Il woke ha fatto anche cose buone (S. Lucarelli)
L’estate sta proprio finendo. È un po’ come prepararsi a tornare a scuola dopo le vacanze estive, c’è ancora un clima solare e questo metà settembre 2026 ci sta regalando delle belle chicche. È bastata un’intervista alla ABC di Alexandria Ocasio-Cortez, per causare contraccolpi a catena attraverso l’Atlantico e innescare un teatrino divertentissimo persino in terra italica.
Per chi non la conoscesse, Alexandria Ocasio-Cortez (AOC per gli amici) è una delle leader della sinistra interna del partito democratico americano, spesso dipinta anche come “erede di Bernie Sanders” (non so con quanta felicità ed entusiasmo da parte del vecchio leone e senatore socialista), la cui popolarità esplose e si consolidò durante il periodo finale della prima presidenza Trump: la pandemia di Covid-19, l’uccisione dell’afro-americano George Floyd e l’esplodere della protesta col movimento Black Lives Matter, le polemiche sulle statue intitolate ai vecchi leader confederati e agli antichi esploratori colonialisti (tra cui Cristoforo Colombo), le campagne “defund Police” (tagliate i fondi alla polizia!), gli ultimi strascichi del #MeToo e il periodo di maggior gloria della cancel culture (prima che i trumpiani imparassero a fare lo stesso, con grande scorno dei liberal che fino a quel momento si erano goduti l’esclusiva sullo squadrismo virtuale), le “bravate” dei Proud Boys e l’assalto al Campidoglio del “Popolo MAGA” in seguito alla vittoria elettorale di Joe Biden… bel periodino movimentato, insomma.
Bene, cos’ha detto la Ocasio-Cortez di così clamoroso da scatenare tanto dibattito, su una sponda e l’altra dell’Atlantico? In due parole: durante un’intervista, la deputata dem ha citato scherzosamente un suo collega e ha ammesso che «La fase uno del woke è stata folle» (Woke one was crazy).
Il sottinteso: che quella fase di eccessi del movimento progressista sia ormai passata e alle spalle, ma che era stata comunque importante e produttiva. E il sottinteso più importante di tutti: bontà loro, forse i democratici potrebbero aver capito gli errori e potrebbero anche ricominciare a occuparsi di temi come la disoccupazione, il costo e la qualità della vita, la sanità e tutta quella roba là un po’ demodé, che i dem si sono scordati per quasi due decenni, ma che evidentemente interessa agli elettori americani molto più di sapere che devono usare il singular they quando sono incerti sul sesso biologico, sul genere o sull’orientamento sessuale dell’interlocutore.
Insomma, di punto in bianco la leader in pectore della sinistra dem stelle & strisce ha la sua folgorazione sulla Via di Damasco, e con quattro parole in croce archivia un’intera fase del progressismo liberal americano durata quasi vent’anni. È stato crazy: ma ora non c’è più, è ormai alle spalle, ora parliamo di nuovo di cose serie che riempiono il frigorifero meglio del singular they.
Il biondone ossigenato Trump, per quanto ormai dissociato dalla realtà a giorni alterni, è una vecchia volpe con un istinto quasi animale per le dinamiche della comunicazione, e ha mangiato subito la foglia; deve aver intuito (e temo abbia ragione) la natura puramente tattica della manovra: nel 2028 ci saranno le presidenziali e prima ancora, a fine 2026, si terranno le elezioni di mid-term (le elezioni di metà mandato che rinnovano metà del corpo legislativo degli USA) e qualcuno nei dem forse si è accorto che dopo vent’anni di triturazione di zebedei su quali pronomi usare, di colpevolizzazione per principio dell’uomo-bianco-maschio-ed-etero, di battaglie sulle statue del Generale Lee e di Colombo, l’elettorato USA si è un pochino stufato (o magari, a furia di sentirsi indicare come il Nemico Pubblico Numero Uno, è andato direttamente a votare dall’altra parte), specie davanti a un contesto economico che mette sempre più in crisi le famiglie americane.
In sostanza: i cavalli di battaglia “woke” non tirano più così tanto, non pagano elettoralmente, non riempiono il frigorifero vuoto, e qualcuno nei dem se ne è finalmente accorto; e prova di conseguenza a correggere la rotta, prima di riuscire nella mission impossible di perdere elezioni di metà mandato che, sulla carta, sembrerebbero già stravinte a tavolino, contro un presidente (e il suo entourage) in ormai perenne stato confusionale e dissociazione dalla realtà.
Ma mai dire mai: i MAGA il loro zoccolo duro inossidabile ce l’hanno, i Repubblicani più tradizionalisti pure, e se non riesci a convincere il tuo zoccolo duro di elettori (e possibilmente anche a riportare alle urne qualcuno dei milioni di delusi abbandonati dal sistema, che non votano mai), le elezioni rischi di perderle lo stesso, anche contro un candidato impresentabile, e anche contro una scheggia impazzita pericolosa e in ormai palese deriva di demenza senile come Donald Trump e tutto il cerchio magico dei suoi chierichetti.
Quindi, più che una folgorazione sulla Via di Damasco, e più che una seria riflessione critica sulla strada imboccata per vent’anni dal progressismo liberal, quella di AOC sembrerebbe una manovra tattica di riposizionamento in funzione puramente elettorale. E il biondone ossigenato l’ha immediatamente riconosciuta e indicata come tale.
Ma veniamo ai contraccolpi nostrani, dove si verifica un fenomeno analogo, ma con tutte le specificità dello scenario italico. Contraccolpi apparentemente inspiegabili (vista la distanza geografica, e viste le differenze tra la società statunitense e quella italiana) ma che in realtà si spiegano benissimo già solo per il cordone ombelicale (e di sudditanza) che lega i democratici di casa nostra a quelli stelle&strisce. Ma non è comunque così semplice, spiegare come sia successo che un’intervista TV di una misconosciuta deputata USA abbia causato rimbalzi di dibattito nella “sinistra” italiana.
Innanzitutto, cosa è “woke” in Italia? In realtà non si sa bene, è una di quelle parole-cappello (tipo “Patriarcato Sistemico”) sotto cui puoi infilare qualunque cosa, tanto tutto fa brodo.
A sentire la destra, “woke” può essere qualunque cosa, dal non picchiare gli immigrati col bastone appena li vedi, al pensare che sia un po’ eccessivo sparare alla gente in mezzo alla strada, dal personaggio femminile di un film che sembri appena appena più emancipata di una suora di clausura spagnola del XVII secolo, al non volere cacciatori armati di doppietta che ti entrano nel giardino di casa per sforacchiare passeri e fagiani.
Ma è anche un modo per ridicolizzare malignamente un po’ tutto il bagaglio culturale a cui la “sinistra” italiana si è affezionata: dall’ecologismo all’inclusivismo, dalle questioni di genere alle politiche di integrazione, dal “buonismo” (qualunque cosa significhi) al “politicamente corretto” (qualunque cosa significhi), al “femminismo moderno” (qualunque cosa significhi).
Tanto che “a sinistra” si è sempre reagito con un certo fastidio, sentendosi definire “woke”. Anzi, la parola d’ordine, a sinistra, era: “Il woke è un’invenzione retorica della destra”. Come dire: noi siamo altro.
E in un certo senso è vero. La fenomenologia del woke in salsa nostrana, pur importando tante, ma veramente tante, delle follie del woke americano, non è mai arrivata a certi eccessi visti oltreoceano.
Sì, pure da noi sono più di dieci anni che ci triturano gli zebedei col linguaggio inclusivo, con l’uso della schwa (Ə) o dell’asterisco (*) per indicare un “plurale non sessista”, con l’emergenza (anzi “strage infinita”) femminicidi, con l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole, col “patriarcato sistemico” indicato quale fonte di tutti i mali del pianeta, con l’uomo maschio/bianco/etero che in quanto privilegiato e in quanto figlio sano del patriarcato deve sentirsi in colpa, ed essere considerato di default corresponsabile di ogni singolo femminicidio e di ogni singolo atto di violenza commesso contro una donna, con l’inseguire le percezioni soggettive di ogni più sparuta minoranza ed elevarle al rango di dati oggettivi e quindi meritevoli di legislazione protettiva apposita (pur di continuare a strafregarcene dei problemi della maggioranza degli italiani, perchè risolvere quelli costerebbe troppo, e poi chi la sente l’UE)… ma a certi estremi non ci siamo (ancora) arrivati.
La cancel culture, per esempio, in Italia ha funzionato solo a singhiozzo: non è riuscita a stanare e estirpare ogni sacca nascosta di Patriarcato Sistemico, e non si è riusciti a rovinare carriere professionali e reputazioni personali sulla base di una singola testimonianza non verificata, perlomeno non con la stessa efficacia squadrista con cui si è riusciti a farlo negli USA; il #MeToo e il “Sorella io ti credo” da noi hanno attecchito solo fino a un certo punto (mannaggia, c’è sempre quell’orrendo lascito residuale di sovrastruttura patriarcale e imperialista latino/mediterranea che è la presunzione d’innocenza) e non si è ancora riusciti a convertire a un sano veganesimo intersezionalista i frigoriferi e le cucine dell’intera popolazione della penisola.
In compenso, però, si è riusciti a imporre alla Treccani di far sparire tutta una serie di parole dal dizionario (perchè le parole non servono mica a descrivere la realtà né a comunicare, figurarsi, sono le parole che creano la realtà: verità scientifica allo stesso livello delle scie chimiche, ma pazienza, guai a discutere il Dogma); si è riusciti a introdurre il reato di femminicidio (e quando, numeri ISTAT alla mano, i femminicidi propriamente detti risultano troppo pochi per mantenere alto l’Allarme sulla Strage Infinita, si estende il termine a qualunque omicidio che abbia una donna come vittima, anche quando il movente di genere non ci azzecca nulla); pure da noi ormai si riescono a pubblicare (con grandi editori, non in self publishing) libri affascinanti su come il Patriarcato Sistemico ha dato una conformazione maschilista tossica all’architettura delle nostre città: guglie, campanili e grattacieli? Sono chiaramente e indiscutibilmente prodotti di un simbolismo fallico volto a cristallizzare e tramandare il Patriarcato Sistemico (cioè, tu vedi il Grattacielo Pirelli, la Torre di Pisa o il campanile di San Marco e giustamente cosa ci vedi? Un enorme cazzo patriarcale sistemico. Ma ‘na visitina da unA psichiatra brava, no, eh?); e comunque si è riusciti a sdoganare l’estensione dell’appellativo “fascista” a chiunque si collochi fuori anche solo di una mezza virgola dal Dogma Settario Unico femminista-intersezionalista-inclusivo-ecologico-transgender-politicallycorrect-vegano.
Anche se non si è arrivati agli estremismi degli USA, anche qui si è comunque riusciti a esercitare un po’ di sano squadrismo in camicia rosa/arcobaleno: vedi eventi culturali cancellati, interrotti o disturbati da manifestazioni di ostilità di questa o quella associazione, che rappresenta quattro gatti ma è abbastanza rumorosa da zittire chiunque non sia completamente allineato e coperto sul Dogma; vedi lezioni universitarie o tavole rotonde in sede universitaria interrotte a forza, solo perchè una relatrice “non è dei nostri”, non aderisce a ogni singolo versetto del Dogma, e di conseguenza non la vogliamo sentire, non ha il diritto di parlare, e l’Università non ha il diritto di ospitare l’eretica che osa venire a portare una voce leggermente difforme dalla nostra. E vedi manifestazioni da cui possibili alleati e simpatizzanti vengono cacciati via, perchè non in possesso del certificato di ortodossia completo, o perchè non in possesso dell’organo genitale giusto.
Benino, però, ehi, rispetto ai risultati dei woke stelle & strisce, ancora troppo poco. Insomma, bene ma non benissimo.
Che succede in questo contesto italico così tristemente ritardatario e così tristemente tiepido rispetto agli splendori e agli entusiasmi dei wokini d’oltreoceano? E soprattutto, cosa diavolo dovrebbe fregarcene, in Italia, dell’intervista TV di una deputata qualsiasi del Congresso degli Stati Uniti d’America?
Poco, giusto?
Eh, no.
Prima di tutto perchè c’è una sorta di “parentela” (se non vogliamo chiamarla esplicitamente subordinazione) tra i democratici nostrani e quelli di Whashington, dai tempi di Veltroni in poi. E se i fuochi di segnalazione del PD americano si accendono e Washington chiama, Rohan… pardon, Roma risponderà.
Ma qui siamo andati oltre, perchè in realtà è stata la destra stessa ad accendere i fuochi: i primi a buttarcisi a pesce, ovviamente, sono stati gli opinion leader della destra, con relativo corredo di giornali e influencer schierati: “Avete visto? Persino la Ocasio-Cortez si è resa conto che era tutta fuffa!“
E da lì in poi, come accade ormai da anni e sempre più spesso nel “dibattito politico italiano”, è accaduto anche questa volta: un tizio a random si sveglia, spara una stronzata qualsiasi, e tutti, ma proprio tutti (politici, giornalisti, intellettuali, influencer, la signora Pina e il sor Peppe al bar), per qualche giorno si sentono obbligati a dire la loro e non parlano d’altro: indignazione, attacchi, difese d’ufficio, interrogazioni parlamentari, editoriali tonanti, petizioni, encicliche laiche, fiumi di inchiostro sui giornali e fiumi di tasti battuti sui social… Finchè l’argomento non si esaurisce da solo per sfinimento, qualcun altro non spara la nuova Stronzata della Settimana, e il circo equestre ricomincia cambiando solo argomento.
Una tipica dinamica da social network tossico, che la politica italiana ha preso in prestito e sposato pienamente con entusiasmo bipartisan.
Presente quello che successe col “Manifesto di Ventotene“? Ecco, esattamente lo stesso. Ci azzeccava assolutamente zero con la realtà, ci azzeccava assolutamente zero con l’Unione Europea reale e in carne ed ossa, ma ha occupato lo stesso il dibattito pubblico bipartisan per un’intera settimana. E così tutti sono contenti.
Perchè in fondo finchè fai litigare la gente sulla Stronzata della Settimana, puoi tenerti al riparo dal rischio che parli di argomenti più scabrosi (tipo il costo della vita o la sanità allo sbando e il calvario che ti tocca se devi entrare in un Pronto Soccorso da paziente, o se devi prenotare un esame o un intervento chirurgico col SSN).
E infatti tanto è successo e sta succedendo intorno a questa presunta “riflessione” sugli eccessi del woke.
E poi anche qui siamo agli sgoccioli, le elezioni sono alle porte.
Cominciano quindi le prese di distanza italiche, con un pezzo da novanta che (a suo merito) non è mai stato woke, ossia Giuseppe Conte, e con un pezzettino da uno e mezzo che woke lo è stato eccome (o perlomeno è riuscito a spacciarsi per tale, assieme alle tante altre etichette dietro cui è riuscito a spacciarsi), Matteo Renzi; i quali prendono le distanze dagli “eccessi del woke”.
Sorprende che due nemici giurati come Conte e Renzi, prendano entrambi le distanze dagli eccessi del woke? In realtà no, anche se lo fanno con argomentazioni molto diverse: l’uno (Conte) rivendica la precedenza dei diritti sociali, l’altro (Renzi) rivendica genericamente concretezza come opposto di ideologia.
Ma, volendo malignare, c’è effettivamente un bersaglio sul quale possono convergere entrambi, soprattutto in vista delle temute primarie.
Ossia quel partito che in questi ultimi anni, più di tutti, ha incarnato in Italia, e si è offerto come cassa di risonanza politica, al tentativo di importare e imporre, quasi parola d’ordine per parola d’ordine, la moda statunitense del woke, della cancel culture, del femminismo più pop e aggressivo, della lotta al “patriarcato sistemico”, e dei sistematici trituramenti di zebedei sui pronomi e sulle desinenze plurali, e sul linguaggio inclusivo, la rinuncia a occuparsi di diritti sociali per occuparsi solo di diritti civili (dimenticandosi di tutto quello che storicamente distingue un movimento di sinistra da uno solo liberale): il Partito Democratico.
In realtà non si tratta solo di Conte e Renzi. Qualcuno, timidamente, anche a “sinistra” e persino all’interno dello stesso PD, inizia a chiedersi se, dopo tutto, con la marea di problemi che l’italiano medio si trova ad affrontare quotidianamente, e con le elezioni alle porte, forse non varrebbe la pena di iniziare a parlare di qualcos’altro, invece di stare ad aspettare che dal quartier generale di Washington arrivi anche questa volta il manuale con le istruzioni su come perdere anche questa tornata elettorale.
Tipo… domandarsi se sia un’idea furba e utile a vincere le elezioni, investire tutte le proprie energie su un referendum a tema Educazione SessuoAffettiva nelle scuole, quando abbiamo una scuola cronicamente sotto-organico, con insegnanti che sono (quasi) i più sottopagati d’Europa e sono condannati al precariato cronico o ad accettare il ricatto di trasferte fuori regione massacranti, e con un sistema scolastico-universitario che produce (fonte OCSE) 1 laureato su 6 tecnicamente analfabeta funzionale?
Pensiero maligno: quale delle due battaglie è più facile, costa di meno, crea più engagement sui social (ma non dentro le urne, ahinoi) e soprattutto non disturba i piani di Bruxelles per indebitarci sul riarmo e continuare a spendere zero su stato sociale, sanità, scuola…? Ai posteri l’ardua sentenza.
Possibile che qualcuno abbia cominciato a farsi venire il dubbio che forse esistono degli ordini di priorità, e che iniziare a parlare apertamente di come e perchè sono state scelte le priorità della “sinistra” negli ultimi 20 anni, non è “benaltrismo” ma banale certificazione dell’esistenza in vita di un numero di neuroni funzionanti superiore allo zero?
Oppure: possibile che qualcuno, persino nel PD, abbia cominciato a chiedersi se la battaglia iniziata dal senatore Franceschini per far adottare il cognome solo per via materna, abbia davvero una qualche speranza di far vincere le elezioni alla “sinistra”?
O magari iniziare a chiedersi se e come si pensa di convincere l’elettorato a votarci, se passi il tuo tempo a insultare metà di quell’elettorato (la metà maschile) raccontandogli che avendo un pisellino in mezzo alle gambe è sistemicamente privilegiato, che è il Nemico Pubblico Numero Uno e che é automaticamente complice e corresponsabile di ogni femminicidio e di ogni violenza sulle donne e che, in quanto figlio sano del patriarcato sistemico, è pure un potenziale stupratore in erba che dovrebbe circolare solo al guinzaglio (e magari lasci che siano consulenti legati a fondazioni e associazioni dichiaratemente figlie di questo impianto ideologico delirante ad andare a spiegare a insegnanti e studenti come relazionarsi col prossimo in modo sano, e magari pensi pure di affidargli i corsi di educazione sessuoaffettiva).
No, dico… poi davvero qualcuno si stupisce quando l’ISTAT se ne salta fuori a evidenziare che il voto maschile vira a destra o fugge verso l’astensionismo?
Perchè un pochettino, il dubbio che stia per riandare in scena la versione 2.0 dello spettacolo “facciamo di tutto per perdere le elezioni e regalare il Paese a Giorgia Meloni” come si fece con Enrico Letta nel 2022, viene, eh?
Chissà. Sarebbe quasi da sperare che qualcuno iniziasse a chiedersi se non si il caso di ricominciare a parlare di sanità, di diritto alla casa, di sicurezza sul lavoro (quasi 900 morti l’anno scorso – di cui circa 850 uomini e 50 donne, alla faccia del privilegio maschile), di stipendi fermi a 30 anni fa al netto dell’inflazione, di funzione di redistribuzione del reddito da parte dello Stato, di politiche energetiche e dei trasporti subordinate all’interesse collettivo e non al profitto del privato… insomma tutte quelle materie che per trent’anni si è preferito accantonare, perchè a volerne parlare seriamente, poi si dovrebbe riconoscere che fanno un po’ a pugni con tutto quello che ci chiedono da Bruxelles.
E poi vallo a fare, l’europeista, quando già devi impegnarti a far digerire al tuo elettorato che l’UE non scuce neanche un soldo e non concede alcun allentamento di bilancio per stato sociale, sanità, scuola e lavoro, ma per il riarmo è prontissima ad aprire i cordoni della borsa (o meglio, a impiccare ai cordoni del debito le prossime generazioni).
Però, ehi, in cambio ci danno l’Erasmus e i regolamenti sul linguaggio inclusivo nelle pubbliche amministrazioni (e i tappi di plastica attaccati alle bottiglie), quindi viva l’Europa!
Naturalmente non sono mancate anche le reazioni avverse a questa incomprensibile presa di distanza dagli “eccessi del woke”, e questa è forse la parte più divertente di tutta la storia.
La Ocasio-Cortez, liquidati i 15-20 anni di battaglie woke con quattro paroline, ci ha comunque tenuto a ricordare che il woke anche nella sua fase più crazy è stato importante e produttivo.
E così la AOC de noantri, Selvaggia Lucarelli, si è sentita in dovere di allinearsi e scendere in campo per difendere a sua volta il movimento woke.
Peccato che, ahinoi e ahilei, si sia dimenticata che per vent’anni la “sinistra” ha detto, urlato e ripetuto che “il woke è un’invezione retorica della destra”. Ops. Vabbè, dai, è sffuggito…
Non si è mossa solo lei, naturalmente, ma trovo sia la più emblematica. Non vi faccio la sintesi di quello che ha detto Selvaggia Lucarelli, lo trovate qui. Sostanzialmente è un elenco delle “cose buone” fatte dal movimento woke nonostante qualche eccesso, rivendicate con orgoglio, e delle cose buone che dobbiamo al movimento woke.
Insomma, è bastata un’intervista di una deputata USA sconosciuta al 99.9% degli italiani e siamo passati da “il woke è un’invenzione retorica della destra” a “il woke ha fatto anche cose buone” (un po’ come un certo pelatone).
Una volta, simili svolte epocali si decidevano almeno con un Congresso di Partito, e dopo mesi di dibattiti in cui i massimi esponenti intellettuali “d’area” si scervellavano tra mille sofferenze interiori per provvedere a un nuovo impianto ideologico e una nuova cornice programmatica. Ora basta un’intervista all’ABC, un post su Instagram o un post su substack della Lucarelli, et voilà, la svolta è servita!
Tutto ciò è magnifico. Peccato non averlo spiegato a Occhetto & compagni, a suo tempo, sai quante fatiche si sarebbero risparmiati…
Resta aperta la domanda. La “sinistra” ha imparato qualcosa da questo vivace e proficuo “dibattito”? Tornerà a “dire qualcosa di sinistra” oltre a stracciarci gli zebedei sul linguaggio inclusivo e il “Patriarcato Sistemico”?
O si sta solo ricollocando (come la Ocasio-Cortez) in vista delle elezioni, perchè ha subodorato che con la situazione di merda in cui si trovano gli italiani ogni volta che devono fare la spesa, andare in ospedale o fare il pieno al distributore, le elezioni rischi di non vincerle col referendum sull’educazione sessuoaffettiva e con la proposta di adottare il cognome per via materna?
Purtroppo ho il vago sospetto che non succederà né l’una né l’altra cosa e che, tempo qualche giorno, anche questo supposto “ravvedimento” semplicemente farà la stessa identica fine della querelle sul Manifesto di Ventotene: dimenticata e sostituita dalla prossima Stronzata della Settimana in arrivo.
E magari tra un anno ci troveremo di nuovo a chiederci come sia potuto succedere, di aver perso le elezioni anche questa volta (hint: colpa del popolo bue che non capisce Ciò Che È Davvero Importante e quindi vota a destra o non va a votare proprio).
Mi auguro ovviamente di essere smentito.
ps: qualora a qualcuno stesse venendo in mente di darmi del “benaltrista“, faccio rispettosamente notare che ormai la parola “benaltrismo” in bocca a un liberal-progressista è esattamente speculare e complementare alla parola “buonismo” in bocca a Vannacci o a Salvini. Ed è sostanzialmente la cartina di tornasole attestante lo stesso livello di disfunzionalità cognitiva, derivante dall’aver solo due neuroni all’attivo, di cui uno in ferie e l’altro temporaneamente fuori servizio.
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