Killer & Gattini
Empatia: da strumento utile e indispensabile, a catena censoria
In narrativa, l’empatia è il primo, silenzioso patto che lo scrittore stringe con il lettore. È quella connessione che permette al lettore di interessarsi profondamente anche a personaggi lontani dal cliché dell’eroe senza macchia e (soprattutto) lontani dalla sua esperienza quotidiana e dal proprio modo di pensare, di entrare nella loro mente e di vivere la storia sulla propria pelle.
È il legame che rende possibile appassionarsi anche alle vicende di figure complesse, moralmente ambigue, distanti dal proprio senso di “ciò che è giusto”, ma che nonostante questo diventano memorabili per quello che lasciano al lettore.
Senza il legame di empatia il lettore resta fuori dalla testa del personaggio. Osserva da spettatore che giudica esternamente. E al primo pensiero scomodo, alla prima scelta moralmente ambigua o sporca, o alla prima conseguenza dolorosa, il lettore si sente meno in colpa a chiudere il libro. Perché, in fondo, di quel personaggio non gliene importa abbastanza. E a quel punto lo scrittore ha fallito, non importa quanto sia stato abile in termini di perfezione tecnica della scrittura o genialità nell’ideazione della trama della storia.
Con un buon credito di empatia, invece, il lettore può trovarsi a seguire persino un’assassina, un manipolatore, un mostro. Senza necessariamente approvarli, ma capendoli abbastanza da restare dentro la loro pelle e non accorgersi di vedere il mondo attraverso gli occhi, le percezioni e i pensieri di qualcun altro, anche quando quella pelle diventa scomoda.
Non si tratta di rendere il personaggio simpatico. Si tratta di renderlo intimamente comprensibile e di non avere una crisi di rigetto guardando il mondo attraverso i suoi occhi. Di dargli abbastanza spessore umano perché il lettore sia disposto a concedergli il beneficio del dubbio, almeno all’inizio.
Gli strumenti? Sofferenza ingiusta, competenza, proattività, vulnerabilità e difetti umani mostrati nei momenti giusti, essere “nel giusto” dallo specifico punto di vista del personaggio: questi sono i mattoni con cui si costruisce quel credito di empatia iniziale. Mattoni che, una volta posati, ci permettono di far vivere al lettore il vero conflitto della storia: quello interiore, dove il difetto fatale del personaggio si scontra con la posta in gioco reale e le illusioni che insegue il personaggio.
Quando questo meccanismo funziona, il lettore non si limita a “tifare” per il personaggio. Diventa suo complice, entra nella sua mente. Vive le sue razionalizzazioni, le sue paure, le sue piccole ipocrisie, i suoi momenti di lucidità spietata, le sue gioie e le sue soddisfazioni. Ed è proprio questa complicità che rende possibile raccontare personaggi moralmente grigi senza perderli per strada (e senza perdere per strada il lettore).
Il paradosso nasce quando dimentichiamo lo scopo di quell’empatia, o quando ci facciamo prendere dall’ansia di rendere il personaggio accettabile senza sforzo. E invece di usare l’empatia come ponte verso la complessità, cominciamo a usarla come scudo contro di essa.
Invece di chiederci «quanto deve soffrire o quanto deve essere competente e proattivo questo personaggio perché il lettore sia disposto a seguirlo anche quando farà scelte discutibili?», ci poniamo una domanda più insidiosa: «Come faccio a renderlo abbastanza “relatable” da non rischiare che qualcuno si senta a disagio?».
Da quel momento l’empatia smette di essere uno strumento narrativo e diventa una catena.
E che sia chiaro, qui intendo “relatable” nell’accezione sterilizzata, da manuale di sopravvivenza ai booktoker: un personaggio che non richiede sforzo per essere accettato, perché i suoi tratti spigolosi o problematici vengono subito addolciti o spiegati con sottotitoli a prova di stupido, in calce a ogni scena o scelta problematica del presunto personaggio “grigio”.
Di per sè non ho niente contro il concetto di relatable, che nella sua definizione più estesa e completa è pressochè sinonimo della costruzione dell’empatia.
Ma nell’accezione mutilata e distorta che va per la maggiore ultimamente, relatable diventa una trappola narrativa mortale.
Killer & Gattini
La distorsione da strumento a catena prende forme prevedibili e, col tempo, quasi comiche nella loro ripetitività.
Il serial killer che, tra una vittima e l’altra, si ferma a salvare un gattino randagio sotto la pioggia. La killer spietata che dopo aver sparato a sangue freddo si guarda allo specchio con gli occhi lucidi e sussurra «non sono più io». Il manipolatore che aiuta la vecchietta a portare i sacchetti della spesa e poi raccoglie diligentemente i mozziconi dal marciapiede, prima di tornare al suo piano per rovinare qualcuno.
O, peggio ancora, il personaggio che dopo ogni atto violento sente il bisogno di giustificarsi ad alta voce: «mi hanno costretto»,«non volevo arrivare a questo», «è il sistema che mi ha reso così»… e quindi parte l’immancabile flashback traumatico sull’infanzia infelice e problematica.
E se l’autore è un impiastro totale, parte anche l’immancabile pistolotto autoriale per “prendere le distanze” dalla scelta problematica del personaggio, in modo che nessuna booktuber si senta in dovere di scatenare una shitstorm e mettersi ad abbaiare che l’autore propaganda e promuove contenuti tossici e diseducativi.
Non è solo stucchevole. È dannoso e alla lunga diventa un pattern talmente evidente che il lettore se ne accorge, capisce che è falso e costruito di proposito, e smette di credere nella realtà della storia. E questa è la morte di qualunque narrativa che aspiri ad essere anche solo genericamente immersiva, perchè significa ricordare al lettore, a suon di continui schiaffoni in faccia, che niente di quello che sta leggendo è vero e che è tutta una finzione.
Ma non è una bella cosa neanche se si fa narrativa più tradizionale, è solo una questione di ordini di grandezza: in immersiva, butti il lettore fuori dalla storia e fuori dalla testa del personaggio, e quindi fallisci per definizione; in narrativa più tradizionale, rompi la cosiddetta “sospensione dell’incredulità” (supponendo che esista una cosa del genere) e violi il più basilare patto implicito tra lettore e scrittore.
Stesso danno, solo declinato in modi diversi.
Il meccanismo di fondo è ancora più pericoloso, perchè si nega al personaggio la sua agency, il suo protagonismo nel fare le scelte che tengono vivo il conflitto alla base della storia, che permettono al suo difetto fatale di manifestarsi e di richiedere al personaggio un prezzo che deve pagare.
Invece di lasciarlo scegliere, agire e assumersi le conseguenze delle sue scelte — coerentemente con il suo difetto fatale —, lo si “addolcisce” per renderlo più digeribile, meno problematico.
Il difetto fatale viene anestetizzato, trasformato in una ferita del passato che viene continuamente esibita come attenuante, anziché essere la molla che spinge il personaggio verso scelte ambigue, oscure e interessanti (come tema da esplorare).
Ma soprattutto il risultato è un personaggio che non agisce più davvero: reagisce, si scusa, si spiega, si redime a rate. E nel farlo perde ciò che lo rendeva vivo e memorabile come ospite temporaneo della coscienza del lettore.
Le conseguenze tecniche sono immediate e pesanti.
Prima di tutto, l’appiattimento del carattere. Un personaggio che deve per forza mostrare rimorso dopo ogni azione moralmente grigia non ha più un vero difetto fatale: ha solo un’etichetta temporanea di “cattivo” che viene smentita di continuo solo per tranquillizzare il lettore (o il book influencer di turno). E demolire o azzoppare la funzione del difetto fatale del personaggio non è mai una buona idea: azzoppando o anestetizzando il difetto fatale, si perde già un buon 50% del valore e del significato della storia, si perde quella funzione magica/religiosa delle storie, ossia convincere il lettore che le vicende narrate – la vita – abbiano un senso più profondo, e che non siano solo una sequenza di eventi più o meno casuali, di “cose che capitano” in un determinato ordine temporale.
Peggio ancora, si svuota, e perde senso l’idea stessa di un arco di trasformazione del personaggio.
Non c’è più conflitto autentico. Rimane solo un teatrino emotivo in cui il personaggio finge di dibattersi, mentre l’autore gli tiene la mano per non farlo cadere troppo in basso e per non turbare una fetta di lettori.
La tensione interna si dissolve, perché il conflitto non nasce più dallo scontro tra ciò che il personaggio vuole e ciò di cui ha realmente bisogno, ma da una specie di teatrino interiore in cui deve dimostrare di essere “in fondo una brava persona”.
In secondo luogo, si rompe l’immersione. Il lettore comincia a vedere la mano dell’autore che interviene di continuo per proteggerlo, per spiegargli, per addolcire.
La scrittura, o meglio, la regia dietro la scrittura diventa evidente come un “gobbo” che invece di restare nascosto sotto il palcoscenico, ci sale sopra e si mette in piena vista a suggerire le battute agli attori, e per sovrapprezzo volta pure il cartello verso il pubblico, in modo che il pubblico possa leggerle, casomai si fosse distratto mettendosi a spulciare le notifiche sullo smartphone nel bel mezzo dello spettacolo.
L’effetto è letale, che la scrittura sia intenzionalmente immersiva o meno: il patto implicito tra scrittore e lettore si spezza in modo irrimediabile.
È il ritorno in grande stile del Narratore Giudice Esplicito e della letteratura edificante del XIX secolo, quella pensata per non emozionare, non disturbare, non turbare il lettore con pensieri scomodi ed emozioni peccaminose.
È il ritorno di Dickens e Manzoni, che si siedono sulla spalla del lettore a gridargli col megafono una lezione morale nelle orecchie. Un balzo indietro della letteratura di oltre un secolo e mezzo, travestito da progressismo educativo e premura verso il lettore.
È come se Flaubert o Chekhov fossero vissuti e avessero lavorato per niente, le loro lezioni distrutte in nome del conformismo dei benpensanti, convinti che il lettore debba essere protetto a ogni costo dalla complessità, da domande troppo scabrose e inquietanti, e convinti che il giudizio dell’autore debba permeare i personaggi e il loro agire, spiegarli, assolverli o condannarli e prenderne le distanze quando sbagliano (o meglio ancora, evitare proprio che sbaglino in modo troppo disturbante, per non dare un cattivo esempio al lettore).
Questa distorsione ha assunto negli ultimi anni una forma ancora più sistematica, se non algoritmica: l’ossessione editoriale per i cliché (tropes) di genere, soprattutto nei segmenti young-adult, new-adult (basti pensare a generi come il romantasy, il romance, le teen academy e il dark romance). Il personaggio moralmente grigio non viene più lasciato libero di essere cinico, manipolatore o sadico; viene immediatamente “trope-izzato” e incasellato in mezzo alle keyword usate nel trigger warning.
L’assassino diventa l’anti-eroe dal passato tragico che salva gattini tra un omicidio e l’altro. La killer spietata deve avere almeno un momento di crisi di coscienza davanti a uno specchio dopo ogni esecuzione, altrimenti il lettore potrebbe non “relazionarsi”, perché non trova la casella corrispondente nell’elenco dei cliché accettati.
Il risultato è paradossale: si usano cliché nella speranza di rendere il personaggio più complesso e intrigante, ma in realtà lo si riduce a una checklist di tratti prevedibili e rassicuranti per lettori sempre più pigri, sempre più coccolati dai cliché fino a renderli incapaci di apprezzare deviazioni dal copione prefedinito.
Alla fine non stiamo più parlando di un problema etico o stilistico. Stiamo parlando di un errore tecnico di costruzione del personaggio.

Un Tyrion addomesticato avrebbe convinto i lettori?
Il miglior antidoto alla trappola del “relatable” non è una teoria astratta. È un esempio concreto che funziona da decenni: Tyrion Lannister (mi riferisco alla versione dei romanzi, non a quella televisiva).
George R.R. Martin non ha reso Tyrion amabile addolcendolo. Non gli ha dato gattini da salvare, non gli ha infilato rimorsi post-omicidio davanti allo specchio, non gli ha fatto pronunciare monologhi stucchevoli su «sono diventato così perchè quella sadica di mia sorella Cersei mi torceva il pisellino quando ero ancora un poppante nella culla».
Al contrario, ha costruito un personaggio cinico, manipolatore, vendicativo, sessualmente esplicito, spesso crudele e profondamente consapevole dei propri difetti. Un personaggio che fa anche molte scelte giuste, ma non si fa alcuno scrupolo a calpestare, travolgere o pugnalare chi si mette sulla sua strada.
Eppure Tyrion è uno dei personaggi in assoluto più amati della letteratura contemporanea. E anche la sua versione televisiva, per quanto semplificata dalla regia di HBO, resta uno dei personaggi più amati dal pubblico.
Come ci è riuscito Martin?
Prima di tutto con una sofferenza ingiusta forte e visibile fin dall’inizio: essere un nano in una famiglia potente e temuta, con un padre padrone spietato e orgoglioso come Tywyn, un fratello ingombrante come Jaime a metterlo sempre in ombra, e una sorella pericolosa, disturbata e bellissima come Cersei; deriso, sottovalutato, usato come pedina e oggetto di scherno costante.
Questa ferita è reale, profonda, e genera empatia naturale. Ma Martin non la trasforma mai in una giustificazione permanente, da evocare ogni volta che Tyrion deve fare qualcosa di moralmente discutibile. Tyrion non usa la sua condizione come scusa per le sue scelte più problematiche o spietate. Le fa lo stesso. E se ne assume le conseguenze.
Il secondo elemento è l’agency (o proattività, se vogliamo). Agency allo stato puro, non edulcorata per piacere a tutti. Eppure, accidenti se è piaciuta. Tyrion sceglie e agisce. Sempre. Sceglie di mentire, di tradire, di uccidere, di manipolare, di bere, di scopare, di vendicarsi. Non reagisce: agisce. E quando sbaglia, paga.
Non chiede scusa al lettore, non si redime a rate, non si spiega con un flashback strappalacrime ogni volta che fa qualcosa di moralmente discutibile.
Il lettore lo capisce non perché Tyrion sia “buono dentro”, ma perché vede esattamente perché fa quello che fa (e magari si chiede: io nei suoi panni cosa avrei fatto?). Vede la logica spietata, l’intelligenza, la ferita, l’orgoglio e la rabbia che lo muovono. E quella logica è coerente con il suo difetto fatale: la convinzione profonda di dover essere più furbo, più veloce e più spietato di chiunque altro per sopravvivere.
E se non bastasse l’esempio di Tyrion, restando nell’ambito di personaggi scritti da Martin, basti pensare al seguito di ammiratori che è riuscito a farsi persino un personaggio legnoso e gradevole come carta vetrata usata al posto della carta igienica: Stannis Baratheon.
Martin non ha paura di lasciare i suoi personaggi scomodi. Non interviene per proteggerli né per proteggere il lettore. Mostra la sofferenza, mostra la competenza, mostra la proattività, mostra il bisogno di connessione umana (Tyrion lo ha, disperatamente), ma non li usa mai come scusa per negare loro la capacità di fare scelte terribili o per giustificarle subito dopo con una carrettata di sottotitoli a prova di stupido solo per ricordare al lettore che “in fondo è una brava persona”.
Il risultato è che il lettore resta dentro la loro testa anche quando quelle teste pensano o fanno cose orribili. L’empatia non viene costruita addolcendo il personaggio. Viene costruita rendendolo coerente, vivo, e pienamente responsabile delle sue azioni.
Questa è la lezione più chiara e potente: la complessità non è nemica dell’empatia. È il suo combustibile più potente. Quando un personaggio è scritto con agency vera, con un difetto fatale che non viene anestetizzato, con scelte che hanno un costo reale e visibile, il lettore non ha bisogno di gattini, di rimorsi obbligatori o di cliché rassicuranti per restare coinvolto.
Anzi: più il personaggio è spigoloso e coerente con se stesso, più forte diventa il legame col lettore. Perché il lettore non sta tifando per un eroe pulito o per un template algoritmicamente accettabile per il pubblico da serie media di Netflix. Sta vivendo dentro una mente umana complessa, imperfetta, contraddittoria. E quella è un’esperienza che nessun personaggio “relatable a tutti i costi” potrà mai offrire.

Le cause tossiche dell’appiattimento e dell’omologazione
Questa distorsione dell’empatia, da veicolo per l’immersione a catena e strumento di appiattimento, non nasce dal nulla. Ha radici concrete, potenti e interdipendenti. Tre forze diverse che spingono nella stessa direzione: rendere i personaggi più sicuri, più digeribili, più “relatable” a tutti i costi (e più vendibili al pubblico generalista). E che, inevitabilmente, li rendono anche molto più piatti e noiosi.
La prima è la pressione editoriale e dei book influencer.
Nel mondo dell’editoria attuale, un personaggio davvero scomodo rappresenta un rischio d’impresa che pochi editori affrontano a cuor leggero. Non perché sia violento o sessualmente esplicito (quello, anzi, si vende benissimo), ma perché potrebbe offendere qualcuno.
E “qualcuno” oggi significa minoranze più o meno organizzate (e molto rumorose) di influencer con migliaia di follower pronti a mobilitarsi in campagne di boicottaggio, shitstorm e thread su Twitter/X o TikTok che diventano virali in poche ore.
Una singola frase giudicata “problematica”, un personaggio grigio che non viene sufficientemente punito o redento, un difetto fatale che non viene spiegato come trauma infantile, qualcosa di “tossico” fatto dal personaggio senza che l’autore abbia doverosamente “preso le distanze” e condannato, ed ecco che parte la shitstorm, la campagna di boicottaggio, le raffiche di recensioni negative pilotate.
E la stessa cosa accade, anche peggio, se il personaggio in questione è donna e, disgraziatamente, è una donna che non si limita a piangere, farsi scopare dal suo love interest e farsi salvare dall’eroe maschio alfa di turno: oltre agli shitstorm dei liberal benpensanti di cui sopra, si sommano gli shitstorm di matrice opposta, quelli dei patriarco-ritardati che iniziano a sbavare e urlare al “girlpower woke” appena vedono un personaggio femminile un po’ più proattivo di una monaca di clausura.
Le case editrici, soprattutto quelle medie e grandi, hanno imparato la lezione a modo loro: meglio prevenire che curare. Meglio chiedere allo scrittore di “addolcire un po’ quel passaggio”, di “dare più vulnerabilità al personaggio”, di “inserire un momento in cui capisce il suo errore”, di “venire un po’ più incontro ai cliché che il lettore si aspetta”. In una parola: autocensurarsi per quieto (vendere) vivere.
E a cascata, come in un perverso effetto domino, anche scuole di scrittura, editor professionisti e writing coach seguono a ruota, instradando gli scrittori sui binari considerati accettabili “se vuoi essere pubblicato e se vuoi essere letto da qualcuno di diverso dalla zia e dall’amico del cuore”.
Il risultato rischia sempre di essere un’opera (forse) blindata contro le polemiche, ma anche sterilizzata, anestetizzata, appiattita proprio dove le sue asperità avrebbero potuto essere le più interessanti e provocatorie. Il personaggio spigoloso viene smussato e limato finché non rientra in un pattern accettabile e non rischia più di offendere nessuno. E nel processo perde i suoi spigoli, cioè proprio ciò che lo rendeva vivo, unico e interessante come soggetto di un arco di redenzione, di trasformazione o di caduta (e tutte le possibili sfumature e combinazioni intermedie).
La seconda causa è il pubblico stesso, vittima e complice allo stesso tempo.
Negli ultimi quindici anni si è creato un circolo vizioso: un numero crescente di lettori (soprattutto nei segmenti young-adult e new-adult, complice anche il fatto che la maggior parte dei book influencer ricade in quelle fasce d’età) si è disabituato a gestire e digerire la complessità.
La soglia di attenzione si è accorciata (letteralmente, non solo verso i personaggi complessi: in Occidente è scesa al di sotto del minuto), la tolleranza verso l’ambiguità morale è calata. Molti non vogliono più “faticare” per capire un personaggio, soprattutto un personaggio lontano dal proprio modo di pensare: vogliono riconoscerlo subito, classificarlo, sapere da che parte stare, sapere subito per chi tifare, sapere come incasellarlo senza dover fare uno sforzo cognitivo o emotivo, e poterlo indicare come nel classico meme di Di Caprio che indica la TV perchè ha riconosciuto il copione già dopo poche righe.
Da qui l’esplosione dei cliché (tropes) di genere, usati come mappe e pattern di sicurezza. Che è una brutta trappola, quando a furia di essere ripetuto perchè “sicuro e collaudato” (o perchè “i lettori se lo aspettano”) il cliché diventa una scorciatoia pigra e sciatta.
Lo stesso “morally gray” diventa un’etichetta di marketing, una keyword o un trigger warning da inserire nella scheda prodotto, non una vera complessità legata alla natura del personaggio, ai conflitti in cui si muove, alle sue scelte problematiche e alla sua evoluzione (o involuzione).
Il lettore impara a leggere (e cercare, quando legge) un pattern predefinito: “questo è l’anti-eroe tormentato che in realtà ha un cuore d’oro”, “questa è la dark heroine che soffre ma è forte (e sarà redenta dal suo love interest)”, “questi sono cane e gatto che litigano, ma pronti a lanciarsi l’uno tra le braccia dell’altra come richiesto dal copione enemies-to-lovers”.
Se e quando il personaggio devia dal copione atteso, scatta il disagio. E l’editore, che conosce il suo pubblico, spinge perché lo scrittore torni immediatamente sul binario sicuro e collaudato. Il risultato è una narrativa sempre più prevedibile, dove i tropes non arricchiscono, ma sostituiscono la vera caratterizzazione.
La terza causa, più recente e insidiosa, è l’uso inconsapevole dei LLM (Intelligenza Artificiale).
ChatGPT, Claude, Gemini e altri modelli di intelligenza artificiale generativa, sono progettati per produrre output “sicuri”, equilibrati, privi di spigoli.
Peggio ancora: sono modelli addestrati su quantità abnormi di testi pubblicamente disponibili. Sappiamo che già dal 2024 il numero di testi disponibili in rete prodotti da AI generative ha superato il numero di testi prodotti da cervelli umani. Quello che rischiamo è un addestramento ricorsivo di IA che imparano sempre più spesso, e con peso sempre superiore, da testi prodotti da altre IA, con un potenziale effetto moltiplicatore, se non esponenziale, della mediocrità intesa come ripetizione di schemi statisticamente ricorrenti.
Quando uno scrittore usa inconsapevolmente questi strumenti, fosse anche solo per fare brainstorming e progettare una scena, e chiede «fammi vedere come posso costruire empatia qui», l’LLM fa esattamente ciò per cui è stato progettato e addestrato. Anzi il più delle volte lo fa in modo silente, e senza che gli sia stato richiesto: propone rimorsi, backstory traumatiche, giustificazioni, momenti di vulnerabilità, atti di redenzione parziale. Lo fa in modo rapido, convincente e apparentemente professionale. O subdolo e silenzioso, anche se non gli è stato affatto richiesto.
Molti scrittori, sotto la pressione delle scadenze di consegna, insicuri del proprio istinto e delle proprie capacità tecniche di scrittura e progettazione dei personaggi e delle storie, o semplicemente ignari di come funzionano i LLM commerciali, finiscono per accettare queste scorciatoie senza davvero metterle in discussione e senza chiedersi se davvero quelle scorciatoie siano l’unica soluzione praticabile, o la soluzione migliore.
Queste tre forze non agiscono separatamente. Si alimentano a vicenda. L’editore teme la shitstorm del pubblico (o meglio, di quella parte di pubblico facilmente aizzabile da una parte dei book influencer), il pubblico è sempre più abituato ai tropes rassicuranti, e i LLM commerciali danno il colpo di grazia offrendo la scorciatoia perfetta per soddisfare entrambi, sollevando lo scrittore dallo sforzo di pensare ad altre soluzioni. E lo scrittore, preso nel tiro incrociato di tre fuochi, si adegua. Perchè lo scrittore, al pari di ogni altro essere umano appartenente alla specie Homo Sapiens Sapiens, è fondamentalmente pigro e non ama fare uno sforzo cognitivo, se solo può risparmiarselo.
Il risultato è l’appiattimento sistematico dei personaggi complessi, anestetizzati proprio mentre vengono venduti come “profondi” o “morally gray”.
Nulla è perduto (?)
La buona notizia è che non serve una rivoluzione. Serve disciplina tecnica e soprattutto un po’ di coraggio e fiducia, sia nel lettore che nella forza dei propri personaggi di restare in piedi sulle proprie gambe anche senza fornirgli giustificazioni ogni tre pagine.
Nessuna delle meccaniche che prima ho elencato come ricorsive è di per sè sbagliata. I momenti di vulnerabilità, di crisi interiore, di ricerca di compensazioni per espiare una colpa, persino il gattino salvato sotto la pioggia, possono avere il loro spazio nella costruzione di un personaggio vero e complesso: solo, non devono diventare uno schema pigro e ripetitivo, continuamente sbattuto in faccia al lettore solo per scusare o per spiegare il personaggio al lettore.
Primo: costruire il credito di empatia prima che il personaggio mostri il suo lato peggiore. Usare sofferenza ingiusta, competenza, proattività, vulnerabilità nei momenti giusti e non come un deus ex machina da evocare ogni volta che il personaggio fa qualcosa di discutibile o peggio. È in questo modo che gli autori di “Gomorra“, una serie TV che parla di camorristi, sono riusciti a far interessare gli spettatori a un personaggio come Ciro. Che è, in ultima analisi, un camorrista.
Dare al lettore ragioni solide per restare dentro la testa del POV, appassionarsi alle sue vicende e finire per considerarle sue.
Ma una volta costruito quel credito, non usarlo come scusa per addolcire tutto quello che viene dopo, intervenendo a ogni passo problematico per fare al lettore il recap del “perchè si comporta così”. Diamo un po’ di credito ai lettori, invece di considerarli dei deficienti integrali. Se non altro perchè più li trattiamo così, più finiscono per diventarlo davvero.
Secondo: lasciare che il personaggio scelga e paghi il prezzo (se c’è) delle sue scelte. Anche quando la scelta è cinica, egoista, crudele o sbagliata. Lasciare che agisca coerentemente con il suo difetto fatale. Lasciare che paghi il prezzo delle sue azioni, senza intervenire a spiegarlo o a redimerlo sul momento.
L’empatia non nasce necessariamente dal fatto che il personaggio è “buono dentro”. Nasce dal fatto che il lettore capisce perché fa quello che fa e perchè lo fa, e di conseguenza continua a seguirlo in quella scelta, perchè è saldamente immerso nella sua testa.
Terzo: usare la sofferenza ingiusta, ma non trasformarla in una scusa perpetua e reiterata. La ferita può spiegare l’origine del difetto fatale o certe linee di indirizzo generale del personaggio e del suo carattere e personalità. Ma non deve scendere in campo a giustificare ogni singola azione discutibile.
La domanda più importante che ci si dovrebbe sempre fare: «Se togliessi tutti i rimorsi, tutte le giustificazioni e tutti i tropes rassicuranti, il lettore continuerebbe a seguire il mio personaggio?»
Se la risposta è no, c’è un problema con la costruzione del personaggio. Non con la gestione dell’empatia.
Uscire dalla trappola del relatable H24 non significa scrivere per forza personaggi antipatici e indigesti o monodimensionali nei loro aspetti più disturbanti. Significa scrivere personaggi veri. Personaggi che scelgono, che sbagliano, che pagano, che restano scomodi fino in fondo, e che non devono scusarsi a ogni pagina col lettore (o con l’editore, o con la booktuber, o il booktoker di turno).
Personaggi che il lettore può seguire non perché gli somigliano per forza, ma perché riesce a capire — visceralmente — cosa significa essere loro. E capire cosa significa essere loro non significa giustificarli, spiegarli, scusarli, punirli e redimerli a colpi di rimorsi e gattini salvati ogni tre pagine.
Quella comprensione, quella complicità disturbante, è l’unica empatia che vale davvero la pena costruire.
Alla fine, torniamo al punto di partenza. L’empatia è uno strumento potentissimo. Persino i gattini salvati sotto la pioggia possono esserlo, se maneggiati con consapevolezza e non come voce di una checklist di elementi imbonitori messi lì solo per addolcire il personaggio.
L’empatia è il ponte che permette al lettore di entrare nella testa di un assassino, di un manipolatore, di un mostro, e di restarci anche quando quella testa diventa un luogo scomodo. Ma funziona solo se resta al servizio della complessità del personaggio, non se viene usata per semplificarlo, addolcirlo o renderlo “sicuro”.
Quando trasformiamo l’empatia in una catena che deve proteggere sia il personaggio sia il lettore, otteniamo l’effetto opposto: personaggi piatti, prevedibili, privi di vera agency. Personaggi che il lettore “capisce” solo perché gli vengono spiegati e giustificati (o condannati, per “prendere autorialmente le distanze da questa cosa che, ehi, è tossica, mica siamo negli anni 90!”) a ogni passo, ma che il lettore non riesce più a sentire davvero sulla pelle.
I lettori migliori — quelli che vale davvero la pena avere — non cercano personaggi rassicuranti e confezionati a tavolino seguendo pigramente un template di tropes di genere e una checklist di keyword con cui triggerare il lettore. Non cercano eroi comodi, anti-eroi dal cuore d’oro o anti-eroine che alla fine si redimono con un bel monologo strappalacrime (e possibilmente dopo essere state salvate dal bad boy redento grazie alla forza dell’ammmore). Cercano personaggi che li costringano a porsi la domanda più scomoda di tutte: «Io, al suo posto, avrei fatto lo stesso?»
O, ancora più disturbante: «Sarei capace di farlo?»
Scrivere personaggi scomodi non è un rischio da evitare. È la sfida più onesta e più alta che uno scrittore possa accettare. Solo quando smettiamo di proteggere il lettore dal personaggio — e il personaggio dal lettore — possiamo creare qualcosa che resti davvero dentro di loro, molto dopo aver chiuso il libro.
E, a questo proposito, a chi raccomanda di “scrivere ciò che si aspetta il mercato” per non essere marginalizzati, e ammonisce di scrivere avendo sempre in mente la checklist di quello che si aspettano i lettori di genere, ricorderei che anche le community più assidue nel frequentare posti come Wattpad (dove certi tropes di genere e certe semplificiazioni ricorrenti la fanno da padroni), sono letteralmente piene di lettori inferociti, che si lamentano sempre più spesso del piattume generale, che esprimono disagio e desiderio di qualcosa di diverso, qualcosa che sfugga a schemi così ripetuti, triti e ritriti da non avere più ormai niente di originale (e di autentico) da dire.
La domanda di vera complessità c’è eccome, è l’offerta a essersi sclerotizzata. E più si insiste nello spingere gli autori a considerarsi “professionisti” solo se fanno “ciò che chiede il mercato” (tradotto: replicare solo ciò che funziona perchè oggi è ciò che vende), più si contribuisce a quella sclerotizzazione. E in ultima analisi si estende il bacino della mediocrità. Non perchè si scrive male, la scrittura può anche essere tecnicamente ottima. Ma perchè si scrivono personaggi prevedibili, mediocri e che non lasciano davvero il segno.
Quindi, facciamoci il favore di non cadere nel “bias del sopravvissuto” e di non fare confusione tra“ciò che editori, influencer e algoritmi spingono per tenersi al sicuro dagli shitstorm”, e “ciò che vogliono i lettori”; e a non dare per scontato che ciò che mette l’opera al riparo dagli shitstorm della booktoker di turno, sia anche ciò che fa conquistare davvero il lettore.
A volte basta davvero un’oncia di coraggio, di autostima e di consapevolezza in più, per sfuggire alla trappola… e magari riuscire a intercettare proprio quella domanda che, a sentire qualcuno, non esiste e o limitata a nicchie marginali di lettori ancora fossilizzati nel giurassico della narrativa. E invece quella domanda c’é eccome. E, udite udite, non proviene solo da chi ha iniziato a leggere e ha formato i suoi gusti letterari cinquant’anni fa.
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