Versione TL;DR;
Demolendo e scoraggiando il mondo dei piloti hobbisti FPV civili, l’UE (e gli USA uguale, però non sono loro quelli attaccati al fronte con il malvagio Impero Galattico che ci invaderà entro il 2035) sta sistematicamente e deliberatamente massacrando quel pool di competenze umane dual use che hanno permesso all’Ucraina di resistere quattro anni contro un nemico enormemente più dotato di mezzi e uomini.
“Gli Stati Uniti innovano, la Cina copia, l’Europa regolamenta”. Questo vecchio adagio, tristemente fondato in ambito tecnologico, negli ultimi anni si è sempre più indebolito in almeno due dei tre luoghi comuni che lo compongono. Uno no, uno è rimasto assolutamente attuale. Riuscite a indovinare quale?
Devo premettere che non ho alcuna voglia di fare questo discorso. In un certo senso, da pacifista convinto, mi ripugna farlo. E mi ripugna farlo a maggior ragione da appassionato di tecnologia, che vorrebbe guardare ai droni (e in particolare al mondo dei droni FPV autocostruiti, ci arriviamo dopo) solo come a un hobby appassionante e divertente.
Parlare in termini militari, in termini di dual use, di quello che dovrebbe restare un hobby, è spiacevole e doloroso. Ma è un discorso che va fatto.
Benvenuti nel mondo reale. E benvenuti in Europa.
Credo che ormai non sia un mistero per nessuno quale ruolo i droni hanno svolto nel corso del conflitto tra Russia e Ucraina. Quasi tutti, ormai, ne hanno sentito parlare, ma non molti hanno capito esattamente i connotati del discorso, complice anche un sistema mediatico drammaticamente superficiale, che per quattro anni ha preferito raccontarci panzane di tutti i tipi, in funzione di quello che era utile per la propaganda politica del momento (dell’una e dell’altra sponda).
Chi ha capito il ruolo che i droni hanno giocato nel conflitto, ha capito di conseguenza che il motivo per cui non abbiamo quasi mai visto carri armati in azione (se non nella primissima fase dell’invasione) non è perchè “i russi hanno finito i carriarmati” (e le munizioni, e le divise, e le armi, e i semiconduttori, e le patatine…) come pronosticano da quattro anni i leader occidentali e una pletora di giornalisti… distratti, per non usare termini più offensivi.
Non si è più visto un carro armato sul campo di battaglia, e non si sono più viste grandi manovre di fanteria (meccanizzata e non), per il semplice motivo che l’utilizzo massiccio dei droni (e in particolare dei droni FPV, quelli che permettono al pilota di vedere in prima persona attraverso la videocamera montata sul drone) ha reso una follia antieconomica schierare sul campo un carro armato da otto milioni di euro (tipo un T-90 russo), da quindici milioni di euro (tipo un Abrams americano) o da trenta milioni di euro (tipo un Leopard tedesco), quando quel carro armato costosissimo può essere messo fuori combattimento, o persino danneggiato in modo irreparabile, da uno o due droni che singolarmente costano dai 500 ai 2000 euro.
Droni che possono essere guidati sul bersaglio da un pilota che ti vede benissimo senza bisogno di 600mila euro di sensoristica di bordo e connessioni satellitari, ma attraverso una videocamera analogica di due centimetri di grandezza e del costo di una ventina di euro.
È una lezione che l’esercito russo ha imparato nel modo più traumatico possibile. E l’esercito ucraino lo ha imparato allo stesso identico modo (ma loro avevano una base di partenza molto più solida e sviluppata, nel mondo degli hobbisti FPV). Tanto che entrambe le parti hanno relegato i mezzi pesanti come i carri armati al ruolo di artiglieria mobile di supporto, da tenere ben lontana dalla prima linea, dove sarebbero immediatamente presi di mira e fatti a pezzi dai droni della parte avversaria.
Un discorso che è stato poi esteso a tutto il comparto dei mezzi pesanti e da trasporto, inclusi i veicoli da trasporto per la fanteria meccanizzata. Che non costano quanto i carriarmati, ma poco ci manca, e che si sarebbero trasformati in bare di gruppo semoventi.
Tutti reparti che in quel conflitto si sono trasformati se mai in fanteria motorizzata. Dove “motorizzato” spesso significa avvalersi anche di biciclette, motociclette, quad e utilitarie. Mezzi che possono essere abbandonati senza rimorsi al primo apparire di un drone, e mezzi da cui è molto più facile e rapido uscire in fretta e salvarsi prima che un drone carico di esplosivo lo faccia saltare in aria con tutti i soldati che ci sono a bordo.
Chi non l’ha capito, ancora nel 2026?

Beh, due categorie di persone, principalmente, non hanno ancora capito cosa significa usare i droni in guerra e come questi hanno cambiato il modo di fare la guerra sul campo.
La prima, i giornalisti. Che si ostinano a raccontare barzellette sul nemico che ha finito le armi, le patatine fritte, i semiconduttori, i mezzi di trasporto e la benzina, e quindi è costretto ad andare al fronte in bicicletta o in groppa ai muli.
Purtroppo di Andrea Purgatori ne nascono pochi al secolo e spesso non fanno una bella fine, professionalmente e non solo. E se pure qualche giornalista più coraggioso della media (o più rispettoso di un’etica professionale) ci prova, raramente finisce ospite dei salotti televisivi o a scrivere editoriali dalle colonne di un quotidiano nazionale.
E l’altra categoria che non ha ancora capito, evidentemente, sembra essere proprio quella dei politici europei. Dove per europei includo anche i britannici e intendo tutti i livelli dell’amministrazione di governo: nazionale e comunitario. Quelli che prendono decisioni. Quelli che possono decidere di spendere in riarmo 800 miliardi di euro di denaro pubblico.
E che ogni santo giorno, da quattro anni, ci raccontano quanto siamo a rischio di essere invasi dai russi. Russi che un giorno hanno finito le munizioni e le patatine fritte e devono combattere con le pale, il giorno dopo potrebbero invaderci e arrivare indisturbati fino in Portogallo, e sicuramente ci invaderanno nel 2035. Che poi è diventato prima il 2030, poi il 2029. Diamogli tempo qualche mese e sarà il 2027, se no come li fai digerire agli europei 800 miliardi di euro spesi in armi anzichè in scuole, ospedali, strade e servizi?
Giochiamo al “what if”. Ossia al cosa succederebbe se. Cosa succederebbe se davvero i russi volessero invaderci dopodomani e se non fossero solo gli isterismi di una classe dirigente inadeguata e in grave crisi di consenso? Supponiamolo.
La prima cosa che accadrebbe è che probabilmente l’occidente prenderebbe delle brutte batoste. Perchè dopo quarant’anni che ti sei abituato a fare e vincere le guerre contro i beduini in mezzo ai deserti, e contro i pastori rintanati su montagne che puoi piallare a suon di bombe termobariche, senza neanche dovergli sparare di persona, quando ti trovi di fronte un nemico che se non è al tuo stesso livello tecnologico è molto vicino a esserlo, scopri che è molto più dura vincerle le guerre, o anche solo combatterle tenendo basso il numero di bare che tornano in patria col primo volo militare.
E soprattutto senza rischiare ritorsioni e gravi contraccolpi sul piano economico, da parte di un nemico in grado di effettuare contrattacchi di rappresaglia a lungo raggio, come sta dimostrando il conflitto seguito all’aggressione dell’Iran da parte di USA e Israele.
E la seconda è che scopri di non essere minimamente preparato alla guerra moderna, esattamente come non lo erano i russi quando hanno invaso l’Ucraina nel 2022.
Solo che i russi hanno avuto quattro anni per adeguarsi, imparare, costruire linee produttive efficaci e mettersi (quasi) in pari. E si sono costruiti, al pari degli ucraini, quattro anni di esperienza sudata e sanguinata sul campo. Una cosa che manca totalmente agli eserciti NATO.
Nota: questo non lo dico io, e non lo dice la propaganda del Cremlino: lo dice l’esercito ucraino stesso – i cui ufficiali si mettono le mani nei capelli, davanti all’impreparazione delle truppe e delle dottrine militari standard della NATO – e lo dicono soprattutto anche le più recenti esercitazioni congiunte tra esercito ucraino e truppe NATO, in cui le truppe ucraine hanno letteralmente surclassato le truppe NATO, americani compresi.
E mi scuso se il termine “surclassato” suona un po’ forte e irrispettoso dei nostri eroi a stelle & strisce, ma un’unità di operatori droni ucraini che “elimina” due battaglioni NATO in un giorno, a casa mia si chiama “surclassare” o quantomeno “evidenziare gravi lacune di preparazione alla guerra moderna“, se vogliamo dirla in modo più diplomatico e politically correct.
Limitatamente ai droni (in particolare FPV): Hanno avuto un ruolo centrale (oltre alla determinazione dei difensori e alle vagonate di miliardi che l’UE ha riversato su Kiev e dintorni per tenere in vita l’Ucraina come stato funzionante) nel permettere all’Ucraina di resistere per quattro anni contro un nemico enormemente più grande, più popoloso e più attrezzato, soprattutto nell’annullare il vantaggio strategico e tattico della maggiore dotazione in mezzi pesanti che avevano a disposizione i russi e che, fino a quella guerra, erano state l’elemento di punta (assieme all’aviazione) della guerra di movimento, in ogni dottrina militare occidentale.
I droni hanno trasformato la guerra in Ucraina in una cosa che somiglia molto più alla prima guerra mondiale che alla seconda: muoversi, uscire allo scoperto, avanzare all’assalto contando sul numero e sulla superiorità dei mezzi corazzati e sulla strapotenza della tua aviazione, significa essere falciati e fatti a pezzi dai difensori.
Nella prima guerra mondiale, significava essere falciati dalle mitragliatrici nemiche. Oggi, essere falciati dai droni. Ecco perchè le avanzate di questa guerra si misurano in centinaia di metri alla settimana, invece che in chilometri al giorno.
E siccome russi e ucraini hanno imparato sulla loro pelle le stesse identiche lezioni, ecco perchè erano del tutto velleitarie anche le illusioni di grandi controffensive che avrebbero fatto riconquistare ogni centimetro quadrato di suolo ucraino: perchè i russi hanno imparato le medesime lezioni e applicato le medesime tattiche di utilizzo dei droni.
Intendiamoci, coi droni da soli le guerre non le vinci e soprattutto non ci occupi il territorio. Se devi occupare e controllare un territorio ostile ti servono i soldati “boots on the ground”.
Ma se devi difenderti, i droni sono un fattore chiave, e non averlo capito – per istituzioni che ogni due per tre gridano al pericolo di invasione russa – è grave. Tragico.
Perchè? Beh perchè più passano gli anni e più è evidente e asfissiante l’approccio regolamentare persecutorio dell’Unione Europea (e degli USA) nei confronti degli appassionati di droni, e in particolare di droni FPV autocostruiti.
Com’è successo che gli ucraini sono stati così efficaci nell’utilizzo dei droni (in particolare dei droni FPV, qui non parliamo dei droni militari più grandi, dove è invece la Russia ad avere un vantaggio) e che erano così tanto più avanti rispetto ai russi?

Un motivo prima di tutti gli altri. E non è di superiorità tecnologica. La tecnologia che fa volare e controllare i droni è arcinota. Anzi in un certo senso è pure tecnologia vecchia, molto più “arretrata” (e quindi affidabile e preziosa, perchè scalabile e facilmente impiantabile in linee di produzione distribuite e decentrate, che un singolo bombardamento nemico non ha alcuna possibilità di sopprimere facilmente) di quella applicata nei droni commerciali e nei droni militari puri. E soprattutto è tecnologia indipendente da brevetti e licenze proprietarie.
No, il motivo non è tecnologico: è di fattore umano. Già prima della guerra l’Ucraina aveva un pool enorme di piloti di droni civili, una community molto estesa di appassionati, hobbisti che sapevano costruire, far volare, e mantenere in funzione i propri mezzi. E linee di produzione decentrate, non grandi fabbriche centralizzate che puoi individuare, mappare e far saltare in aria con un unico attacco mirato.
A quelle migliaia di piloti civili è bastato mettere (metaforicamente, ma neanche tanto) una divisa e un elmetto addosso, inquadrarli e trasformarli in una delle armi chiave che hanno permesso all’Ucraina di resistere per quattro anni.
Quello ucraino è stato un tipico esempio di tecnologia e competenze dual use, come piace dire oggi. Tecnologia e competenze che in ambito civile occupano l’attività di appassionati e hobbisti (ma, perchè no, anche di settori chiave come la protezione civile, i soccorsi, il supporto ai vigili del fuoco e al contenimento degli incendi, gli interventi di ricerca e soccorso in caso di crisi e catastrofi naturali e metereologiche).
E che però, se servisse mai, possono essere facilmente convertiti in risorsa militare. Ossia quel dual use che l’UE predica come via alla readiness e alla resilienza militare, salvo poi razzolare male e fare ogni possibile sforzo per perseguitare, mortificare e cancellare proprio quel pool di competenze e risorse umane dual use.
Perchè è una cosa molto diversa avere già un enorme pool di piloti civili già addestrati e già pienamente consapevoli dei loro mezzi, e dare loro un inquadramento militare quando serve, dal dover addestrare in tutta fretta e in ritardo qualcuno che non ha mai fatto volare un drone FPV, che non ha mai dovuto saldare i cavi di alimentazione di un motore brushless, o sostituire una trasmittente video, e dovergli pure insegnare come usarlo in guerra; o dovergli insegnare come ripararlo perchè non puoi semplicemente impacchettarlo e spedirlo al servizio clienti e poi aspettare qualche settimana che te lo rispediscano indietro come nuovo.
E doverlo fare a guerra in corso, col nemico in casa.
E addestrare qualcuno che è abituato a volare con un drone commerciale stabilizzato (sì, DJI, sto guardando te), pensando che sia la stessa cosa di far volare e mantenere in funzione (riparazioni comprese) un drone FPV autocostruito? Stesso discorso: due mondi completamente diversi.
Basti pensare alla conoscenza approfondita dei mezzi: chi si autocostruisce, ripara e fa volare un drone che conosce a menadito, fino all’ultimo circuito; e chi, se gli si guasta un motore, mette il drone in una scatola e lo spedisce in assistenza, per rivederlo, forse, tre settimane dopo. Sempre che sia ancora in garanzia, se no fa prima a buttarlo e comprarne uno nuovo, che a spendere centinaia di euro in riparazioni furoi garanzia.
I russi sono partiti in ritardo e hanno pagato caro quel ritardo. Ma ormai si sono (quasi) messi in pari, e il gap di knowledge e linee produttive che ancora non hanno colmato, lo bilanciano con la quantità.
I cinesi? Ossia quelli che la retorica bellicista occidentale ci sta già preparando a considerare come i “nemici del futuro”? Loro sui droni (militari perlopiù) sono persino più avanti, rispetto all’occidente.
Non è più la Cina che “copia e basta”. E non lo è più da un bel pezzo, giusto Trump, la Kallas e Tajani non se ne sono ancora accorti.
È Cina che innova e occidente che sta ancora in piedi ma fatica a stare al passo. Lo dimostra, tra l’altro, proprio il fatto che un’azienda cinese, DJI, sia praticamente monopolista mondiale nella produzione e vendita di droni commerciali per usi civili. E chiunque abbia preso in mano un drone DJI può confermare che sono prodotti molto lontani dall’immaginario della “cinesata” messa insieme con lo sputo.
Casomai, per i droni commerciali cinesi il problema è un altro. Sono sistemi commerciali chiusi e centralizzati, controllati da un’azienda sostanzialmente monopolista e che – scuola Apple – tratta i suoi prodotti e la sua clientela come un ecosistema chiuso. Il che comporta tutt’altro genere di problemi in termini di “innovazione dal basso” preclusa (ma anche di supply chain risk, se davvero guardiamo alla Cina come “il nemico del futuro”).
Qui, sotto questo punto di vista, l’occidente potrebbe avere le sue carte da giocare… se solo non stesse facendo esattamente l’opposto: disincentivare il mondo dei droni FPV autocostruiti e incoraggiare quello dei droni commerciali (cinesi).
E dunque… l’Europa che fa? Beh, semplice. L’america sta in piedi ma da un pezzo non è più la sola che innova. La Cina non è più quella che copia e basta.
E invece l’Europa continua a essere quella che non fa nè l’una nè l’altra cosa, non innova e non copia: regolamenta. E come in mille altri campi, i nobili (?) intenti, si traducono in regolamentazioni asfissianti che sono l’equivalente dello spararsi nei piedi (per non dire di peggio) da soli.
L’atteggiamento delle autorità dell’Unione (al seguito di quelle USA, tanto per cambiare) nei confronti dei droni – e soprattutto dei droni FPV autocostruiti – è a dir poco persecutorio. Dalle limitazioni crescenti e sempre più stringenti ai voli long range (e alle certificazioni necessarie per poterli condurre = migliaia di euro da sborsare in corsi ed esami presso pochi centri di addestramento autorizzati, trafile burocratiche assurde per voli BVLoS / oltre la linea di contatto visivo), a tutta la querelle sull’identificazione da remoto obbligatoria per i droni da classe C1 in su; alla questione delle assicurazioni obbligatorie e alle pretese di certificazione dei mezzi e delle componenti.
La cosa triste è che ognuno di questi temi controversi avrebbe anche valide ragioni a supporto di un approccio regolamentatorio restrittivo. Ragioni che hanno in cima il principio sacrosanto del “safety first” (prima la sicurezza) e che dovrebbero rendere più digeribile e accettabile la polpetta avvelenata.
Le regole servono. E servono le sanzioni. Non nascondiamocelo, anche un drone di classe C0 (zero) “inoffensivo”, sotto i 250gr di peso al decollo, può essere un’arma se precipita in testa a qualcuno, o se viene fatto volare dove non dovrebbe.
Quindi sì, le certificazioni servono. Le sanzioni per chi sbaglia e causa danni a cose e persone comportandosi da irresponsabile, servono. Le assicurazioni obbligatorie servono. Studiare e fare pratica di volo serve.
Ma l’approccio delle istituzioni europee e nazionali non può essere quello della punizione collettiva preventiva, e dello sparare nel mucchio, sperando di fermare anche il singolo imbecille che si mette a volare col suo drone attorno a una eliambulanza complicando le operazioni di soccorso.
E soprattutto quello che non serve ed è inaccettabile è trasformare l’hobby della costruzione e pilotaggio di droni autocostruiti in una seccatura burocratica infinita e in una spesa economica tale che chiunque non abbia un portafogli pesante (o non abbia un’azienda alle spalle che paga al posto suo) sia incentivato a tornare a giocare con la playstation. O a passare a un drone commerciale cinese, sempre se ha soldi a sufficienza (beninteso, finchè anche l’UE non deciderà, come già accaduto negli USA, che il suddetto produttore cinese rappresenta un rischio per la sicurezza e non deciderà di vietarne la vendita sul territorio dell’Unione).
Non può essere la barriera economica a fare da discriminante tra volo sicuro e attività irresponsabili. Perchè se anche non dichiaratamente, questo è esattamente quello a cui mira la regolamentazione europea. Scoraggiare l’accesso al volo hobbistico coi droni usando la clava della ricchezza dell’aspirante pilota come prima vera “certificazione di idoneità” al volo.
Non è ammissibile che la normativa tratti allo stesso identico modo, e gli imponga lo stesso identico onere economico e burocratico, il dronista che lavora per una grande compagnia e usa i suoi droni per fare monitoraggio a distanza su chilometri e chilometri di impianti, cantieri, gasdotti o linee elettriche (e relativi ovvi rischi di sicurezza), o che deve volare col drone fuori visuale all’interno di zone “rosse” per la presenza di aeroporti o altre strutture sensibili… e l’hobbista privato a cui interessa solo far volare il suo drone fino a una montagnola disabitata lontana 2km e fare qualche ripresa amatoriale di panorami mozzafiato.
Demolendo e scoraggiando il mondo dei piloti FPV civili, l’UE sta sistematicamente e deliberatamente sabotando proprio quel pool di competenze dual use che hanno permesso all’Ucraina di resistere quattro anni contro un nemico enormemente più dotato di mezzi e uomini. E gli USA stanno facendo altrettanto, però non sono loro quelli attaccati al fronte con il malvagio Impero Galattico che ci invaderà entro il 2035.
La farsa nella tragedia? Mi dicono che l’Ucraina (o almeno metà dell’Ucraina) voglia a tutti i costi entrare nell’Unione Europea. Auguri. Se nel 2022 fossero stati già membri dell’UE e soggetti alle regolamentazioni europee sui droni, l’Ucraina non lo avrebbe mai avuto quel pool straordinario di piloti di droni civili già pronti e addestrati a costruirsi, far volare, riparare e mantenere in funzione i loro droni FPV anche in missioni long range (ossia oltre la linea visiva → BVLoS).
E, forse, chissà… I russi a Kiev ci sarebbero entrati per davvero. O forse oggi parleremmo di tutt’altra linea del fronte, invece di gongolare perchè dopo 4 anni di guerra i russi hanno conquistato “solo il 20% di territorio ucraino”.
Ok, questo è un paradosso, anzi un’iperbole. La realtà però resta sul piatto: l’Ucraina, non essendo parte dell’UE e non essendo soggetta ai regolamenti UE in materia di droni, quel pool di piloti, di competenze e di linee produttive decentrate ha potuto costruirselo liberamente e metterlo in campo appena le è servito farlo per necessità di sopravvivenza militare.
I russi a suon di bastonate, hanno imparato anche loro e si sono messi (quasi, avendo una produzione ancora troppo centralizzata e partita in netto ritardo) in pari.
Noi? Noi regolamentiamo… e ci spariamo nei piedi da soli.
L’abbiamo fatto con le forniture di gas, con gli investimenti sulle fonti rinnovabili, figuriamoci se ci facciamo il problema di farlo anche coi droni.
E se non vedono il problema in termini di perdita di competenze dual use e di resilienza militare, figurarsi quanto può fregargliene delle frustrazioni di quelli che volano per hobby e per piacere, e che ai risvolti dual use del loro amato hobby non vorrebbero nemmeno essere costretti a pensarci.
Approfondimenti utili:
- Esercitazione Hedgehog 2025 (Unità ucraina di operatori droni “elimina” due battaglioni NATO)
- Regolamenti EASA sui droni civili
- Regolamento italiano sui droni UAS-IT (sito ENAC)
- “Another nail to FPV coffin”: Riflessioni sul dual use di Paweł Spychalski (principale mantainer del firmware opensource iNav per droni FPV e aeromodelli)
- Walkthrough sull’impianto regolamentare UE sui droni, da Paweł Spychalski
- Remote ID in USA: le frustrazioni dei piloti FPV statunitensi, di Joshua Bardwell
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