Non credevo fosse possibile, ma a quanto pare ancora nel 2026 c’è chi crede alla bufala dell’ananas (frutto originario delle Americhe) raffigurato su un mosaico pompeiano (Pompei, città distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 dC) e in altre opere artistiche del primo periodo imperiale.
Il sottinteso, ovviamente, è che quindi i romani avessero già scoperto e raggiunto le Americhe o che fossero in contatto con mercanti provenienti dalle Americhe, secoli prima dei Vichinghi e di Colombo. E che il solito, enorme complotto di accademici, troppo gelosi dei loro curricula scientifici, per duemila anni ce lo abbia tenuto nascosto per non smentire la “storiografia ufficiale voluta dai poteri forti”.
Ok…
L’allucinazione di Domenico Casella
Facciamo il punto, per capire di cosa stiamo parlando: le prime ricerche e ipotesi sul famigerato “ananas pompeiano” risalgono agli anni 30 e 40 del secolo scorso, ma fu ribadita ed esposta in modo organico solo nel dopoguerra (negli anni 50) ad opera di Domenico Casella, studioso di origini calabresi e in seguito professore di Agraria presso l’Università di Napoli.
Il Casella a fine anni 30 e in un periodo di pieno tripudio nazionalistico e riscoperta delle glorie e dei miti di Roma imperiale, eseguì i suoi primi studi sui reperti artistici pompeiani e credette di aver identificato senza alcun dubbio gli ananas non solo nel famoso mosaico, ma anche in diversi altri dipinti e affreschi di ville di Pompei ed Ercolano.
La tesi del Casella era che secondo lui i romani del I secolo dC erano già a conoscenza del frutto di origine americana (assieme all’annona squamosa, altro vegetale di origine americana, e al mango, di origine invece asiatica).
E che quindi i primi a “scoprire l’america” siano stati non i Vichinghi, non Cristoforo Colombo, ma gli antichi romani. Ma fin qui restiamo nel campo degli appunti sparsi e raccolti più come curiosità e ipotesi. Per una formulazione organica dovremo aspettare il dopoguerra, quando il Casella avrà il tempo di riprendere i suoi studi.
C’è di mezzo il dramma della Seconda Guerra Mondiale, e nell’immediato dopoguerra il Casella viene nominato Preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, per il triennio 1943-1946; periodo in cui mette da parte gli ananas, e si dedica con tutte le sue energie ad affrontare i danni disastrosi subiti dalle strutture universitarie napoletane, causate dall’occupazione tedesca prima, e quella angloamericana poi.
Il tarlo degli ananas pompeiani però gli rimase, tanto che appena possibile tornò a visitare Pompei ed Ercolano, ricominciò le sue ricerche (oltretutto con una notevole mole di documentazione grafica, per l’epoca, tra fotografie e disegni a matita e carboncino) e tornò a studiare mosaici e affreschi di Pompei ed Ercolano. Questa seconda fase di ricerche lo portò alla pubblicazione di un primo studio nel 1950 (purtroppo oggi praticamente irreperibile, ma ampiamente citato negli articoli scientifici pubblicati in seguito) nel quale il Casella per la prima volta esponeva sistematicamente le sue “scoperte” e le sue ipotesi.
Lo studio causò ovviamente reazioni nell’ambiente accademico. Una prima risposta critica articolata fu pubblicata già nel 1953 ad opera del prof. Elmer Merrill, un botanico americano, che però gli contestò unicamente l’identificazione del mango di origine asiatica, mentre le contestazioni sulla presunta identificazione di frutti originari delle americhe, risale al triennio 1955-1957.
È in particolare il prof. Raffaele Ciferri, docente di botanica presso le università di Firenze e Pavia, nonché uno dei botanici e micologi italiani più prominenti del dopoguerra, a farsi portavoce delle obiezioni (climatiche, geografiche, letterarie) rivolte alle tesi del Casella.
La querelle più intensa tra il Ciferri e il Casella si sviluppa tra il 1955 e il 1957, per poi finire sostanzialmente dimenticata per l’assenza di ulteriori risposte del Casella al merito delle obiezioni che aveva ricevuto.
La fine del “dibattito scientifico” e la morte del prof. Casella nel 1978, tuttavia, non misero fine alla leggenda degli ananas fantasma (qui parafraso il sarcasmo usato dal prof. Ciferri nel suo secondo articolo di confutazione), che a fasi alterne salta fuori nella cultura pop, o nei deliri di qualche complottista particolarmente fantasioso.
In coda mi sono preso il disturbo di linkare sia gli studi originali del Casella che le confutazioni ad opera del Ciferri, che contengono anche le fotografie da lui eseguite dei resti di affreschi pompeiani che a suo dire identificherebbero i frutti, “senza ombra di dubbio”, come ananassi. Lascio a voi il divertimento di giocare a “a cosa somiglia questa cosa” vedendo i resti che hanno ispirato le certezze del Casella. Se riuscite a vederci un ananas, siete bravi. Al confronto, gli avvistamenti dello Yeti e di Bigfoot sembrano prove inoppugnabili.
Sfortunatamente, guarda un po’, lo stesso Casella (tapino!) si lamenta che quando nel dopoguerra si interessò nuovamente alla questione degli ananas pompeiani, e tornò sul luogo per verificare le sue tesi, proprio il dipinto migliore ai fini dell’identificazione certa del frutto misterioso come ananas, era “sparito” e che non ne trovò più traccia. Tu guarda che sfiga. Ah, i poteri forti…
Fior di botanici e archeobotanici, anche successivamente al 1955-1957, hanno identificato il frutto in questione come pigna o, in subordine, cedro. E hanno rilevato che l’aspetto squamoso stesso del frutto, che ricorda la squamosità degli ananas, potrebbe essere nient’altro che l’effetto dovuto alla lavorazione “a tessera” del mosaico; altri hanno persino sollevato il dubbio che responsabile dell’aspetto esotico del frutto misterioso possa essere stato il restauro dozzinale a cui fu sottoposto il mosaico nel XIX secolo.
Poi non dubito che ci siano illustri botanici fai da te a caccia di visibilità, dello stesso tenore accademico di quelli che scrivono su “Scie Chimiche News” e su “Terra Piatta Today” e con la laurea comprata a punti su Wish, che ancora oggi insistono che “No, no: quello lì è proprio un ananas!”, e che questa sarebbe la prova de-fi-ni-ti-va che i romani erano arrivati nelle americhe, e che solo un oscuro complotto globale ci ha tenuto nascosta questa scomoda verità storica.
Facciamo una pausa e mettiamo in moto i neuroni, prima di evocare il complotto dei poteri forti che “noncielodiconooohh” e nascondono che i romani erano già arrivati nelle americhe solo per non mettere in discussione le loro false conoscenze e i loro curricula accademici?
Il problema della conservazione degli ananas attraverso l’Atlantico
Qualcuno ha pensato a come, esattamente, i romani (che, lo ricordo per qualche furbone, non avevano frigoriferi) avrebbero dovuto riportare indietro degli ananas dalle Americhe, perfettamente conservati, attraverso mesi di navigazione sull’Atlantico, oltretutto facendoli viaggiare su navi che già andavano in crisi e colavano a picco davanti alla prima tempesta seria nel Mediterraneo, figurarsi sull’oceano?
Cioè… come sarebbe finito (senza marcire pochi giorni dopo la partenza) un ananas sulla tavola o sul triclinum della villa di un ricco romano di Pompei, in modo che potesse essere raffigurato su un mosaico?
Perchè sicuramente se l’ananas è finito su un mosaico (e addirittura anche su affreschi e dipinti – che però guarda un po’ sono spariti, povero Casella!) doveva anche essere più di uno, e doveva essere un frutto noto a tutti, altrimenti chiunque avesse visto quel mosaico si sarebbe chiesto cosa diavolo fosse quello strano frutto (o magari lo avrebbe semplicemente scambiato per quello che era: una pigna).
DHL che fa consegne di frutta esotica fresca in 24 ore da una parte all’altra del pianeta, i romani ancora non ce l’avevano, o così mi risulta.
L’ipotesi delle coltivazioni romane di ananas nel bacino mediterraneo
Supponiamo per un momento che in qualche modo (teletrasporto, alieni che consegnano gli ananas ai romani, misteriosi mercanti americani dotati di celle frigorifere sulle loro navi, che vendono gli ananas ai romani) i romani fossero effettivamente entrati in possesso di almeno una pianta d’ananas. Ossia: e se li avessero importati e coltivati nell’area del bacino mediterraneo, allora? Il clima potenzialmente poteva permetterlo, specie considerando che per diversi secoli il clima nell’area occupata dall’impero romano fu leggermente più calda della media dei secoli immediatamente precedenti e successivi.
Facciamo finta di non sapere che in età moderna e contemporanea le evidenze agronomiche ci dicono chiaramente che trapiantare vegetali di area tropicale in un clima mediterraneo raramente dà buoni risultati (piante che non attecchiscono, o attecchiscono ma crescono rachitiche, e soprattutto non danno frutti):
Dove sono le tracce di piantagioni di ananas precedenti al 1492 che avrebbero dovuto trovarsi in tutto il bacino mediterraneo, ovvero le famose piantagioni pompeiane della Monsanto? Insabbiate dai poteri forti e dal deep state accademico?
Dove sono le tracce biologiche di quelle piantagioni, i semi, i pollini che gli scienziati oggigiorno riescono a individuare (e datare) anche nei fossili?
Storia: ogni volta che un popolo europeo ha trovato coltivazioni esotiche redditizie o utili, e trapiantabili in Europa e dintorni, le hanno sempre trapiantate, clima permettendo.
Basti pensare alle patate e ai pomodori. Le patate, in particolare, già duecento anni dopo la colonizzazione europea delle americhe, erano già diffusissime in Europa, al punto che costituivano praticamente una monocultura e il piatto base dell’Irlanda (e quando un’epidemia fungina causò la distruzione delle coltivazioni di patate ne derivò una carestia catastrofica in Irlanda).
‘Ndo cavolo stanno le piantagioni di ananas che avrebbero dovuto essere diffuse in tutto il mediterraneo tra antichità classica e medioevo?
L’assoluta assenza dell’ananas nella letteratura latina
Può sembrare la meno “scientifica” delle argomentazioni, ma è probabilmente la più solida di tutte (tanto che lo stesso prof. Ciferri batte parecchio su questo tasto), dopo quella puramente geografica e basata sulla infattibilità di viaggi transoceanici col tipo di tecnologia navale di cui disponevano i romani: dove sono i trattati, le poesie, i libelli latini che avrebbero dovuto parlare di questo meraviglioso frutto esotico, tanto amato dalle matrone e dai dominus romani da esibire a tavola per impressionare amici, parenti e rivali?
I romani scrivevano letteralmente di tutto. Hanno scritto di cavoli, di api, di come coltivare la vite, di come allevare i pavoni per le cene, di come cucinare i fenicotteri. Hanno scritto ricettari. Hanno scritto poemi sulle pesche, sulle mele, sulle ciliegie.
Se l’ananas fosse stato il frutto esotico del momento, simbolo di status per i ricchi, avremmo montagne di testi che ne parlano: poesie di Marziale sull’ananas, consigli di Columella su come coltivarlo, ricette di Apicio per cucinarlo, versi satirici di Catullo e di Petronio sugli usi erotici dell’ananas, e Plinio il Vecchio avrebbe riempito interi trattati sull’ananas; anzi Plinio probabilmente si sarebbe anche dilungato nel criticare la dissolutezza morale dei ricchi che avrebbero speso migliaia di sesterzi per procurarsi questi frutti esotici, al solo fine di esibirli e impressionare gli ospiti a tavola.
E invece… c’è il NULLA.
Il silenzio delle fonti letterarie romane, in questo caso, è assordante. E assieme alla questione tecnica di come funzionava la navigazione dei vascelli romani, rappresenta la smentita più solida della presenza degli ananas sulle tavole da pranzo dei romani.
Perchè importare solo gli ananas dalle Americhe?
E poi, scusate, perchè solo l’ananas? Con la fame che i romani avevano di beni commestibili e/o redditizi come prodotti di lusso, si sarebbero riportati indietro anche le patate, i pomodori, i peperoni. O i tacchini. O il tabacco.
E saremmo pieni di mosaici e statue di consoli romani che festeggiano questa o quella vittoria sui barbari con un sigaro Havana in bocca, no?
Il problema (insormontabile) per le navi romane
Partiamo da un problema tecnico che nessun appassionato di ananas fantasma sembra prendere in considerazione: i romani non avevano le caravelle, nè le avevano gli altri popoli con tradizione marinara del mediterraneo classico (fenici/cartaginesi, greci).
Le tipiche navi militari usate dai romani erano inadatte semplicemente perchè non dotate di abbastanza stiva di carico per provviste e acqua potabile, dato che gli spazi per i rematori occupavano la gran parte dello spazio sottocoperta. E comunque sia le navi militari che quelle mercantili (le naves onerariae) erano costruite con la tecnica a mortasa e tenone, ossia tavole dello scafo incastrate bordo a bordo, rigide, pensate per portare carico su un mare relativamente prevedibile e governate da remi-timone laterali a poppa, senza timone imperniato e, soprattutto, senza bussola magnetica, che in Europa arriverà solo un migliaio di anni dopo.
La navigazione si basava su cabotaggio costiero, ossia sul tenersi sempre relativamente vicini a una costa nota, da seguire come punto di riferimento. Le coste erano i principali punti di riferimento visivi, e al massimo si usava la stella polare o la posizione del sole per determinare a grandi linee di essere almeno alla latitudine giusta.
In sostanza, quelle usate dai romani e dagli altri popoli che si erano fatti la loro esperienza di navigazione del mediterraneo, erano navi buone per la navigazione in mari chiusi e relativamente prevedibili come il mar mediterraneo. E anche così, i romani stessi consideravano il Mediterraneo troppo pericoloso da navigare per buona parte dell’anno: la stagione sicura andava da fine maggio a metà settembre, con un vero e proprio “mare chiuso” invernale in cui le navi restavano in porto, tanto che per le navi del grano uscire in mare d’inverno senza un ordine speciale era vietato per legge.
In questo senso l’impresa navale più sorprendente che un popolo dell’antichità classica abbia compiuto, è probabilmente la circumnavigazione dell’Africa effettuata dai Fenici, un’impresa tanto più sorprendente proprio per le limitazioni della tecnica navale di cui quel popolo poteva disporre: e fu comunque una circumnavigazione interamente effettuata per cabotaggio, senza mai allontanarsi dalla costa.
Nessuna fonte antica racconta un solo tentativo di attraversamento in mare aperto.
Le caravelle che nel XV e XVI secolo hanno reso possibile l’attraversamento atlantico erano tutt’altra cosa: timone di poppa imperniato per la manovrabilità, combinazione di vele quadre e latine che permetteva di navigare anche contro il vento, bussola, astrolabio, quadrante. Non è che i portoghesi fossero più coraggiosi dei romani: avevano semplicemente un pacchetto tecnologico che ai romani mancava del tutto, e ci sono arrivati dopo secoli di tentativi, naufragi ed errori lungo le coste africane.
Per i romani, oltre le Colonne d’Ercole non c’era una frontiera da esplorare: c’era la fine del mondo conosciuto. Plinio il Vecchio racconta di navi trascinate fuori rotta dalle tempeste attraverso lo stretto di Gibilterra, che tornavano con racconti di onde mostruose, racconti usati proprio per rafforzare l’idea che oltre non ci si avventurasse.
Ma i Vichinghi non erano più evoluti dei Romani e ci arrivarono in America!
A questo punto qualcuno tirerà fuori l’asso nella manica: “ma i vichinghi ci sono arrivati, in America, e solo pochi secoli più tardi e non avevano tecnologie così diverse”.
Falso, e falso su due livelli.
Il primo livello di differenza sostanziale è costruttivo: le navi vichinghe usavano la tecnica clinker, tavole sovrapposte e chiodate, che produceva uno scafo leggero e flessibile, progettato per assecondare le onde invece di incassarle rigidamente, con una chiglia profonda che permetteva di risalire il vento, ossia l’esatto opposto della rigidità mediterranea pensata per il carico e il mare calmo.
Il secondo livello, quello che di solito sfugge, è l’esperienza sul campo. L’orizzone e l’ambiente naturale di navigazione per i popoli norreni, l’ambiente in cui hanno sperimentato e si sono fatti le ossa a suon di naufragi, razzie, spedizioni fallite e spedizioni di successo, è sempre stato il Mare del Nord, un mare estremamente più imprevedibile e duro rispetto al Mediterraneo ed è quello l’ambiente di navigazione che ha forgiato e determinato tutta l’esperienza e la tecnica di costruzione delle navi e le loro tecniche di navigazione.
I norreni non hanno affrontato l’Atlantico con un balzo cieco: sono arrivati per tappe, ciascuna un salto breve: dalla Norvegia alle Shetland, (circa 165 miglia nautiche), un giorno abbondante di navigazione; dalle Shetland alle Faroer, altrettanto; dalle Faroer all’Islanda, circa 230 miglia, il tratto più lungo dell’intera rotta iniziale.
Anche gli ultimi balzi, verso la Groenlandia e poi lungo il Labrador fino a Terranova, per quanto più lunghi, restavano “largamente in vista di terra”.
I Vichinghi mantenevano la rotta con la cosiddetta navigazione di latitudine: seguivano una linea costante attorno ai 60-61° nord, misurando l’altezza del sole a mezzogiorno, e correggevano la rotta quando avvistavano l’isola successiva. Funzionava perché a quella latitudine il Nord Atlantico offre, per pura fortuna geografica, una catena di terre emerse a distanza ravvicinata l’una dall’altra.
E non era solo questione di scafi: i norreni arrivavano da secoli di navigazione abituale nel Mare del Nord, un ambiente collaudato, il loro orizzonte naturale.
Per i romani, che pure controllavano la Britannia fino ai confini dell’attuale Scozia (Vallo di Adriano e Vallo di Antonino) quella era già la periferia più remota e ostile del mondo che conoscevano, un confine da difendere a fatica, e un incubo lontanissimo da tutto ciò che un romano avrebbe considerato “civile”, non un trampolino da cui guardare oltre l’orizzonte.
E qui arriva l’argomento che dovrebbe chiudere la faccenda una volta per tutte: la geografia.
La rotta vichinga funzionava perché a quella latitudine nordatlantica non esiste un solo tratto di oceano davvero aperto che superi le 230-250 miglia nautiche circa. Un’ipotetica rotta romana, partita dal Mediterraneo verso le Americhe a una latitudine molto più bassa, non avrebbe alcuna catena di isole equivalente su cui appoggiarsi: è oceano vuoto, ininterrotto, per migliaia di chilometri, senza una sola terra emersa nota su cui fare tappa o da usare come riferimento per le correzioni di rotta.
Non stiamo parlando di uno stesso problema affrontato con mezzi diversi. Stiamo parlando di due problemi geografici di ordine di grandezza completamente diverso, di cui solo uno, quello nordico, era davvero alla portata della tecnologia preindustriale.
Il rasoio di Occam è quasi sempre una garanzia di non prendere cantonate
Mettetevi l’anima in pace. È una pigna. O un cedro. O qualunque altro frutto noto all’epoca, ma rappresentato male considerando la tecnica del mosaico a tessere.
L’ananas al tempo dei romani è materia affascinante per qualche fanfiction e qualche ùcronia divertente. Ma non è storia. E quella degli accademici che “noncielodiconoooh” per non smentire le loro teorie, beh, lì siamo allo stesso livello delle scie chimiche e del 5G usato per controllarci tramite i vaccini.
Teniamo sempre in mente il rasoio di Occam, che suggerisce di preferire la spiegazione più semplice e parsimoniosa, quando si affronta un problema. Tra più ipotesi ugualmente valide, quella che richiede meno presupposti infondati è solitamente la più corretta, “rasando via” le congetture inutili.
Cos’è più probabile? Che una pigna o un cedro siano stati rappresentati male su un mosaico a tessere (che non è una foto HDR in 8k scattata da uno smartphone ultimo modello) di una città semidistrutta da un’eruzione vulcanica nel 79 dC, oppure che un oscuro complotto di accademici e dei poteri forti ci abbia tenuto nascosto che i romani importavano ananas dalle americhe già prima del 79 dC (ossia quando Roma ancora non controllava pienamente nemmeno il bacino mediterraneo, figurarsi le coste atlantiche)?
Ai posteri l’ardua sentenza. Comunque tanta simpatia. Se Umberto Eco è riuscito a mettere i peperoni in una ricetta medievale, voi siete autorizzati a continuare a sognare l’ananas su una tavola da pranzo romana.
Però ricordatevi anche che almeno Umberto Eco ha avuto l’onestà e la decenza di scusarsi per l’errore. A differenza di non ricordo quale altro autore di romanzi “storici” che mise un tacchino sulla tavola di Federico Barbarossa. Lui no, non si è ancora scusato coi suoi lettori. E chissà, forse è anche lui convinto che quello del mosaico pompeiano sia un ananas.
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Approfondimenti:
– “Sulle pretese raffigurazioni di Ananas” (R. Ciferri, 1955)
– “A proposito di raffigurazioni di ananas, mango e annona in dipinti pompeiani” (D. Casella, 1956)
– “Mango, Ananas e Annona a Pompei” (R. Ciferri, 1957)
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