La lunga stagnazione del cyberpunk
Negli ultimi venti o trent’anni il cyberpunk ha vissuto una fase strana, una specie di limbo sospeso: non è morto, ma ha sicuramente perso gran parte della sua forza originaria.
La produzione letteraria si è per lo più ritirata in nicchie rassicuranti – e chi conosce la filosofia alla base del genere cyberpunk sa quanto sia velenosa e paradossale quella parola, “rassicurante” – popolate di romanzi destinati a un pubblico fedele di appassionati, più interessati a replicare l’estetica del cyberpunk classico, che a dire qualcosa di realmente nuovo sul presente, o su un futuro distopico che potrebbe essere già dietro l’angolo.
Persino i Maestri che hanno inventato e reso grande il cyberpunk tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, hanno provato a fuggire da quella nicchia (o gabbia?) nostalgica. Bruce Sterling ad esempio con Caos USA ha scritto un romanzo coraggioso, cyberpunk nello spirito più profondo, che esplora i legami tossici tra potere, industria, ricerca scientifica, capitale, neuroscienze e manipolazione del consenso in società frammentate… ma che ha quasi zero dell’estetica cyberpunk tradizionale e che pochi riescono a riconoscere come vero cyberpunk… proprio perchè gli manca quella patina estetica a base di neon, katane hi-tech e ninja neuropotenziati.
E lo stesso William Gibson, il padre più riconosciuto dell’immaginario cyberpunk, con la trilogia del Jackpot si è in parte allontanato da quella gabbia nostalgica.
Eppure anche Gibson, il padre più iconico di quel modello di cyberpunk da anni 80, è stato criticato da una parte dei fan, per gli stessi identici motivi per cui tanti fan del genere hanno faticato a riconoscere in Caos USA un romanzo pienamente cyberpunk.
Anche in questo caso non perchè siano mancati i temi cari al cyberpunk, ma per l’assenza di quelle atmosfere cool, di neon kanji, di katane al plasma e di ninja corporativi, che ha lasciato molti vecchi fan a bocca asciutta e con una vaga sensazione di tradimento.
Altre eccezioni degne di nota? Altered Carbon di Richard K. Morgan ha avuto un suo momento di visibilità grazie all’adattamento Netflix; The Windup Girl di Paolo Bacigalupi ha fatto incetta di premi Hugo e Nebula diventando un riferimento per chi cercava un cyberpunk più attento al biopotere e alle derive ecologiche; Autonomous di Annalee Newitz ha provato a infilare il coltello nei temi dei brevetti e della proprietà intellettuale.
Altri che ci hanno almeno provato? Cory Doctorow, Malka Older, Ishiguro…
Però, a essere sinceri, sono rimasti libri di culto per gli appassionati: apprezzati, discussi, premiati… ma incapaci di ridare al genere quel mordente culturale che aveva negli anni Ottanta.
Per anni l’esplorazione immaginaria del “futuro prossimo” (in narrativa e nella produzione cinematografica e televisiva) ha preferito altri binari: horror post-apocalittici a base di zombie e mutanti, storie di colonizzazione del sistema solare, distopie climatiche.
Chip neurali, impianti cibernetici, intelligenze artificiali minacciose, supercorporazioni, città illuminate da neon kanji, e katane hi-tech erano finiti in soffitta a prendere polvere.
Rinascita del cyberpunk o riesumazione commerciale?
Il grosso della vitalità recente che sembra aver dato nuova vita al cyberpunk è arrivato da altri medium, che però sono passati tutti per un reboot di modelli già collaudati. Blade Runner 2049 ha cercato di ridare dignità cinematografica al genere.
Un videogame come Cyberpunk 2077, nonostante il lancio disastroso, e la serie anime Edgerunners collegata al videogioco, hanno portato Night City sotto i riflettori, facendo scoprire il cyberpunk anche a generazioni che non avevano mai aperto Neuromante, Monalisa cyberpunk o Isole nella Rete e al massimo avevano visto Ghost in the Shell e Matrix.
Quest’anno arriverà anche il nuovo adattamento anime di Ghost in the Shell ed è stata addirittura confermata la produzione di una serie TV ispirata a Neuromante di Gibson (dopo decenni in cui Gibson stesso aveva ironizzato sulla quantità di volte in cui gli erano stati acquistati i diritti per la realizzazione di opere cinematografiche, ma senza che mai nessuno ci provasse davvero).
Dove invece il cyberpunk sembra aver preso nuova vita è paradossalmente proprio il mondo reale: lo sviluppo esplosivo delle IA generative e le sperimentazioni in corso sulle interfacce neurali sembra urlare “cyberpunk” da ogni titolo di giornale.
Sembrerebbe proprio la condizione ideale per ridare ossigeno e nuova vita al cyberpunk.
Eppure la reinvenzione in ambito letterario del cyberpunk come sottogenere della fantascienza non è affatto semplice. In altri filoni della fantascienza – dal reboot di Battlestar Galactica a The Expanse, passando per Firefly – la ricerca di nuovi temi è stata più fluida.
Lo stesso Star Wars, tra alti e bassi, tra scivoloni disneyani e timidi tentativi di ripensarsi, ha trovato nuove strade con Rogue One, The Mandalorian e Andor.
Persino il futuro pulito, ordinato, incellophanato e rassicurante del filone di Star Trek, negli ultimi anni, ha trovato il coraggio di cercare di sporcarsi un po’, oscillando anche qui tra reboot di modelli noti e collaudati, e timidi esperimenti di esplorazione di nuovi schemi narrativi e nuovi temi.
Nel cyberpunk, invece, la cosa si sta rivelando molto più complicata. Il paradosso è lampante: i prodotti recenti che hanno dato nuovo ossigeno al genere, lo hanno resuscitato e fatto conoscere anche a chi non aveva mai letto il primo Gibson… ma per farlo hanno spesso dovuto ripescare, quasi intatti, quegli stessi cliché estetici che oggi sanno più di cosplay nostalgico, che di profezia disturbante su un futuro che potrebbe essere già dietro l’angolo.
Da cosa nasceva la potenza del cyberpunk
Il cyberpunk degli anni Ottanta non era potente solo perché aveva un’estetica figa. Era potente perché sembrava una profezia a brevissimo termine, perchè parlava del presente fingendo di parlare del futuro. Quando leggevi Neuromancer o guardavi Blade Runner, non eri di fronte a un fantasy futuristico con spade laser e grandi astronavi scintillanti. Eri di fronte a un futuro che sembrava perlomeno plausibile, forse non inevitabile, ma maledettamente preoccupante perchè plausibile per i lettori e gli spettatori dell’epoca.
Il lettore chiudeva il libro con un misto di fascinazione e disagio vero: «Cazzo, potrebbe succedere davvero. E forse sta già succedendo».
Quella forza “profetica” (e di denuncia culturale e sociale) non nasceva dal nulla. Veniva dal contesto storico in cui il genere è nato. Gli Stati Uniti uscivano da due guerre umilianti, combattute e perse contro nemici considerati inferiori e sottovalutati (Corea e Vietnam), vivevano una crisi economica e identitaria profonda, e per la prima volta si sentivano un impero in declino.
Nel frattempo il Giappone – il nemico sconfitto solo vent’anni prima con due bombe atomiche e bombardamenti convenzionali che oggi chiameremmo senza rimorsi “crimini di guerra” – stava diventando la superpotenza economica e tecnologica del pianeta. Sorpassava gli USA in tanti settori, colonizzava gli scaffali dei negozi con i suoi prodotti, invadeva l’immaginario occidentale con manga, anime e tecnologia di largo consumo.
C’era persino una sfumatura di paura inconscia, quasi mitologica: il “pigmeo” che aveva osato sfidare il gigante e che ora sembrava sul punto di prendersi la rivincita, non coi siluramenti navali, la resistenza dei soldati sugli atolli del Pacifico e gli attacchi kamikaze dei caccia Zero, ma sulle ali dell’economia di mercato.
In quel clima, l’idea di megacorporazioni giapponesi che dominavano il mondo, di strade illuminate da kanji al neon, di yakuza cromati e di una cultura nipponica che assorbiva e ridefiniva l’Occidente non sembrava fantascienza. Sembrava un avvertimento, qualcosa che dava i brividi freddi alla schiena del pubblico (americano, e occidentale in genere) di quegli anni.
Il cyberpunk, in quel momento, non era solo stile. Era una distopia che puntava il dito contro il presente e ti diceva: «Attento, questo futuro ce l’hai proprio dietro l’angolo».
E tu ci credevi. O perlomeno pensavi: «Potrebbe anche succedere!»
Tutto questo si è in gran parte perduto.
Chi potrebbe, oggi, considerare quel “futuro” come plausibile?
Già la tecnologia che abbiamo a disposizione da anni ha superato o ridefinito ciò che il cyberpunk degli anni 80 aveva immaginato, a volte indovinando in pieno, altre volte sbagliando completamente bersaglio.
Ma soprattutto, a un certo punto della storia — quella vera, intendo — il mondo reale ha preso un’altra strada. E il cyberpunk classico ha assunto gli stessi connotati fantasiosi di un futuro parallelo, sviluppatosi a partire da una biforcazione storica che è già di parecchio alle nostre spalle.
Negli anni 80 il cyberpunk era un futuro possibile per lettori e spettatori. Oggi è il futuro possibile di qualcun altro che non esiste più, di persone immaginarie vissute in un passato ucronico che avrebbe dovuto prendere una direzione diversa da quella imboccata dal nostro mondo reale.
Ed è diventato qualcosa che ha la stessa credibilità del genere Steampunk: retrofuturo, fighissimo e stiloso a vedersi, ma fondamentalmente innocuo. Non un futuro plausibile al quale guardare con curiosità ma anche con una sana, fottuta paura che si realizzi.
L’aspetto che è più platealmente sfasato rispetto alla nostra realtà, e la migliore cartina di tornasole che misura quanto il cyberpunk avrebbe bisogno di ripensarsi, è proprio il peso del Giappone nell’immaginario cyberpunk tradizionale.
Oggi quel Giappone non esiste più. Per carità, mai dire mai: oggigiorno in Giappone rivivono spinte nazionalistiche, militariste e tentazioni di riarmo che non lasciano presagire nulla di buono, ma non si tratta di qualcosa che un lettore contemporaneo oggi sente davvero come una minaccia plausibile (anche perchè ormai siamo bombardati da anni su chi sarà il Nemico del Futuro, e ovviamente non è il Giappone).
Quel Giappone non esiste più nel senso in cui lo immaginavano Gibson e Sterling: non è più la superpotenza economica inarrestabile, non è più il modello di modernità aggressiva che spaventava e affascinava gli americani. Il “nemico” di ieri ha avuto la sua bolla, il suo stallo demografico, la sua lunga stagnazione. Il centro del mondo tecnologico ed economico si è spostato altrove – verso la Silicon Valley, verso la Cina, verso algoritmi che non hanno bandiera del sol levante né la katana infoderata dietro la schiena.
Eppure, nell’immaginario cyberpunk contemporaneo, persino in quello che sta rialzando la testa in questi anni, quel Giappone è ancora lì, come se fosse rimasto congelato negli anni Ottanta.
Le città continuano a essere inondate di kanji al neon anche quando la storia è ambientata a Berlino, a São Paulo o a Bergamo di Sotto. Le megacorporazioni hanno ancora nomi che suonano giapponesi o sono dirette da consigli di amministrazione con rituali da grande zaibatsu degli anni 80. La Yakuza rimane la mafia più temibile del pianeta, i samurai da strada girano con katane potenziate al plasma, e i ninja cromati saltano da un grattacielo all’altro come se fossimo ancora nel 1985.
E il cyberspazio continua a essere un territorio virtuale tenebroso, minaccioso, animato da una grafica minimalista da console a 4bit degli anni 80, e infestato dagli avatar mostruosi di IA predatrici in caccia, e di ICE pronti a friggere i neuroni del cybersurfer incauto.
È tutto bellissimo, esteticamente, sia chiaro. Esteticamente resta seducente, cool, visivamente potentissimo, e ottimo materiale per cosplay mozzafiato che farebbero sbavare anche un monaco tibetano.
Ma quel tipo di cyberpunk ha smesso di parlarci della nostra realtà e di problemi (grossi problemi) che potremmo avere dietro l’angolo, se non ci siamo già dentro fino al collo.
Quello che una volta era un avvertimento credibile si è trasformato in cosplay nostalgico. Indossi gli occhiali a specchio, accendi il neon rosa e ciano, metti un po’ di kanji in sottofondo e ti senti cyberpunk. Ma quel brivido da «potrebbe succedere davvero» è sparito per sempre, e rimane solo la posa.
E questa, secondo me, è la perdita più grave, se non un vero e proprio tradimento di ciò che il cyberpunk rappresenta(va). Non è che l’estetica sia brutta, cattiva o sbagliata. È che ha divorato la sostanza del cyberpunk, al punto che abbiamo smesso di riconoscere come “vero cyberpunk” persino opere letterarie e cinematografiche che tematicamente sono cyberpunk fin nel midollo… ma che siccome gli manca quella patina estetica non ci sembrano più vero cyberpunk.
Replicando clichè estetici e culturali che oggi non sono più credibili come “futuro prossimo possibile” il cyberpunk “classico” è diventato un genere che urla “fiction” da tutti i pori, e che oggi ha la stessa credibilità e plausibilità delle corazzate volanti a vapore tipiche del genere Steampunk (genere che, non a caso, si basa ugualmente su un’estetica potentissima e fortemente codificata, e che produce cosplay altrettanto sexy).
Essendosi reso bello ma non più attuale nell’estetica, il cyberpunk istituzionalizzato e addomesticato ha reso meno credibili di riflesso (quando non ha smesso semlicemente di affrontarli) anche quei temi profondi che ha sempre affrontato, e che oggi sono casomai spaventosamente più attuali di quanto non lo fossero quarant’anni fa.

Oggi 1984 di Orwell è 100 volte più cyberpunk di Saburo Arasaka
Letto oggi, un romanzo scritto quasi 80 anni fa come 1984 di Orwell – che nelle intenzioni dell’autore non aveva nulla di cyberpunk, il cyberpunk come corrente letteraria nemmeno esisteva ancora – possiede una carica distopica, profetica e di denuncia sociale dieci volte superiore a gran parte del cyberpunk “istituzionalizzato” che continuiamo a riproporre con gli stessi cliché e la stessa estetica da anni Ottanta.
Orwell ha sbagliato una sola previsione importante: non è servito un regime totalitario fondato su un socialismo distorto, per ottenere controllo sociale, sorveglianza di massa, profilazione capillare, orientamento eterodiretto dei comportamenti e svuotamento di senso delle democrazie.
È bastato il capitalismo più avanzato della Silicon Valley (e della sua versione Cinese sull’altra sponda del Pacifico).
La macchina caleidoscopica che in 1984 produceva romanzi rosa per i prolet, replicando all’infinito pattern narrativi collaudati per tenere le masse tranquille e distratte, oggi è infinitamente più attuale di un cavo monomolecolare, di un samurai da strada, di un visore da braindance o di un ninja neuropotenziato.
Quello che Orwell immaginava fatto da una macchina elettromeccanica, lo fa già da anni l’ossessione di editori, sceneggiatori di serie TV e book influencer per i cliché (tropes) di genere, e tra non molto lo faranno in modo ancora più efficiente le intelligenze artificiali generative, che se c’è una cosa che sanno fare benissimo è proprio prendere dei pattern riconoscibili e ben codificati e usarli come ossatura per generare milioni di storie al giorno basate su quei pattern (con buona pace di quegli scrittori che vedono nelle AI generative una comoda scorciatoia per pubblicare prima e più spesso).
Oppure pensiamo all’analfabetismo funzionale che dilaga nelle società occidentali, indotto da sistemi educativi sempre più orientati al mercato e sempre meno alla formazione di coscienze critiche, dall’uso compulsivo di social network progettati intenzionalmente per privilegiare la reazione emotiva sulla riflessione, per abituarci alla brevità, alla velocità, alla frammentazione, alla semplificazione a scapito della profondità e della riflessione.
In occidente la capacità media di mantenere la soglia d’attenzione su un contenuto, è crollata sotto il minuto. Sotto – Il – Fottutissimo – Minuto.
La NeoLingua orwelliana – quella lingua semplificata all’osso per rendere impossibile formulare pensieri complessi e potenzialmente sovversivi – non ha bisogno di essere imposta per decreto del Ministero della Verità. Ce la stiamo costruendo da soli, un like alla volta e a colpi di engagement e di scrolling compulsivo, e di educazione quotidiana a reagire con la pancia invece che col cervello.
E il rincoglionimento collettivo che tutto ciò provoca è mille volte più realistico delle masse lobotomizzate dalla fruizione in loop di braindance e immersioni simstim.
E la sorveglianza di massa? Orwell fece rabbrividire mezzo mondo, immaginando schermi e videocamere che ti osservavano, monitoravano i tuoi spostamenti, le tue interazioni sociali e i tuoi acquisti, e ti sorvegliavano ventiquattr’ore su ventiquattro, anche nel privato delle quattro mura di casa.
All’epoca, la sola idea che un sistema del genere potesse attecchire in Occidente avrebbe fatto urlare“MAI!” e avrebbe portato milioni di persone in piazza col forcone, avrebbe fatto crollare governi.
Oggi ce lo portiamo in tasca, l’occhio vigile del Grande Fratello. Ce l’abbiamo sempre con noi, lo consultiamo dozzine di volte al giorno, e ci sembra assolutamente normale. Anzi: non riusciremmo più a farne a meno.
L’ossessione per l’indottrinamento di Partito, per la propaganda invasiva e pervasiva, per il pensiero ortodosso che in 1984 aveva bisogno di interi apparati di propaganda, indottrinamento e repressione, non ha più nemmeno bisogno della psicopolizia: bastano gli algoritmi a guidare, indurre e pilotare comportamenti sociali e di massa. E siccome non sono (ancora) algoritmi esplicitamente politici, li accettiamo continuando a illuderci che la tecnologia sia neutra e che, al massimo, siamo un po’ troppo bersagliati da pubblicità invasiva.
O vogliamo parlare dell’uso di uno stato di guerra permanente e di un clima di isteria collettiva permanente contro un Nemico pronto a invaderci dopodomani, come formidabile sistema di creazione e mantenimento del consenso politico e di svuotamento progressivo delle democrazie e dei diritti (politici e sociali) in nome della sicurezza?
Vi ricorda per caso qualcosa? Sostituite “Eurasia” o “Estasia” con (a piacere) “Russia” o “Cina”.
Ma siccome questo sistema mostruoso non ha la faccia, i baffoni e lo sguardo inquietante del Grande Fratello che ci ricorda tanto Stalin, siccome non è (apertamente) “politico”, lo abbiamo accettato come normale, amichevole, persino utile e al nostro servizio.
Il faccione alla Stalin del Grande Fratello oggi ha il sorriso rassicurante e un po’ nerd di un algoritmo di mercato, e quell’aria cool da “tecnologia che ha cambiato il mondo”.
E questo cambia tutto nella nostra percezione del pericolo: ci fa sentire come pionieri di una nuova frontiera, mentre ci stiamo trasformando nuovamente in servi della gleba.
E siccome è avvenuto poco alla volta, e solo recentemente il processo ha imboccato un’impennata vertiginosa, noi stiamo banalmente facendo la stessa fine delle rane messe a bollire a cottura lenta: che si sono accorte di essere bollite quando ormai era troppo tardi per saltare fuori dalla pentola e salvarsi.
E, intanto, il cyberpunk contemporaneo, quello chiuso nella ripetizione di pose cool e manierismi estetici, di cosa ci parla, nella maggior parte dei casi? Continua a parlarci di cyberpsicosi, di piogge acide, di samurai da strada, di corporation giapponesi e di sicari della yakuza che ti pedinano sotto la pioggia al neon.
Roba figa, eh, certo. Solo che ormai quella roba è del tutto innocua perchè parla molto più del 1985 che del 2026.
È chiaro cosa perde il cyberpunk quando si riduce a pura estetica cool? Perde la capacità di fare quello che gli riusciva meglio: mettere a nudo il presente fingendo di parlare del futuro.
Rimangono fuori, o vengono solo sfiorati superficialmente, temi che sono diventati ancora più urticanti e più urgenti di quanto lo fossero già quarant’anni fa: la disumanizzazione quotidiana di chi passa più tempo a curare il proprio profilo e a pubblicare reel che a vivere e, cosa ben più grave, diventa il modello di successo da imitare per ogni adolescente che abbia accesso a un social network; lo strapotere di tecnocrazie private che decidono silenziosamente cosa possiamo desiderare, cosa possiamo sapere e, in ultima analisi, chi possiamo essere; lo svuotamento delle democrazie, ridotte a gusci rituali vuoti e a strumenti comodamente pilotabili senza nemmeno il bisogno di una regia politica esplicita, con masse distratte e impegnate H24 a sbraitare sui social network a colpi di slogan da analfabeti funzionali, e a firmare petizioni online scambiandole per “cittadinanza attiva”, mentre le decisioni sulle loro vite vengono prese da tecnocrazie che nessuno è in grado di sottoporre a controllo democratico; la trasformazione degli esseri umani in risorse, in materie prime – dati, attenzione, emozioni – da estrarre e monetizzare con efficienza chirurgica; la ricerca scientifica sempre più piegata agli interessi di fondi finanziari che pretendono profitti anche sull’accesso all’acqua, sulla longevità, sulle cure per il cancro e sui vaccini.
L’orrendo baratto dei diritti in cambio di sicurezza e comfort, che ci riporta alla condizione di servi della gleba di trecento anni fa, ma coi tacchi a spillo, gli occhiali a specchio e uno smartphone da 600€ in tasca, e quindi ci illude di essere più fighi di un servo della gleba nelle campagne polacche del XVII secolo.
Il cyberpunk classico aveva immaginato un futuro in cui le corporazioni giapponesi ci avrebbero colonizzato con katane e neon. La realtà ha scelto un percorso più elegante e più subdolo: ci ha colonizzato con like, engagement, algoritmi di raccomandazione e l’illusione di avere tutto sotto controllo dentro uno schermo che teniamo in tasca, e con “democrazie” ormai del tutto impotenti davanti a lobby, corporazioni multinazionali e fondi di investimento che possono contare su capitali pari alla somma del PIL di cinque o sei grandi nazioni industrializzate messe insieme, che possono decidere la prosperità o l’affossamento di intere economie regionali con un click, e che possono determinare l’agenda politica e militare degli stati nazionali (o di entità sovranazionali come l’UE) molto di più di quanto non possa fare il vuoto esercizio rituale del diritto di voto da parte dei cittadini, che contano ormai meno del due di picche nei processi decisionali delle elite.
Non serve più un deck simstim per le braindance, o la pioggia al neon di Night City o dello Sprawl per sentirci alienati. Basta aprire Instagram o TikTok alle tre di notte e accorgersi che stiamo scorrendo lo schermo da un’ora e mezza senza averlo deciso davvero, senza neanche sapere cosa stessimo cercando.
Perché tanto c’è già un algoritmo premuroso che decide per noi, tenendoci al sicuro nella nostra bolla confortevole, suggerendoci i contenuti più graditi e tenendoci al riparo da tutto ciò che potrebbe disturbarci (e spingerci a chiudere la app).
Il cyberpunk non è morto. È solo che, per sopravvivere, e magari persino rinascere e non limitarsi a una riesumazione commerciale, deve smettere di guardarsi allo specchio degli anni Ottanta e iniziare a guardare fuori dalla finestra del XXI secolo inoltrato.
Deve ritrovare il coraggio di essere di nuovo scomodo, invece di accontentarsi di essere soltanto bello da vedere.
Il vero pericolo non è più il villain samurai cromato che ti viene incontro sotto la pioggia, credibile quanto un villain steampunk in abiti vittoriani e con un revolver nascosto nel manico dell’ombrello orlato di pizzo. Il vero pericolo è che abbiamo smesso di riconoscere il villain quando ci sorride dallo schermo, ci parla in tono paternalistico dai banchi di Bruxelles o ci spia da dietro un algoritmo di profilazione.
E senza nulla togliere a Lucy, David e Johnny Silverhand: nel 2026 sono ancora fighi, drammatici e adorabili come allora.
Magari proprio per questo si meriterebbero di abitare in un cyberpunk contemporaneo all’altezza della loro leggenda e non in un cyberpunk che si è trasformato nel proprio peggior incubo e tradimento: rassicurare con un’estetica cool, invece di inquietare.

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