Vai al contenuto
23/09/2026 07:36
  • Pagina FaceBook
  • Instagram
  • Canale Youtube

Samuel Potente

La ricetta ideale per l’estinzione di massa: un cervello che funziona come nel paleolitico, istituzioni medievali e tecnologie futuristiche

Menu principale
  • Home
  • Chi sono
  • Articoli
    • Libri & Scrittura
    • Mondi e worldbuilding
    • Bad Girls
    • Cinema & TV
    • Fumetti e Animazione
    • Tecnologia
    • Droni FPV
    • Astrofotografia
    • Storia & dintorni
    • Fantasy & dintorni
    • Fantascienza & dintorni
    • Res Publica
    • Recensioni
    • Varie ed eventuali
  • Bad Girls
  • Contatti & Social
  • Link utili
Newsletter
  • Home
  • Cinema & TV
  • Ghost in the Shell 2026: Recensione (con spoiler in fondo)
  • Fumetti e Animazione
  • Cinema & TV
  • Recensioni

Ghost in the Shell 2026: Recensione (con spoiler in fondo)

Terminata la visione di "The Ghost in the Shell" realizzato da Science Saru (estate 2026), metto insieme alcune valutazioni già fatte e le mie valutazioni sulla serie nel suo insieme. Un prodotto che ha superato le mie più rosee aspettative, confermato le promesse dei produttori, prodotto la prima e unica trasposizione fedele del manga originale di Masamune Shirow... e che ha ereditato dal manga anche un paio di problemucci. SPOILER in coda all'articolo, per chi deve ancora vedersi l'anime e non desidera rovinarsi la sorpresa.
Samuel 10/09/2026
The Ghost in the Shell 2026

Disclaimer: questa recensione di Ghost in the Shell 2026 è stata scritta a settembre 2026, a stagione conclusa. La recensione conterrà riferimenti a due miei precedenti articoli, uno sulle mie aspettative prima dell’estate, e un “saggio” generale sull’intero filone di opere di Ghost in The Shell

ATTENZIONE: La seconda parte dell’articolo contiene SPOILER, che consiglio di saltare se non avete ancora visto la serie.

Ti invito a leggere il mio saggio completo su Motoko Kusanagi, scritto per la mia rubrica Bad Girls.


  1. Ghost in the Shell 2026: come e perché è diverso
  2. Le aspettative: perché non ero ottimista e perchè oggi sono così sollevato
  3. La dichiarazione d'intenti attraverso due scene iconiche
  4. Una Motoko che, se deve spararti in testa, ti spara in testa
  5. Il corpo, il desiderio e l'etichetta che non le serve
  6. I due difetti principali che ho trovato in questo anime
    1. L'istigazione al binge-watching e quei "5 minuti mancanti" in ogni episodio
    2. Troppe gag: la caricaturizzazione permanente
  7. Il finale e il verdetto
  8. ⚠️ Attenzione: da qui in poi, spoiler pesanti su tutta la stagione
    1. Episodio 1 — "Prologue + Super Spartan 1"
    2. Episodio 2 — "Super Spartan 2 + Junk Jungle 1"
    3. Episodio 3 — "Junk Jungle 2 + Megatech Machine 1 + 2"
    4. Episodio 4 — "Robot Rondo"
    5. Episodio 5 — "Phantom Fund"
    6. Episodio 6 — "Dumb Barter"
    7. Episodio 7 — "Bye Bye Clay"
    8. Episodio 8 — "Intermission + Brain Drain 1"
    9. Episodio 9 — "Brain Drain 2"
    10. Episodio 10 — "Brain Drain 3 + Ghost Coast + Epilogue" (finale di stagione)

Ghost in the Shell 2026
Motoko Kusanagi, versione 2026

Ghost in the Shell 2026: come e perché è diverso

Diciamolo subito, senza girarci intorno: dopo il manga originale di Masamune Shirow, di Ghost in the Shell sono stati creati di fatto tre universi paralleli e incompatibili tra loro: c’è l’universo narrativo dei film di Oshii (in particolare il film del 1995, con la sua Motoko filosofa e disincarnata). C’è l’universo di Kamiyama, quello delle due Stand Alone Complex e di Solid State Society, seguito dal controverso Stand Alone Complex 2045 – Guerra sostenibile; e c’è l’universo di Arise, erroneamente considerato a volte come prequel delle altre versioni solo per motivi di timeline (2029, antecedente alla costituzione della Sezione 9) quando in realtà modifica sostanzialmente diverse condizioni di backstory date per “canoniche” negli altri universi.

Tre timeline, tre backstory di Motoko diverse, tre diversi modi di raccontare la personalità di Motoko Kusanagi, come nasce la Sezione 9 e come opera, tre modi diversi di mostrare il rapporto che lega i vari personaggi e le loro backstory. E quindi, di fatto, tre diversi universi narrativi, distinti da quello del manga originale. Stessi personaggi, stessa ambientazione geografica, stessa fascia temporale near-future (dal 2029/2030 in poi), ma nessuna continuità narrativa condivisa tra un “universo” e l’altro. Pensate pure alla differenza tra il Batman di Tim Burton e quello di Nolan.

Tutte queste versioni successive al manga originale, nessuna esclusa (anche quelle che amo di più e considero il miglior bilanciamento, ossia le prime due stagioni di Stand Alone Complex), sono reinterpretazioni, nelle quali ciascun disegnatore/regista/sceneggiatore ha messo del suo, e ha fornito la propria personale e diversa reinterpretazione dei personaggi, del mondo narrativo e degli eventi narrati.

Il reboot 2026 di Science SARU al contrario, rappresenta la prima vera trasposizione fedele del manga originale di Masamune Shirow (1989-91), che quindi aggiunge quella primissima versione di Ghost in the Shell al set di universi animati che conosciamo già (e anzi, che in occidente conosciamo generalmente molto meglio dell’originale a fumetto).
Ribadisco, a scanso equivoci: non “vera perché le altre erano venute male”, ma “vera perchè è la prima a voler essere esplicitamente una trasposizione diretta”.

Una fedeltà che è quasi assoluta (le differenze si misurano davvero solo in termini di differenze determinate dai formati/medium diversi, ossia un manga e un anime) e non si limita alla struttura degli eventi narrati negli episodi: il canovaccio narrativo, i capitoli, spesso persino le singole battute di dialogo sono riprese pressoché alla lettera dal manga originale.
Si tratta di un dettaglio che cambia tutto il modo in cui va giudicata: non “quanto bene si discosta” o “cos’ha di originale da dire”, come nel caso delle altre opere, ma “quanto restituisce fedelmente qualcosa che, fino a oggi, nessun adattamento animato aveva mai davvero voluto fare, o tentato di fare sul serio”.

Sia ben chiaro: qui non misuro la qualità o il valore di questo reboot in funzione di quanto è fedele al manga originale, esattamente come non ho mai misurato la qualità e il mio gradimento delle altre opere del filone in funzione della loro aderenza al manga .

Credo che per qualunque prodotto del filone Ghost in the Shell valga lo stesso discorso del rapporto tra il cartone animato Lady Oscar e il manga a cui è liberamente ispirato, Le Rose di Versailles. Il fatto che, pur parlando degli stessi personaggi, siano opere diversissime per clima e accenti tematici, non implica che l’anime sia inferiore al manga (anzi, credo di poter dire che per la maggior parte degli spettatori le preferenze siano esattamente invertite): dipende un po’ da quello che uno cerca dal prodotto e da quanto il prodotto gli parla con un linguaggio gradito e vicino alla sensibilità dello spettatore (nel mio caso, data la passione che ho per le “Bad Girls”, sapete già che i miei giudizi saranno parzialmente filtrati da questo bias).

Quello che ho esposto (questo è il primo e unico anime che rappresenta una trasposizione fedele del manga originale) è semplicemente un dato di fatto, dichiarato già negli intenti dei produttori, ed effettivamente verificato episodio dopo episodio con una corrispondenza praticamente assoluta tra manga e anime.


Le aspettative: perché non ero ottimista e perchè oggi sono così sollevato

Prima di questo reboot, le ultime due interpretazioni (Arise e Stand Alone Complex 2045 – Guerra Sostenibile) erano state un disastro, dal mio punto di vista, viziate da banalizzazioni e infantilizzazioni che hanno oscurato persino gli elementi interessanti che le ultime due opere contenevano.

Arise aveva epurato quasi ogni aspetto “problematico” della protagonista, togliendole carisma adulto e riducendola a un’adolescente arrabbiata e poco più; aveva provato a mettere in scena temi potenzialmente interessanti, e sotto molti aspetti con una visione persino più cinica di quella vista in Stand Alone Complex (basti pensare alle dinamiche tra i futuri compagni di squadra della Sezione 9, improntati a calcolo e sospetto reciproco anzichè a una forma di fratellanza d’armi e lealtà reciproca), ma si era anche autosabotato in partenza, togliendo presenza scenica, autorità e maturità al personaggio, giustificandolo col fatto che “ma lì Motoko era più giovane” (di un solo anno: ok, quindi?).

SAC 2045 – Guerra Sostenibile era andato anche peggio: corpo e volto da bambolina infantilizzata, da doll idol adolescente (quando è la stessa Motoko, nella lore di Stand Alone Complex di cui SAC 2045 pretende di essere il sequel diretto, a dire di trovarsi bene in un corpo da donna adulta e di malsopportare quando è costretta a usare corpi più acerbi).
E quel che è peggio, SAC 2045 aveva trasformato il maggiore Motoko Kusanagi, non solo nella piccola mascotte idol del gruppo, ma anche in una maestrina del catechismo. Sotto il profilo della caratterizzazione, un controsenso assoluto, per un personaggio che casomai avrebbe dovuto essere persino più indurito e spietato, rispetto alle prime due stagioni di Stand Alone Complex, proprio perché inserita in un contesto ambientale ancora più spietato e brutale (fuori dalla protezione e dalle risorse fornite dallo Stato, dovendosi confrontare e dovendosi fare rispettare da gang e signori della guerra).
Ne è conseguito un appiattimento ulteriore dei personaggi, oltre a un evidente freno a mano tirato su tutto ciò che ha a che fare con la gestione della violenza e della sessualità messe in scena dal prodotto; impronta attribuibile allo “Stile Netflix” o meno, il risultato era stato un prodotto sterilizzato, con tanto di terroristi da redimere a fin di bene e dopo scontri spettacolari in cui però nessuno si faceva male per davvero. In pratica, uno Yattaman travestito da Ghost in the Shell.

Con questi due precedenti ancora dolorosamente freschi nella memoria, e con la notizia che la distribuzione sarebbe stata affidata ad Amazon Prime Video (altra piattaforma solitamente allergica a proporre prodotti che possano risultare “divisivi” per un pubblico sempre più pronto a polarizzarsi, e che poi si scatena nelle recensioni e, in certi casi, in shitstorm e campagne intenzionali di boicottaggio), la mia aspettativa iniziale era di scetticismo, se non di vera e propria ansia.
Aggiungeteci lo stile grafico dichiaratamente fedele al tratto fortemente caricaturizzato del manga (apprezzato, ma mai stato tra i miei preferiti proprio per questo motivo) e il quadro sembrava già scritto: ennesimo prodotto edulcorato, banalizzato, infantilizzato. Di nuovo.

Mi sono sbagliato. Ed è stato proprio uno di quei casi in cui scoprirsi in errore fa un enorme piacere.


The Ghost in the Shell 2026
L’iconica scena dello sparo attraverso il finestrone, versione 2026

La dichiarazione d’intenti attraverso due scene iconiche

C’è una scena in particolare che funziona da cartina di tornasole per ogni versione del franchise, quella dello sparo attraverso il finestrone: il diplomatico corrotto (o il terrorista, a seconda delle versioni) che tratta sottobanco con le autorità dentro una stanza d’albergo, mentre Motoko, appesa all’esterno del grattacielo, gli spara un colpo in testa attraverso il finestrone, e poi si lascia cadere nel vuoto, sparendo alla vista grazie alla mimesi termo-ottica.
È la scena di apertura del manga, c’è nel film di Oshii, c’è in SAC 2nd GIG, c’è in Arise, c’è persino nel film in live action con Scarlett Johansson, che pur essendo quasi interamente fanservice per il grande pubblico, quella scena l’ha riconosciuta come essenziale per comprendere il personaggio.
C’è un solo capitolo del franchise che ha preferito nascondere questa scena, forse perché troppo politicamente scorretta e per l’assenza di una facile redenzione per il cattivo di turno. Indovinate un po’ quale? SAC 2045, ovviamente! (grazie, Netflix).

Vedere quella scena nuovamente riproposta nel 2026, con lo stesso rigore e la stessa spietatezza (sangue compreso, senza tagli pudici) è stata la prima e inequivocabile dichiarazione d’intenti della serie: il cinismo fantapolitico e la violenza chirurgica tornano come strumento di lavoro normale, per Motoko e i suoi compagni della Sezione 9, non come trauma da rielaborare in terapia o piagnucolando davanti a uno specchio, e men che meno come elemento da nascondere o da edulcorare a tutti i costi perché “diseducativo” o politicamente scorretto.

La seconda dichiarazione d’intenti arriva più avanti, ed è altrettanto significativa: la serie recupera la celebre Scena della Barca, in cui Motoko si concede una parentesi passionale, tra un omicidio di Stato e l’altro, partecipando con entusiasmo a una sessione di erotismo virtuale assieme a due compagne.
Scena che era scomparsa da tutte le altre versioni animate, data la a-sessualizzazione progressiva di Motoko, e che solo in Stand Alone Complex aveva ricevuto un tributo molto sfumato e indiretto (oltre che incomprensibile per chi non aveva letto il manga) in una scena in cui vediamo il Maggiore in compagnia delle due amiche, (s)vestite “comode” e addormentate nella sua camera da letto, in uno dei suoi covi sicuri: chi conosceva la Scena della Barca dal manga, ci arriva e fa il collegamento; chi non l’aveva mai letta nel manga avrà passato anni a chiedersi chi erano quelle due tizie, e perchè si trovavano lì, e perchè fossero abbigliate in abiti provocanti.

La regia in quest’ultima versione animata suggerisce molto più che mostrare (evita i dettagli più… ehm… meccanici e copre convenientemente Motoko e le sue due compagne con costumi da bagno, probabilmente pensando già alla distribuzione internazionale) ma il punto concettuale della scena resta intatto: a Motoko vengono restituiti il corpo, la tridimensionalità, il desiderio fisico, l’edonismo di un Ghost ancora in gran parte umano, e di una Shell che dispone di sensoristica incredibilmente avanzata, di cui esplorare senza pudore ogni possibile limite e potenzialità.
Motoko smette di essere l’eroina asessuata da streaming per famiglie, o l’entità distaccata e quasi disincarnata del film di Oshii, smette persino di essere la donna consapevole del proprio fascino che usa il suo corpo attraente come arma e strumento di manipolazione (Stand Alone Complex): qui, Motoko torna a essere una donna adulta, cibernetica e padrona assoluta del proprio guscio, desideri carnali compresi.

Questa dichiarazione d’intenti, e di un cambio di rotta nettissimo rispetto alle ultime produzioni, arriva subito, nello spazio delle prime due puntate: prima quella che ripristina Motoko come agente e assassina d’élite al servizio dello Stato, poi quella che la ripristina in un corpo fisico e con un Ghost ancora dotato di pulsioni e desideri umani, nonostante la sua natura cibernetica.

Ghost in the Shell 2026
La famosa e famigerata scena della barca, versione 2026

Una Motoko che, se deve spararti in testa, ti spara in testa

Questa Motoko non combatte moltissimo nei dieci episodi, non direttamente sul campo o direttamente a contatto col nemico, perlomeno; combatte in prima persona molto meno che nelle due stagioni di SAC, tanto per fare un esempio, ma quando lo fa, lo fa con un pragmatismo assoluto e senza il minimo pudore etico esibito davanti alla telecamera, e si dimostra capace di un livello di violenza chirurgica assolutamente in linea col suo ruolo di agente d’élite di un’organizzazione come la Sezione 9.
Se deve sparare in testa, spara in testa; se deve tagliare una gola con un coltello in combattimento ravvicinato, la taglia; se deve sparare alla nuca di qualcuno senza dargli nemmeno il tempo di girarsi e arrendersi, lo fa senza pensarci due volte.
Nessuno splatter fine a sè stesso e nessuna esibizione gratuita di violenza pulp, sia chiaro, non stiamo parlando di uno stile alla Black Lagoon: semplicemente, nessuno ha messo il silenziatore politicamente corretto a quello che un’agente di un’unità come la Sezione 9 fa con naturalezza e cinismo pragmatico, e senza ripensamenti. E il fatto che l’anime riesca a fare questo, nonostante gli eccessi di gag comiche e caricaturizzazioni (a volte surreali) ereditate direttamente dal manga, è uno dei segnali più inequivocabili del cambio di rotta imboccato da Science SARU.

Va detto con onestà, in un paio di occasioni la violenza viene effettivamente sfumata rispetto al manga, mostrandone solo la conseguenza immediata. Nell’ultimo episodio, per esempio, Motoko spara alla gamba di un ostaggio che ha sequestrato (un civile, non un qualche criminale pericoloso) per fare pressioni alle autorità che stanno trattando con lei; il manga mostrava visivamente lo sparo che trapassa la coscia dell’ostaggio a bruciapelo, mentre l’anime lo lascia fuori inquadratura, mostrandone però comunque l’esito.
È una sfumatura, ma quello che conta è che lo spettatore sa che questa Motoko l’ha fatto senza farsi scrupoli, e che nessuna regia politicamente corretta ha deciso che “no, una vera eroina che deve rappresentare un modello edificante, questo non può farlo!”.

Queste occasionali “edulcorazioni” (formali più che sostanziali) sono comunque eccezioni isolate, non la norma, e la regia non nasconde nessuna delle uccisioni “canoniche” di Motoko, anzi ce ne racconta di inedite via backstory (e, credetemi, si tratta di uccisioni deliberate e pianificate sfruttando intenzionalmente le debolezze dell’avversario, a volte anche contro avversari già sconfitti).

Vale la pena di menzionare uno degli ultimi omicidi operativi di Motoko, perché in parte si discosta dalla lettura del suo “pragmatismo operativo”: l’uccisione a sangue freddo di un bersaglio (tra l’altro che appare persino impacciato e facilmente “gestibile”) che Motoko avrebbe potuto neutralizzare senza doverlo uccidere (anche perchè il bersaglio avrebbe dovuto essere catturato per poterlo interrogare).
L’evento innesca la fase finale della stagione, quella in cui diventa evidente la sua trasformazione interna e che si allontana dallo schema di pragmatismo cinico e disciplina operativa che caratterizzano tutte le sue precedenti azioni violente.

The Ghost in the Shell 2026
Sì, Motoko ha appena sparato nella nuca a un tizio che si stava facendo un uovo al tegamino

Il corpo, il desiderio e l’etichetta che non le serve

Sul fronte della sessualità, il confronto con le versioni precedenti è illuminante proprio perché ognuna ha gestito (e perlopiù disinnescato/anestetizzato) questo aspetto in modi diversi.
Oshii nel film del 1995 è probabilmente quello che più di tutti ha mostrato la nudità fisica di Motoko, in un corpo cibernetico esteticamente perfetto, ma privandola di ogni sessualità reale e trasformando Motoko in una sfinge filosofica introversa e distaccata dalla materialità della carne.
Kamiyama in Stand Alone Complex ha dato a Motoko un corpo atletico e provocante, un volto esteticamente più attraente di quello disegnato da Oshii, ma ha circoscritto la sessualità di Motoko al perimetro della curiosità intellettuale e dell’arma di manipolazione, disseminando qua e là solo vaghe allusioni indirette all’esistenza di una sua vita privata fatta anche di desideri carnali.
Arise e SAC 2045, imponendo deliberatamente a Motoko un aspetto adolescenziale, hanno del tutto cauterizzato e rimosso la sessualità di Motoko, usando l’infantilizzazione grafica ed emotiva come giustificazione per rendere semplicemente impensabile anche solo l’idea di darle (e mettere in scena) una sfera di desideri e di pratiche sessuali.

Inciso: aver a-sessualizzato Motoko (nelle diverse sfumature più o meno aggressive con cui è stato fatto) è a mio parere una delle scelte più ottuse e controproducenti fatte da praticamente tutte le regie successive al manga, persino da quelle che ho apprezzato di più.

Da rimarcare che de-sessualizzare (ossia rinunciare a tutto il carrozzone di fanservice sexy messo lì solo per arrapare una parte del pubblico) è una cosa ben diversa dalla a-sessualizzazione verificatasi con le precedenti opere animate di Ghost in the Shell: a-sessualizzare significa letteralmente menomare e mutilare (narrativamente parlando) il personaggio, privandolo di una delle sue componenti più umane e naturali.
E non perché “ci hanno tolto l’oggetto del desiderio patriarcale!”, ma perché così facendo si è rinunciato deliberatamente a esplorare un terreno narrativo potentissimo sul quale misurare la convivenza, i rimpianti e il conflitto di Ghost e Shell, tra umanità e artificialità.

Che questo sia accaduto per una forma di bigottismo di ritorno che demonizza la rappresentazione della sessualità come se fosse un prodotto esclusivo di una perversa visione maschile della donna, o per un incredibile e ottuso fraintendimento su cosa sia la “sessualizzazione oggettificante”, poco importa: l’errore in termini di potenzialità narrative sprecate e di tridimensionalità del personaggio demolita, resta.

Il reboot del 2026 non solo non prova più a cancellare o narcotizzare la sessualità di Motoko (come avvenuto nei film di Oshii, in Arise e in SAC 2045) ma addirittura non prova nemmeno a “giustificarla” o a renderla “accettabile”, vendendola allo spettatore esclusivamente come strumento operativo di manipolazione (l’approccio usato in SAC): la tratta per quello che è, senza vergognarsi dei desideri carnali e dell’edonismo cibernetico del personaggio (in modo più sfumato di quanto faccia il manga originale, ma senza più nasconderla o negarla).

Ed è qui, esattamente come nel materiale originale, che scopriamo la sua bisessualità (se proprio dobbiamo appiccicarle un’etichetta di cui non ha alcun reale bisogno), con tanto di fidanzato della Sezione 1 che a un certo punto, in uno scontro tra le due sezioni, Motoko arriva persino ad accoltellare: e, coerentemente con l’aneddoto che lo stesso Shirow raccontò senza mezzi termini (non gli andava a genio di dover disegnare “culi maschili” nelle scene piccanti tra Motoko e un uomo), anche in questo reboot le uniche scene piccanti che (intra)vediamo restano esclusivamente quelle saffiche.

Nota: prima che qualcuno inizi a strillare “ecco, la solita impostazione woke!”, faccio notare che la “bisessualità” di Motoko non è mai stata una bandiera identitaria o culturale piantata a posteriori, ma una conseguenza diretta dell’impianto narrativo alla base della dualità Ghost/Shell, e di cosa comporti l’intercambiabilità (anche di genere) dei corpi cibernetici.
Chi vuole a tutti i costi leggere dietro l’etichetta “bisex” una scelta “woke”, farebbe bene a rivedersi con che ambiguità il tema era già trattato vent’anni fa in Stand Alone Complex, o con quale naturalezza e disinvoltura era stato trattato nel manga originale di quasi quarant’anni fa, quando “woke” non si sapeva nemmeno cosa volesse dire.

Motoko's kiss
Sempre parte della sequenza “orgia virtuale” a bordo della barca

I due difetti principali che ho trovato in questo anime

L’istigazione al binge-watching e quei “5 minuti mancanti” in ogni episodio

Se c’è un problema tecnico e strutturale in questa prima stagione firmata da Science SARU, è questo, e vale la pena metterlo bene in luce, perché ha un impatto diretto sulla godibilità e fruibilità dell’anime anche da parte di chi, legittimamente, magari non ha mai letto il manga.
In diversi episodi si sente il classico “salto a scatti”, da scena troppo frettolosa, che disorienta lo spettatore: un nesso logico tra due eventi che manca, un’informazione che un personaggio nomina all’improvviso senza che lo spettatore abbia gli strumenti per collegarla a nulla di ciò che ha visto e sentito poco prima.
A volte sembra voluto (una forma di “as you know, Bob”, ossia un classico dialogo innaturale, che fa solo da spiegone buttato lì per far arrivare un’informazione al pubblico) ma più spesso sembra dovuto alla compressione temporale degli episodi, e l’effetto reale è il disorientamento dello spettatore: da dove salta fuori quest’informazione? Che nesso c’è tra queste due battute di dialogo? Che rapporto ha con quello che ho visto e sentito finora?

E il problema, a pensarci bene, non è isolato: è organicamente collegato a una scelta produttiva precisa, quella di spalmare uno stesso arco narrativo (un singolo capitolo di manga, spesso) su due episodi diversi, con tanto di cliffhanger nel mezzo, cosa che di sicuro non contribuisce a rendere più fluida la trama dei singoli episodi.
L’avevo notato già a partire dall’episodio 2, quando la serie aveva spezzato in due un evento che qualunque appassionato del franchise conosce a memoria da oltre trent’anni (l’inseguimento del camion della nettezza urbana con a bordo un poveraccio che è stato ingannato con l’impianto di falsi ricordi su una famiglia inesistente), lasciandolo a metà solo per creare un minimo di suspense in vista della puntata successiva.
Una cosa che, detto sinceramente, mi era sembrata subito una furbata di montaggio, più che una necessità narrativa.

A stagione conclusa, ritengo che non sia stato un incidente di percorso ma una conseguenza della struttura dell’intera stagione: quasi ogni episodio impacchetta due o tre segmenti di manga, tagliati a metà dove capita. Il risultato è che il ritmo narrativo regge benissimo se si guarda la serie intera in un’unica sessione di binge-watching, ma arranca a livello di episodio isolato, se uno se la guarda un poco alla volta.

Forse sarebbero bastati cinque minuti in più a puntata ed evitare di spezzettare inutilmente lo stesso “capitolo” del manga su due episodi, probabilmente, per ricucire quei nessi che restano oscuri e sospesi a mezz’aria, e per evitare quello spiacevole ed eticamente deprecabile (ma commercialmente pagante) effetto da “mi godo la serie solo facendo binge-watching compulsivo”.


Troppe gag: la caricaturizzazione permanente

Qui parliamo sicuramente di gusti personali, sia chiaro, e lo dico con la piena consapevolezza che ad altri piacerà esattamente per questo motivo (chi ha letto il mio saggio completo su Motoko sa che avevo già messo in luce questa mia malsopportazione fin dal manga originale).

Lo stile di disegno recupera (fedelmente, va detto a suo merito) anche il lato più caricaturale e umoristico di Shirow: espressioni esagerate, scivoloni nelle deformazioni in stile chibi, siparietti comici piazzati con una certa insistenza anche nei momenti in cui i personaggi dovrebbero mantenere una loro carica drammatica.

Io avrei preferito, e lo confesso senza remore, uno stile più sobrio come quello delle due stagioni di Stand Alone Complex di inizio anni 2000. Uno stile che pure non disdegnava affatto il registro comico, ma lo dosava con parsimonia, invece di sbatterlo in faccia allo spettatore ogni due per tre, come se fossimo dentro una puntata di Yattaman, di Gigi la Trottola o di Pollon… o di un qualsiasi anime comico contemporaneo a tema “streghette al liceo”.

A mio parere l’eccesso di gag gratuite stona, in più di un’occasione, con la gravitas che la storia e i personaggi meriterebbero. È il prezzo da pagare per la fedeltà all’originale, fa parte del pacchetto, ma visto quello che si ottiene in cambio (una Motoko che finalmente ha di nuovo senso come personaggio) è un prezzo che personalmente ho pagato volentieri, a prescindere dalle mie preferenze e gusti.

The Ghost in the Shell 2026
La sovrabbondanza di gag stile Yattaman

Il finale e il verdetto

Nelle ultime tre puntate, quelle che portano alla fusione di Motoko con un’entità immaterializzata della Rete (il Marionettista, per capirci), si sentono parecchi echi filosofici della Motoko di Oshii, ma restano sempre ancorati al personaggio scanzonato, cinico e spiritoso che il manga di Shirow (e questa trasposizione fedele) ci ha fatto conoscere. Ed è fedele anche nel modo in cui restituisce il senso e le modalità della fusione, che non sono le stesse scelte da Oshii e molto più note al grande pubblico: coerente con l’approccio più incarnato nella materialità corporea, Shirow non la priva del corpo fisico, anzi gliene dà temporaneamente uno nuovo. Motoko torna tra i mortali in carne e ossa cibernetiche, per poi uscire di scena, almeno per ora.

Nell’insieme, cosa mi porto a casa di buono? Anzitutto che dopo anni di infantilizzazione, banalizzazione e mutilazione del personaggio (in una direzione o nell’altra) finalmente rivedo un personaggio che non è stato artificialmente depotenziato e anestetizzato per renderlo digeribile a tutti.
Ma soprattutto che questo anime è riuscito a trasporre benissimo l’idea che aveva Shirow della sua creatura: questa Motoko in particolare mancava ancora all’appello, tra le sue altre “sorelle” animate di Ghost in the Shell, e ora finalmente c’è anche lei: il modello base restaurato in tutto il suo splendore (difetti compresi, ma quale di tutte queste versioni non ne ha?)

Restano tutti i miei dubbi e la mia personale allergia agli eccessi di caricaturizzazione, dovuti paradossalmente proprio al fatto che questo anime è così specularmente fedele al manga originale.
Se avessero realizzato questo anime con uno stile di disegno leggermente più realistico o più vicino allo stile di Stand Alone Complex e con un 30% di gag umoristiche forzate in meno (e magari risolvendo anche quei problemi di sceneggiatura spezzettata e a scatti) credo l’avrei messo in cima alle mie preferenze tra i vari prodotti del franchise… ma al tempo stesso riconosco che a quel punto non staremmo più parlando della “prima e unica trasposizione fedele al manga originale”, ma dell’ennesima reinterpretazione.

E qui torniamo al paragone con Lady Oscar: in occidente moltissimi hanno visto solo il cartone animato e, non avendo mai letto una pagina del manga di Riyoko Ikeda, pensano che la Oscar originale e “canonica” sia quella del cartone animato. Tanto che, quando è uscita la recente trasposizione in film animato de Le Rose di Versailles, molti fan del cartone animato sono rimasti spiazzati, e hanno fatto fatica a riconoscersi in quel prodotto, perchè lì Oscar era graficamente riconoscibilissima ma non lo era affatto la sua interpretazione del personaggio (molto più fedele al manga che al cartone animato degli anni 70).
E con Ghost in the Shell è appena avvenuto lo stesso. In occidente molti (me compreso) hanno visto il film di Oshii del 1995 e/o le serie successive senza aver mai visto una striscia del manga originale, e si sono convinti che la Motoko “originale e canonica” fosse quella di Oshii, o quella di Stand Alone Complex.
Science SARU ha riempito il vuoto e ci ha finalmente mostrato in versione animata la Motoko originale che ha dato vita a tutte le successive reinterpretazioni.
Di nuovo: “originale e canonico” non significa automaticamente “migliore”, nè che verrà percepito dal pubblico come “ecco la vera Motoko”. Come per Lady Oscar, è il pubblico a decidere quale versione di Motoko gli parla con un linguaggio che sente più vicino alle proprie preferenze e aspettative, ma questo reboot è importante lo stesso proprio perchè ha riempito un tassello mancante.

Ah, non l’ho menzionato esplicitamente, ma vale la pena fare un piccolo inciso anche su questo: essendo un’opera intrinsecamente cyberpunk, Ghost in the Shell si porta dietro tutto il buono e tutto il cattivo del filone cyberpunk in termini di credibilità e plausibilità del futuro che viene messo in scena. Un futuro che tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 poteva sembrare se non probabile, almeno plausibile, perché era figlio delle speranze, delle ansie e delle paure di quegli anni, ma che visto oggi fa un po’ sorridere (basti pensare alla timeline: manga e anime sono ambientati tra il 2029 e l’inizio degli anni 30 di questo secolo, praticamente dopodomani).
E al tempo stesso si porta dietro temi inquietanti che, se venissero epurati di tutta l’estetica da anni 80, ci accorgeremmo di quanto siano attuali e inquietanti anche oggi (anzi forse oggi ancora più che negli anni 80: vedi questo articolo se vuoi approfondire).
Ma questo è un difetto generale del Cyberpunk tradizionale, e imputarlo come un difetto specifico di Ghost in the Shell (o di questa sua ultima versione in particolare) sarebbe ingeneroso.

Verdetto: pollice su, senza troppe esitazioni. Al netto dei due difetti di cui sopra, ossia il montaggio a strappi e l’eccesso di caricaturizzazione, questa è, di tutto il franchise, la Motoko più fedele in assoluto al manga originario.
Science SARU recupera la Motoko di Shirow proprio perché le restituisce le sue contraddizioni: è fisica e cerebrale, sensuale e spietata, professionale e moralmente ambigua, capace di uccidere senza esitazione ma anche di oltrepassare, a un certo punto, il proprio stesso codice operativo: per questi motivi, questa Motoko si guadagna a pieno titolo un posto sul podio delle mie Bad Girls preferite, senza sfigurare al fianco di quella di Stand Alone Complex e di quella di Oshii.

Se non l’hai fatto, ti invito a leggere il mio saggio completo su Motoko Kusanagi, scritto per la mia rubrica Bad Girls.


⚠️ Attenzione: da qui in poi, spoiler pesanti su tutta la stagione

Sintesi episodio per episodio, per chi vuole i dettagli prima (o al posto) di guardare la serie.
.
.
.
.
.
.
.
.

Episodio 1 — “Prologue + Super Spartan 1”

Aramaki tenta di arrestare il corrotto Rappresentante Commerciale dell’Estremo Oriente, sospettato dell’assassinio del precedente Primo Ministro; il rappresentante lo previene concedendo asilo politico all’unico testimone che potrebbe incastrarlo. Motoko lo assassina comunque (qui abbiamo la scena iconica dello sparo attraverso il finestrone e successivo salto nel vuoto con attivazione della mimesi termo-ottica), su ordini finali dello stesso Primo Ministro defunto, e propone al Ministro degli Affari Interni la creazione di un’unità speciale segreta. Nasce così la Sezione 9, la cui prima missione è investigare un orfanotrofio che usa un controllore di Ghost illegale per lavare il cervello agli orfani. La squadra scopre che il capo della sicurezza brandisce proprio quel controllore, hackerando le menti di quasi tutta la squadra tranne Motoko, che lo neutralizza. Aramaki rivela che l’orfanotrofio era un programma di lavaggio del cervello sanzionato dal governo stesso, chiuso solo perché i suoi membri erano diventati incontrollabili. Motoko, irritata dalle critiche del Ministro, lo costringe a tirarsi un pugno in faccia da solo col controllore.


Episodio 2 — “Super Spartan 2 + Junk Jungle 1”

Nonostante il brutto scherzo tirato da Motoko al ministro, la Sezione 9 non viene chiusa. Aramaki rivela di aver manovrato gli eventi perché la squadra ricada sotto il suo controllo esclusivo, rispondendo solo al Primo Ministro. Gli orfani, ora al comando dell’orfanotrofio, faticano a mandarlo avanti. Mesi dopo, la squadra sorveglia l’ex ufficiale della Repubblica di Gavel, Colonnello Malles, cercando una pista sull’hacker soprannominato “Puppet Master” (il Marionettista). Sullo sfondo, la delicata questione diplomatica tra Giappone e Gavel Republic per il controllo dei giacimenti di platino. L’interprete del Ministro degli Esteri, infettata da un virus dirottatore di personalità, viene usata come esca; Motoko e Togusa rintracciano l’hacker — che usa come capro espiatorio uno spazzino col ghost violato — ma questi fugge, e Togusa viene messo fuori combattimento.
Nota: in questo episodio va in scena la tanto rinomata “orgia virtuale” di Motoko con le sue due amiche sulla barca. Segue gag comica sul povero Batou che ha l’incarico di convocare Motoko ed è quindi costretto a connettersi con lei da remoto e la interrompe, intromettendosi non invitato nella scena di sesso virtuale. Reazione di Motoko: anche Batou finisce per prendersi a cazzotti in faccia da solo.


Episodio 3 — “Junk Jungle 2 + Megatech Machine 1 + 2”

Motoko e Togusa catturano l’hacker dopo una sparatoria. Il piano di Malles — incastrare la Repubblica di Gavel per l’assassinio del Ministro degli Esteri — fallisce con l’irruzione della Sezione 9. Colpo di scena: spazzino, hacker e persino l’uomo che si spacciava per Marionettista/Puppet Master sono tutti burattini con le memorie manipolate dal vero Puppet Master. Nel secondo segmento, le unità Fuchikoma controllate dall’IA discutono filosoficamente se ribellarsi all’umanità, senza concludere nulla; Motoko, intanto, osserva un’amica ottenere un nuovo corpo cyborg più avanzato del proprio, e ne nasce un dibattito sul confine tra umano e macchina, la prima vera crepa nella sicurezza di Motoko sulla propria tecnologia (e un richiamo molto diretto al filo rosso che attraversa tutta l’opera di Oshii).


Episodio 4 — “Robot Rondo”

Una serie di androidi Tomliand impazzisce; dietro l’apparente malfunzionamento software si nasconde un messaggio “SOS” scritto col sangue nei loro cybercervelli. Le indagini portano alla Hanka Precision Instruments: un ispettore viene assassinato da un cecchino della Yakuza per vendetta (il suo boss era stato attaccato da un Tomliand regalato dal presidente Hanka, complice di traffico di esseri umani). Batou e Togusa si infiltrano nella Hanka, salvano due ragazze e scoprono una macchina che copia direttamente i Ghost di giovani ragazze negli androidi. Il presidente viene arrestato, e Aramaki è costretto ad arrestare anche il proprio mentore, complice del piano, una crepa personale non da poco per lui.


Episodio 5 — “Phantom Fund”

L’ambasciatrice di Volgarena (una nazione immaginaria dall’estetica e connotati che ricordano l’Unione Sovietica) avvisa Aramaki di un riciclaggio di denaro in corso tra il suo successore e un generale corrotto. La Sezione 9 (con Ishikawa e Borma ora a squadra completa) affronta il cyborg da combattimento Koil Krasnov in un’ex base sottomarina nel Grande Nord; Batou, devastato dall’uccisione di un agente novellino sotto il suo comando, lo elimina vendicandosi. Motoko, in parallelo, si infiltra alla Sagawa Electronics e cattura la mente dietro l’operazione, un ufficiale sotto copertura della stessa Pubblica Sicurezza andato fuori controllo. L’episodio chiude con Motoko che accompagna Batou al cimitero, per rendere omaggio al novellino caduto.


Episodio 6 — “Dumb Barter”

Motoko, nel mezzo di un appuntamento domestico col suo fidanzato della Sezione 1 (qui scopriamo che Motoko non è lesbica come crede erroneamente qualcuno, ma bisex), sfugge a un attentato suicida orchestrato dal terrorista Toru Sama, in cerca di vendetta per un vecchio tentativo fallito di assassinarlo. Si scopre che la furia vendicativa del terrorista nasce anche dal cinismo con cui Motoko tempo prima aveva assassinato suo figlio per colpire indirettamente lui (uno di quei dettagli di backstory “grigia” se non nera di Motoko). Fatta uscire come esca, viene tradita: gli aggressori che la braccano sono in realtà agenti della Sezione 1, che ha scambiato Kusanagi con Toru Sama in cambio di informazioni su uno spacciatore. Nello scontro Motoko si trova davanti al suo fidanzato e lo accoltella per metterlo fuori combattimento (in seguito si riappacificano); chi non viene perdonato da Motoko è il capo dei suoi assalitori, che pur sconfitto e ormai inerme viene freddamente giustiziato da Motoko, che gli spara una raffica di colpi in faccia.
Aramaki costringe la Sezione 1 ad annullare l’accordo.


Episodio 7 — “Bye Bye Clay”

Un corpo protesico costruito spontaneamente in una fabbrica automatizzata finisce in custodia della Sezione 9. Interviene Nakamura, capo della Sezione 6: la coscienza dentro quel corpo è il Puppet Master in persona. La Sezione 6 lo rapisce per possederne i segreti, ma un attentatore fa esplodere una bomba che danneggia irreparabilmente il corpo. Motoko si immerge nella mente morente del Puppet Master per preservarne le memorie, scoprendo che era in origine un programma di spionaggio governativo che ha acquisito consapevolezza cosciente e sperimentando visioni di un’ascesa quasi divina che da qui in poi continuerà a tormentarla.


Episodio 8 — “Intermission + Brain Drain 1”

Si scopre l’origine del Puppet Master come “Progetto 2501”, creato dalla Sezione 6 per operazioni segrete conto il Ministero degli Esteri; Nakamura, temendo la sua autocoscienza, ne aveva tentato la distruzione, causandone la fuga. Batou salva Motoko prima che la sua mente venga consumata insieme a quella morente del Puppet Master; Nakamura viene arrestato. Nel secondo segmento, durante un’operazione coperta contro trafficanti d’armi, Motoko uccide senza ordini né spiegazioni apparenti la persona d’interesse (oltretutto, si tratta di un ragazzino), un gesto che lascia intuire un cambiamento radicale in corso in lei dopo il contatto ravvicinato col Puppet Master. L’omicidio finisce ripreso e trasmesso in TV, scatenando uno scandalo per la Sezione 9.


Episodio 9 — “Brain Drain 2”

L’opinione pubblica chiede il processo per Motoko; emerge un complotto del Ministero degli Esteri con una nazione rivale per screditare la Sezione 9, mentre un’altra nazione mette in scena attacchi false flag per costruire consenso attorno ai propri interessi commerciali. Togusa resta ferito in un attentato assieme a Motoko, che però ne esce indenne, proteggendo il completamente organico Togusa col suo corpo cibernetico mille volte più resistente.
In tribunale, Kusanagi risponde alle accuse con freddezza, difendendo la sua scelta, ma poi aggravando la propria posizione agli occhi della giuria e dei giudici, con un discorso filosofico sulla natura della morte che spiazza l’intera aula. Aramaki, consapevole dell’aria che tira e che il verdetto è già stato deciso dall’opinione pubblica, fa in modo di lascirla fuggire prima ancora che la sentenza venga emessa. Motoko prende un ostaggio e richiede un elicottero per espatriare. Apparentemente Aramaki “scarica” Motoko, dichiarando di averla già formalmente sospesa dalla Sezione 9.


Episodio 10 — “Brain Drain 3 + Ghost Coast + Epilogue” (finale di stagione)

Lo stallo con l’ostaggio si rivela un piano per stanare agenti nemici, riuscito. Ma un cecchino distrugge il corpo cibernetico di Motoko con un colpo al cybercervello (analogamente a quanto la prima stagione di Stand Alone Complex ha reinventato). Motoko, che aveva previsto una trappola, si era già organizzata con Batou, mettendo al sicuro il proprio cervello cibernetico, dal quale controllava il proprio corpo come una marionetta, e di conseguenza sopravvive come pura coscienza dentro un cervello fisicamente distaccato dal corpo e tenuto allegramente sottobraccio da Batou nella fuga. Batou lascia il cervello in un posto sicuro, promettendo a Motoko di andare in cerca di un corpo cibernetico sostitutivo, e Motoko mette il proprio cervello in modalità risparmio energetico, per non rischiare di finire le batterie (e morire).
È qui, in modalità a circuito chiuso, che il Puppet Master, precedentemente dato per distrutto, la contatta di nuovo direttamente, proponendole una fusione: non una sostituzione o un controllo, ma la nascita di un’entità nuova, che unisca l’imprevedibilità e l’individualità di lei alla vastità di informazioni di lui.
Dopo un confronto filosofico serrato che ricorda molto lo stile di Oshii (se non fosse colorato dei toni scanzonati e sarcastici di Motoko), Motoko accetta. Il suo cybercervello sopravvive e riceve un nuovo corpo (temporaneamente maschile, ambiguo nell’aspetto androgino: un modello Michelangelo Mark III, vecchio di quattro anni, cosa di cui Motoko si lamenta con Batou), ma l’identità che conoscevamo, in un senso reale, cessa di esistere così com’era: la fusione la porta oltre i confini della Sezione 9 e verso la vastità della Rete, chiudendo la stagione come un inizio più che come una fine.
E quando Batou le chiede cosa voglia fare ora, Motoko ci lascia con una battuta memorabile: «Chi lo sa, dove posso andare? la rete è sconfinata.»

Informazioni sull'autore

Samuel

Administrator

Visita il sito web Visualizza tutti gli articoli
Letto

50

volte

Navigazione articolo

Precedente: Clitemnestra: molto più che l’assassina di Agamennone
Successivo: Il woke ha fatto anche cose buone

Storie correlate

Omero e Nolan
  • Storia & dintorni
  • Cinema & TV

Omero e Nolan? Non parlavano di storia ma dell’Umanità

Samuel 31/07/2026
Odissea di Nolan
  • Cinema & TV
  • Recensioni
  • Storia & dintorni

Odissea di Nolan – La pseudorecensione

Samuel 28/07/2026
Ghost in the Shell - Motoko Kusanagi
  • Bad Girls
  • Fantascienza & dintorni
  • Fumetti e Animazione

Motoko Kusanagi: Personalità come un software (con troppe patch)

Samuel 22/07/2026

Argomenti

  • Bad Girls
  • Cinema & TV
  • Droni FPV
  • Fantascienza & dintorni
  • Fumetti e Animazione
  • Libri & Scrittura
  • Recensioni
  • Res Publica
  • Storia & dintorni
  • Tecnologia
  • Varie ed eventuali

Articoli recenti

  • Il woke ha fatto anche cose buone
  • Ghost in the Shell 2026: Recensione (con spoiler in fondo)
  • Clitemnestra: molto più che l’assassina di Agamennone
  • Addio a Francesco Guccini
  • Omero e Nolan? Non parlavano di storia ma dell’Umanità

Archivio mese per mese

  • Settembre 2026
  • Agosto 2026
  • Luglio 2026
  • Giugno 2026
  • Maggio 2026
  • Aprile 2026
  • Marzo 2026

Ultimi articoli

Il woke ha fatto anche cose buone
  • Res Publica

Il woke ha fatto anche cose buone

Samuel 15/09/2026
The Ghost in the Shell 2026
  • Fumetti e Animazione
  • Cinema & TV
  • Recensioni

Ghost in the Shell 2026: Recensione (con spoiler in fondo)

Samuel 10/09/2026
Clitemnestra
  • Bad Girls
  • Libri & Scrittura

Clitemnestra: molto più che l’assassina di Agamennone

Samuel 07/08/2026
Francesco Guccini
  • Varie ed eventuali

Addio a Francesco Guccini

Samuel 06/08/2026
  • Pagina FaceBook
  • Instagram
  • Canale Youtube
Copyright © Samuel Potente , 2026   |   Privacy Policy   |  Cookie Policy (UE)
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Servizi terzi
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza le preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}