.»
Non è sempre così nel mondo reale, ma spesso sì. Vediamo quali sono gli indizi che mi fanno sorridere all’idea di un Max Bunker che sclera e decide di attaccare a casaccio le sorelle Giussani per invidia nei confronti di Diabolik.
Primo indizio: le valutazioni sul successo e la longevità dei fumetti noir sono postume. Satanik e Kriminal, i due prodotti di punta del noir di casa Bunker & Magnus, iniziano la loro carriera nel 1964 e si concludono nel 1974, mentre il loro fumetto comico/spionistico, Alan Ford, continuerà fino agli anni 2000 e continua tutt’ora, ereditato dal figlio di Bunker dopo essersi “fatto le ossa” presso Bonelli.
Le prime punzecchiature di Max Bunker però arrivano entro i primi venti numeri. Parliamo quindi del 1965, a nemmeno un anno dalla prima uscita di Satanik. Un po’ troppo presto per parlare di differenze di successo o per consolidare antipatie dovute alla competizione. Tantopiù che sia Kriminal (300mila copie mensili) che Satanik (200mila copie mensili) filavano come due treni, quindi francamente tutta questa invidia non si capisce da cosa dovesse nascere, in quel preciso momento.
E del discorso “solo il nostro prodotto è sopravvissuto” ovviamente nel 1965 nessuno ne sapeva ancora niente, a meno di non avere la palla di vetro e poteri medianici come il mago Otelma.
Insomma, i tempi non tornano. Oltretutto, per via dell’approccio molto diverso al noir (signorile, fine e aristocratico quello di Diabolik; crudo, “hard boiled”, violento, sessualizzato e viscerale quello di Kriminal e Satanik) i due filoni principali del Noir italiano finivano per parlare a due tipi di pubblico piuttosto diversi, ed era difficile che si facessero davvero concorrenza.
Secondo indizio: le punzecchiature di Max Bunker sono molto specifiche e mirate. Non sono generiche accuse al prodotto Diabolik. Max Bunker nelle sue punzecchiature non punta affatto l’indice sul prodotto fumettistico delle sorelle Giussani; punta l’indice sugli atteggiamenti delle due autrici: sull’ossessione dell’essere state plagiate e copiate. Sulla pretesa di primogenitura e di essere di conseguenza le uniche, vere e inimitabili regine e autentiche interpreti del “noir vero”. E sulle accuse di “pornografia”, accuse che Bunker e Magnus ricevevano già da bigotti, monsignori e deputati della DC e forse avrebbero preferito non doverle sentire pure uscire dalla bocca delle due sedicenti Regine del Noir.
Una delle locandine immaginarie disegnate nel famigerato numero di Satanik, appesa dietro le due disegnatrici megere, recita «Meglio un giorno da Mefistolik, che una vita da ‘Altrik’.» Un po’ troppo chirurgico e preciso, per sembrare davvero il semplice sfogo bilioso di qualcuno che invidia un successo. Sembra più… una risposta, vero? Una risposta a qualcosa di cui però i lettori non sapevano nulla, perchè tutto (o quasi…) era avvenuto lontano dai riflettori. Esattamente. E ci torneremo dopo.
Terzo indizio: nei primi anni 80, le sorelle Giussani rilasciano diverse interviste, una delle quali rimasta famosa per l’esposizione della loro concezione del Noir, ma la cosa interessante è che più che spiegare la loro idea del Noir, diedero una definizione per negazione: in sostanza, invece di dire cos’era Diabolik, fecero una lunga lista di quello che Diabolik NON era e di quello che loro NON facevano. E si lamentavano della sovrappopolazione di prodotti derivati “con la K”, che a loro dire rovinavano la reputazione del noir e, con le loro estremizzazioni e derive “pornografiche” (sì, le consideravano pornografiche – le due Regine del Noir usarono le stesse accuse usate da monsignori bigotti e dai deputati democristiani. Interessante, vero?) finivano per danneggiare anche Diabolik.
Le sorelle Giussani fecero a tutti gli effetti una lista di recriminazioni sul “noir imitativo” molto precisa, senza mai nominare apertamente Max Bunker e Magnus, ma che puntava direttamente l’indice su quello che Bunker e Magnus fecero con Kriminal e Satanik.
Anche un cercopiteco, a quel punto, sarebbe stato in grado di unire i puntini. E soprattutto di realizzare che un simile astio non doveva essere certo nato nel 1982, anno dell’intervista, quando ormai le edizioni di Satanik e Kriminal erano terminate da quasi dieci anni, ma molto, molto prima.
Per carità, resteremo sempre col dubbio, perchè “prove documentali” di quanto sto per dire non ce ne sono. Max Bunker si è esposto in prima persona (con quelle pagine di Satanik, e con un paio di “editoriali” pubblicati su Alan Ford), le sorelle Giussani no. O lo fecero solo intorno agli anni 80 e senza mai fare nomi espliciti (e quando ormai sia Kriminal che Satanik erano morti e sepolti e quindi era facile sparare sul cadavere del “nemico” sconfitto).
La netta impressione che ne ricavo è che con quelle punzecchiature Max Bunker (e Magnus a ruota) stessero più che altro reagendo a voci, lamentele e borbottii che circolavano nell’ambiente dell’editoria milanese del fumetto.
Quella parodia era una risposta chirurgica, troppo precisa per essere casuale o frutto di uno sfogo invidioso dettato dal solo caratteraccio di Max Bunker: le due sorelle ossessionate dai plagi, l’ossessione per la primogenitura e il fastidio per le “imitazioni”, l’adesivo «Meglio un giorno da Mefistolik che una vita da ‘Altrik’», gli sfottò su un altro cartello con errori ortografici evidenti, per la pretesa superiorità culturale di Mefistolik…
Non si caricaturizza così qualcuno che si invidia. Si risponde così a pettegolezzi e borbottii che si sentivano circolare da tempo.
E se questo, dove sono potuto arrivare io con la mia conoscenza certamente non completa dell’intera produzione di Diabolik, non fosse abbastanza: mi hanno fatto notare che effettivamente le sorelle Giussani qualche traccia (o “prova documentale”) del loro fastidio la lasciarono scritta eccome, in calce ad alcuni dei numeri di Diabolik, quando iniziarono ad apparire sul mercato quelle che consideravano bieche imitazioni e svilimenti del genere, a causa delle componenti di violenza estrema, sadismo, horror e sessualità disturbante (che loro consideravano “pornografia”, né più né meno che i deputati DC).
Come sempre, le sorelle Giussani lo fecero col loro stile da salotto della “Milano bene“, da “tiro il sasso e nascondo la mano”: senza mai fare nomi, senza puntare apertamente l’indice contro nessuno, ma lasciando chiaramente intendere chi fosse il bersaglio. Il fatto è che una volta tolto Diabolik, in quel momento gli unici bersagli Noir alternativi a cui potevano riferirsi, non occorreva certo una Macchina di Turing per indovinarli. Bastava fare l’appello dei tre titoli presenti sul mercato, e togliere Diabolik.
Qui non posso confermare nè smentire, perchè ammetto la mia conoscenza incompleta della produzione di Mefist… ehm… Diabolik: potrei essermelo perso. Prendetela con le pinze e nel caso verificate.

Il paesino piccolo piccolo del fumetto milanese
A cavallo tra anni 60 e 70 il mondo dell’editoria fumettistica milanese era un piccolo mondo a sé, in cui si conoscevano tutti.
Mio padre in quell’ambiente ci ha lavorato, a fianco di artisti del calibro di Peroni, Cattaneo, Bonvi, e lavorando a prodotti come Gulp. Era un ambiente relativamente piccolo, un villaggio in cui tutti si conoscevano. Editori, sceneggiatori, disegnatori, distributori: tutti si conoscevano, pranzavano negli stessi posti, frequentavano gli stessi bar, si incontravano nelle stesse tipografie e purtroppo, per alcuni di loro che attiravano l’attenzione della Censura e le ire dei bigotti, si incontravano anche nelle stesse aule di tribunale.
Una quantità enorme di pettegolezzi, antipatie e rivalità passava esclusivamente per vie orali. Noi oggi abbiamo solo le fonti pubbliche, ma è ragionevole pensare che le Giussani – donne della buona borghesia milanese, raffinate, con un marito editore vulcanico come Gino Sansoni – non vedessero di buon occhio la “banda delle K”.
Ma a parte a essere “ragionevole pensarlo”, che resterebbe opinabile, soprattutto furono loro stesse a confermarlo anni più tardi nelle loro interviste. Più di questo…
Loro avevano inventato il modello. Loro vantavano diritto di primogenitura sul fenomeno. Ma quando Kriminal e Satanik presero il genere del fumetto Noir e lo spinsero verso una violenza più cruda, la sessualità strumentale, il sadismo e la satira sociale feroce, la cosa dovette infastidirle parecchio.
Non tanto per le vendite, che non furono mai realmente in concorrenza reciproca, ma per l’immagine.
Loro volevano un noir rispettabile, da salotto buono. Gli altri (anzi gli “AltriK“) stavano trasformando il salotto in un vicolo sanguinoso da romanzo hard-boiled, con tinte horror e luci rosse.
Queste tensioni non diventarono mai dichiarazioni ufficiali o interviste pubbliche (non prima degli anni 80). Diventarono “si dice”, “pare che”, “hanno commentato che”. Tutte voci che in quell’ambiente piccolo, e in cui tutti si conoscono, giravano in fretta e formavano gran parte della percezione reciproca tra autori.
E probabilmente è lì che nasce il borbottio sotterraneo su cui Bunker a un certo punto decide di intervenire a gamba tesa, scegliendo di “parlare” in pubblico e con la ruvidità che gli è caratteristica: per rispondere a ciò che veniva sussurrato (in modo molto signorile, nello stile della “Milano bene”) alle sue spalle e nei corridoi dell’editoria milanese.
E di nuovo invito a riflettere sulla specificità chirurgica delle frecciate che Bunker e Magnus lanciano satiricamente, con quel famigerato numero di Satanik “La luce che uccide”: non lo sfogo estemporaneo di un invidioso, ma assai più probabilmente i sassolini tirati fuori dalle scarpe da qualcuno che si è rotto le scatole del continuo borbottare e sussurrare alle sue spalle.

Due sfumature di Noir incompatibili
Qui non voglio lanciarmi in letture sociologiche, ma è doveroso, perchè le sorelle Giussani e la coppia Bunker/Magnus incarnano due visioni del noir completamente diverse, ma anche mondi di provenienza molto diversi: e per me questa è forse la chiave più importante per capire perchè non potessero proprio andare d’accordo, aldilà dell’essersi trovati tutti accidentalmente sotto il cappello del “fumetto Noir”.
Diabolik è profondamente borghese, quasi aristocratico. Detto senza alcuna cattiveria malevola: è una proiezione fantastica della realtà borghese e della “Milano bene” di cui le sorelle Giussani sono parte integrante e attiva.
Clerville sembra quasi una Costa Azzurra idealizzata, piena di ville hi-tech e dove persino i poliziotti sono cortesi. Diabolik ed Eva (mezza nobile) vivono come grandi signori. Le vittime sono miliardari, principi, industriali. Il duello costante tra Diabolik e Ginko somiglia a una partita a scacchi tra gentiluomini: c’è rivalità inconciliabile, tensione, ma anche rispetto tra avversari, fair play, quasi una forma di cavalleria, in alcune occasioni Diabolik addirittura salva Ginko. È un noir che richiama Hitchcock e Agatha Christie, e che si ispira direttamente a Fantomas e Arsenio Lupin: suspense elegante, delitto geometrico, sfida intellettuale, distanza morale e sangue che (dopo pochi numeri) finisce sempre convenientemente sfumato e sullo sfondo. Horror? Assente. Sesso usato deliberatamente come arma o come strumento di manipolazione? Zero carbonella.
Kriminal, ma soprattutto la prima Satanik, respirano tutt’altra aria e parlano al lettore con tutt’altro linguaggio. Violenza viscerale, rancore, ipocrisia sociale sbeffeggiata senza pietà (e attenzione: quella che Satanik e Kriminal sbeffeggiano senza ritegno è proprio la società da cui arrivano e in cui navigano le sorelle Giussani).
Non c’è nessun mondo immaginario e incellophanato a fare da sfondo: ci sono città reali del nord e del sud America che sembrano uscite da un romanzo hard boiled. Ci sono dittature sudamericane da repubbliche delle banane (in un periodo in cui gli Italiani rischiavano ogni mattina di risvegliarsi sotto una dittatura militare), poliziotti e politici corrotti, prostitute, pervertiti, ricchi degenerati, mostri. Niente patina aristocratica, niente sciccherie borghesi. La rivalità con gli antagonisti è viscerale e senza alcun fair play: Satanik e Trent si detestano visceralmente, senza alcun riconoscimento reciproco, pronti a sferrarsi colpi sotto la cintura appena possibile: quando Satanik riesce a uccidere Trent (o meglio s’illude di averlo ucciso), non si accontenta di ucciderlo: prima gli uccide la fidanzata, poi lo umilia e lo fa quasi impazzire per il terrore.
E poi, sia in Kriminal che soprattutto in Satanik c’è quella componente di erotismo disturbante, mai esplicito (non un solo nudo esplicito in 231 numeri) e basato sull’uso manipolativo del sesso, che ovviamente è totalmente assente dalle storie delle Giussani.
È un noir più sporco, anticipatore di certe atmosfere pulp degli anni Settanta, o della violenza estremizzata fino al grottesco, di cui Quentin Tarantino diventerà anni più tardi l’interprete più famoso.
Questa distanza siderale si rifletteva anche nel rapporto con i personaggi. Le Giussani mantenevano sempre una rigorosa distanza morale da Diabolik. Ti stavano raccontando un feuilleton criminale, ma la morale della favola restava salda (cosa che non impedì ai bigotti di accusarle di corrompere la morale dei giovani esaltando il crimine).
Bunker e Magnus, invece, ti afferravano per il bavero e ti trascinavano dentro la mente deviata di Anthony Logan o di Marny Bannister. Non c’era un cartello con scritto “attenzione, questo è sbagliato”. C’eri tu, il lettore, da solo con il loro nichilismo predatorio e spregiudicato. E dovevi arrangiarti, alla faccia di tutte le regole narrative sulla costruzione dell’empatia del lettore verso il protagonista.
Non dico che fossero due modi diametralmente opposti di approcciarsi al noir, ma ci siamo vicini.
E la stessa distanza si respira anche sotto un altro aspetto, quello socio-culturale.
Da una parte due signore della “Milano bene”, con ottimi agganci con l’editoria rispettata, che creano un raffinato feuilleton criminale ispirandosi dichiaratamente a personaggi come Fantomas e Arsenio Lupin.
Dall’altra un ex rappresentante di commercio (Max Bunker) e un disegnatore bolognese, che frullano insieme Jekyll & Hyde di Stevenson, Frankenstein di Mary Shelley, il sesso sporco e strumentale dell’hard boiled, il Marchese de Sade, una spruzzatina di Lady Macbeth, e una buona dose di satira e rabbia antiborghese.
Conflitto di classe e di sensibilità culturale bello che servito. E fine parentesi pseudo-sociologica. Sia chiaro, non ne faccio un discorso da “poveri che sgobbano, contro ricchi privilegiati”, ma credo che anche questo aspetto aiuti a inquadrare meglio il contesto.

La goccia che fa traboccare il vaso
E poi c’è quello che secondo me rappresentò il classico ultimo granello di sabbia che innesca la valanga. C’è un ultimo aspetto fondamentale da considerare: la pressione legale. Le sorelle Giussani furono le prime a essere accusate dai benpensanti di “traviare i giovani”, ma dopo pochissimi numeri mangiarono subito la foglia e ripulirono Diabolik, edulcorarono i toni e lo misero al riparo. Si adattarono in fretta per mettere Diabolik al sicuro dai rischi di censura più evidenti.
Di conseguenza guardarono sempre con crescente preoccupazione e fastidio, anni dopo, a quella folla di “AltriK“, che con la loro carica di violenza e sessualità più spinta rischiavano di attirare di nuovo i fulmini della censura anche su di loro.
Tra il 1964 e il 1967, però, erano Bunker e Magnus quelli che finivano regolarmente in tribunale o che vedevano arrivare puntualmente in tipografia la polizia a sequestrare preventivamente i numeri appena stampati; ed erano sempre loro a dover rispondere a una caccia alle streghe dieci volte più virulenta di qualunque cosa abbiano mai dovuto affrontare le sorelle Giussani.
Sequestri giudiziari, accuse di oscenità, rischio di galera, interrogazioni parlamentari; tutto mentre le Giussani venivano sì criticate, ma mantenevano una rispettabilità di fondo.
Io riesco a immaginarmelo benissimo di che umore dovevano essere Max Bunker e Magnus, letteralmente con le palle piene per schiere di professoroni, monsignori, editorialisti della stampa nazionale, intellettuali come Gianni Rodari e showmen come Enzo Tortora, deputati, senatori e magistrati che li avrebbero messi volentieri al rogo o sbattuti in galera.
Purtroppo è una cosa che in particolare gli affezionati lettori di Satanik conoscono fin troppo bene: il continuo logoramento a cui i due autori furono soggetti fu uno dei motivi che li spinsero a martellare Satanik per smussarla e renderla sempre un po’ più “accettabile”, fino a tradirne completamente la natura.
E poi, oltre a tutto questo, gli arriva pure all’orecchio, in quell’ambiente in cui tutti conoscono tutti, le voci nei corridoi dell’editoria e le due Signore della Milano bene che pontificano (forse dimentiche di quando distribuivano i primi numeri di Diabolik, quelli non ancora “depurati”, ai ragazzi delle scuole medie): «Noi quelle cose brutte non le facciamo! Noi siamo un’altra cosa. Il vero Noir siamo noi, gli altri sono solo imitatori. Questi qua, prima ci copiano, e poi ci rovinano la piazza!»
E quando senti arrivare dall’ambiente, e da due “colleghe”, certi distinguo moralisti e certe lamentele sussurrate alle spalle (o lasciate in calce ad alcuni numeri di Diabolik), incluse le accuse di “pornografia” che solitamente arrivavano da monsignori e deputati della DC, mentre tu stai pagando in prima persona i conti con la magistratura, francamente non riesco proprio a prendermela con Bunker e Magnus se a un certo punto si sono guardati nelle palle degli occhi, e si sono detti qualcosa come: «Ah sì? Bene, allora giù le maschere, adesso facciamo i nomi e ci divertiamo!»
E se hanno dato vita, di conseguenza, a quella trollata spassosa su Mefistolik e Satanik che aggiunge le due sorelle immaginarie all’elenco delle sue vittime riducendole in cenere, o se si sono tolti qualche sassolino dalle scarpe con un paio di editoriali graffianti dalle pagine di Alan Ford, in tutta onestà non me la sento di biasimarli.
Poi, per carità. Lecito e legittimo discutere su se e quanto possa essere stato maturo o infantile reagire così. O su quanto sia stato maturo o infantile, lato Giussani, prendersela per quella trollata, come se fosse stato commesso un reato di Lesa Maestà alle Regine del Noir.
Qui ognuno è giustissimo che abbia la sua opinione. Ma almeno smettiamola di ripetere a pappagallo la vulgata ridicola di “Max Bunker che bullizza le due poverine perchè è invidioso”.
E detto ciò, torno a godermi sia Satanik che Diabolik 😉
Se ti andasse di approfondire, ho dedicato a Satanik un (lungo) articolo di analisi del personaggio, del fumetto, e di quello che rappresentò nell’Italia perbenista di quegli anni.

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